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Ad adattare Sherlock Holmes si corre sempre un certo rischio. Uno dei personaggi più famosi della letteratura mondiale, ormai sdoganato in qualsiasi medium (soprattutto al cinema e in tv). Trovare rappresentazioni lontane da stereotipi è cliché sembra quasi un’impresa: tutti colgono il fascino della deduzione, ma quanti riescono ad andare oltre e raccontare l’uomo? Ci hanno provato in tanti, in pochi ci sono riusciti. Guy Ritchie ha preferito evitare qualsiasi collegamento con l’icona di Sherlock Holmes: i suoi film hanno offerto uno sguardo completamente diverso del personaggio, trasportandolo in una sporca deriva action che sapeva gettarsi nel fango senza paura di essere squisitamente se stessa. Il risultato è stato talmente positivo che il pubblico reclama ancora un ulteriore capitolo – che probabilmente non vedremo mai.

Il legame con il personaggio però è rimasto, si è addirittura consolidato, e oggi Prime Video accoglie un’operazione seriale che basterebbe da sola a far parlare di sé per l’intero mese: Guy Ritchie, lo stesso regista che ha sbancato al cinema con Sherlock Holmes, si riavvicina al personaggio nella sua gioventù, attingendo a fonti completamente originali rispetto alle opere di Conan Doyle. Un approccio diverso, vissuto con quel fascino che lo aveva convinto anni fa. Dimenticate Robert Downey jr: questo Young Sherlock (ispirato dai romanzi di Andrew Lane) è un personaggio molto diverso, pioniere al timone di uno show che forse non esalta appieno il carisma del personaggio, ma che riesce a tenere incollati allo schermo offrendo un intrattenimento che solo Guy Ritchie sa dare.

Cambiare prospettiva

Una scena di Young Sherlock
Una scena di Young Sherlock – ©Prime Video

Non deve essere stato facile ricalibrare la propria visione su un personaggio nettamente diverso da quello lasciato qualche anno addietro. Per uno Sherlock che è Young persino nel titolo, le prospettive e i rischi sono innumerevoli. Ritchie ha preferito puntare sul suo sguardo, sulla sua chiara visione di un intrattenimento seriale perfetto per il binge watching che potesse in qualche modo rievocare atmosfere familiari agli occhi del pubblico. Nel contesto di una Oxford vibrante ed elegante, il creator della serie rievoca echi della propria cifra stilistica senza mai esagerare con l’auto-citazionismo. In fondo a fare la differenza in un’opera che avrebbe avuto poco da dire rispetto alle altre iterazioni del personaggio è proprio la visione di Guy Ritchie: il maestro dell’azione che unisce il suo fiuto alla passione per le indagini.

Intrighi che procedono a ritmo serrato, senza grandi deduzioni ma con tanti colpi di scena e sequenze ad alta tensione. Gli episodi volano così alla velocità della luce, senza neppure dare il tempo di rifiatare, spinti dalla densità degli eventi e da un cast pronto a brillare. Curioso che la serie passi da avventura sull’icona ad affare di famiglia – e un affare di famiglia lo è anche nella gestione del cast, con Hero Fiennes Tiffin che interpreta il protagonista al fianco di suo zio Joseph Fiennes (che invece interpreta il padre di Sherlock). Tutto calibrato al millimetro per massimizzare lo spettacolo e la resa a schermo. Dispiace che alcune trovate di scrittura e il carisma del protagonista non rendano giustizia al personaggio, ma c’è molto di cui rimanere soddisfatti una volta giunti alla fine.

A compensare eventuali lacune sono soprattutto un brillante James Moriarty e l’alchimia tra i due volti di punta dello show, che rende anche le scene meno convincenti più godibili per lo spettatore. L’interpretazione di Donal Finn risulta molto più intrigante dello Sherlock di Fiennes Tiffin, volutamente “acerbo” e “in costruzione” – forse anche troppo, visto lo squilibrio nella resa.

Un maestro in azione

Donal Finn è James Moriarty in Young Sherlock
Donal Finn è James Moriarty in Young Sherlock – ©Prime Video

Forse il risultato finale sarà diverso da quello che alcuni si aspettavano, ma ciò che emerge da ogni puntata di Young Sherlock è lo stile inconfondibile del suo autore. Si punta tutto sull’intrattenimento, senza dimenticare di fare le cose per bene, lontano da quelle banalità e quei cliché che fanno paura. C’è un mistero sempre più fitto da risolvere (molto più che nei film con Robert Downey jr) e quando la trama si infittisce la serie trova il coraggio di osare – non tanto con i suoi risvolti, quanto con i suoi personaggi e la loro crescita nell’arco della stagione. A far da collante, da filo conduttore tra eventi, personaggi e azione, è sempre quella mano decisa e convinta.

La vera maestrai di Guy Ritchie sta nell’aver sempre saputo riconoscere l’importanza del ritmo nell’azione drammatica: come un metronomo, ogni sua scena scandisce perfettamente ogni emozione, unendo i frame ai battiti di un cuore che pulsa potente e non ha alcuna intenzione di fermarsi. Se la sua è ancora ambizione, o se ormai sta diventando puro e semplice fan service, poco importa: resta ancora sorprendente e maledettamente efficace. Young Sherlock, soprattutto in questo, diventa una grande lezione di ritmo che ricorda gli uomini oltre le maschere e oltre le icone, tra azione e sentimento.

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Classe '94. Critico e copywriter di professione, creator per passione. Ha scritto e collaborato per diverse realtà di settore (FilmPost.it, Everyeye) con la speranza di raccontare il Cinema e la cultura pop per il resto della sua vita.