Mae Martin aveva già energizzato il catalogo Netflix con un piccolo prodotto passato per lo più in sordina: Feel Good. Lì il racconto semiautobiografico si era fatto culla ironica e dirompente di un’introspezione scavata a colpi di dipendenze, relazioni e sfide identitarie. Il suo sguardo intimo e tagliente si imprimeva in un piccolo spaccato dalla dissacrante essenza vitale: surreale, poetico e umanamente resistente agli schemi.
Wayward – Ribelli certifica ancora il tocco lucido e distintivo della sua mente creativa, questa volta contrattando nodi identitari e ridefinizioni concettuali dentro un progetto che non aspira mai a essere rassicurante, men che meno accomodante. Wayward attinge infatti a controversi immaginari educativi per discutere di appartenenza, transizione ed empatico controllo manipolatorio. Nel suo carattere opaco si genera tensione, ci si contorce pieni di dubbi dentro cicli di eredità traumatiche di natura personale, collettiva e intergenerazionale. Lo show di Martin ispeziona l’ambigua industria degli istituti di rieducazione giovanile per scoperchiarne sospetti, abusi e disturbanti distorsioni psicologiche. Denuncia sociale e mistero tappezzano il racconto di un’adolescenza ferita e ribelle, vibrante e contradditoria – sottomessa con violenza all’arrendevole sorveglianza di un’adultità obbediente, progressista e affettuosamente minacciosa.
Un progetto audace, cognitivo più che viscerale, affascinante anche al netto della sua sovrabbondanza.
Riprogrammare adolescenti problematici

Wayward – Ribelli è ambientato a Tall Pines, una piccolissima comunità dove l’inclusività sembra essere un dato di natura: benevolenza, generosità e incontrastata cordialità albergano in ambienti bucolici e irradiati da un calore idilliaco, onirico e perturbante. L’anticlimatica alienazione che intreccia la serenità del posto con la circospezione del suo occulto rimanda a scenari narrativamente intriganti, cinematograficamente codificati. E fra la rete di segreti che la collettività protegge con tenace ostinazione, l’accademia di Tall Pines funziona da magnete e accentratore di mistero.
Mae Martin scomoda il tema scottante dei riformatori giovanili statunitensi, ambienti agitati da oltraggiosi scandali di natura violenta e da pressioni psicologiche colluse con istituzioni poco regolamentate. Qui vengono accolti ragazzi apparentemente problematici, più semplicemente infragiliti da complesse difficoltà di regolazione emotiva, psicologica o relazionale.
Dipendenze e vulnerabilità biografiche naufragano così nella subordinazione a un metodo “educativo” dalla brutale ritualità punitiva. Quella normalizzata dall’accademia di Tall Pines è una disciplina che arruola il trauma nel tentativo di alterare la personalità emotiva – annientando il senso di sé, recidendo i rapporti umani e rinsaldando i legami interni a discapito di un passato che necessita di essere cancellato. L’obbedienza attraversa manuali coercitivi di comportamento, premia la vergogna e governa l’aggressività adolescenziale verso un sistema di reciproca sovrascrittura identitaria. Per Tall Pines gratificare l’evoluzione e promettere la guarigione significa radere al suolo, dimenticare e reinventare.
L’aspetto inquietante, però, è che i risultati di tale pedagogia non si ottengono col solo uso della forza ma, al contrario, arrivano con l’affabilità e l’ambivalenza di una pratica terapeutica snaturata e strumentalizzata a mezzo di controllo di quello che si scopre essere un culto, un’infestante setta di adulti anestetizzati.
Un male materno ed empatico

È chiaro: la comunità di Tall Pines non è quel che sembra. A suonare campanelli d’allarme ci pensa la progressiva erosione degli spazi d’intimità: l’invasività del vicinato, l’assenza di porte nelle case e lo strano rigore tensivo che uniforma una condotta comportamentale costrittiva. Il senso di integrazione è feroce, radicato, annidato tra la soppressione dello spirito critico e la compiacente cancellazione dei contrasti. A capo dell’amorevolezza collettiva c’è un senso di emulazione soverchiante e largamente persistente allo scorrere del tempo. Che qualcosa non torni, lo si percepisce in fretta.
Eppure il leader di quest’atipica setta alterna sguardi glaciali a modi gentili. Evelyn è la dirigente dell’accademia di Tall Pines, un personaggio carismatico quanto insondabile, materno quanto spietato. E se Wayward convince per tenore narrativo molto lo deve al magnetismo imprevedibile della sua protagonista. La performance di Toni Collette è un enigma pieno di sfaccettature, un contenitore di complessità che non cede mai alla semplificazione del male: il suo è un villain mimetizzato nella bonarietà, nella promessa predatoria di una cura che si nutre di controllo per dispensare salvezza.
I suoi studenti condividono esperienze fondative dolorose, sofferenze irrisolte e traumatiche trascuratezze familiari. Con duplicità amichevole e intimidatoria Evelyn irretisce quel tormento, lo mistifica al punto da contaminare il ricordo con la garanzia di elaborarne il dolore. E nel farlo agisce con premura, assicurando vicinanza e appartenenza a chi è solo e a chi è respinto, trasfigurando in empatica forma di aiuto il suo assoluto dominio sull’altro.
È nella naturalezza con cui la Collette padroneggia il personaggio che Wayward trova il suo centro e provoca lo spettatore: l’orrore psicologico di un potere camuffato da assistenza ammonisce sui pericoli delle manipolazioni identitarie, specie quando in fase di cambiamento e in cerca di inclusione.
Quando l’eccesso stempera l’ambizione

Mae Martin solleva temi attuali intingendoli in dispositivi generativi complessi, prediligendo l’allegoria alla chiarezza narrativa, la suggestione all’assedio critico ed emotivo. Lo fa sovrapponendo temi e mescolando registri, slittando dal thriller psicologico al (teen) drama familiare e mobilitando un racconto corale in continua evoluzione. D’altronde, se il punto nevralgico di Wayward ronza attorno a questioni di mutamento affettivo e identitario, la serie stessa ciondola in bilico sulla sua indole trasformativa. In tal modo prova a farsi amplificatore audiovisivo delle modalità con cui adulti e ragazzi diversi reagiscono diversamente alla vita e alle sue dannose avversità.
Da un lato seguiamo quindi la cronaca familiare di Alex (Mae Martin) e Laura (Sarah Gadon), dall’altro la caotica ribellione giovanile di Leila (Alyvia Alyn Lind) e Abbie (Sydney Topliffe). Le due storylines principali rimbalzano fra variazioni stilistiche e concatenamenti narrativi, non sempre amalgamati a dovere – spesso vanificati da stonature di tono ed eccesso di oscillazione espressiva. Se l’intenzione è concettualmente accattivante, il risultato è formalmente confusionario – e di certo non aiuta la moltitudine di personaggi secondari, degni di attenzione ma dispersori di un racconto che con meno ambizione avrebbe potuto valorizzarsi di più.
Nondimeno, il passato inquietante di Laura e l’incombente paternità di Alex contagiano un futuro domesticamente minacciato dalla negoziazione della reciproca idea di familiarità, appartenenza e socialità. Con il suo piglio riconoscibile di vulnerabilità e irrequietezza, l’Alex di Mae Martin ripensa la sua maturità incontrando l’adolescenza, scontrandosi a muso duro fra addomesticamento e insurrezione. E così Wayward ci conduce al suo cuore: all’essenzialità della ribellione.
Ribellarsi come atto di cura

L’adolescenza di Wayward – Ribelli gorgoglia di energia vitale. Leila e Abbie la isolano in un ritratto crudo e discordante, tipico dell’istinto che le scuote internamente: il loro passato non le definisce ma le perseguita, il loro legame è saldo ma viene tradito, la loro unione si rafforza pur abbandonandosi. L’incostante ricerca di un’autenticità propria percorre un momento della vita in fase di definizione e costante contestazione.
Così il microcosmo dell’accademia di Tall Pines scandisce le potenzialità della loro maturazione, materializza nei comportamenti del singolo e del gruppo l’asimmetria dei processi di guarigione, la divergenti possibilità di azione sul proprio trauma, di conservazione del proprio vissuto e di autodeterminazione dell’imminente futuro. I giovani di Wayward si riflettono nella deformità di un mondo adulto chiamato a guidarli e sorpreso invece a neutralizzarli. Un ecosistema chiuso e paralizzato dalla paura, quasi uniformemente arreso alla viscerale urgenza di coesione e al compromesso oscuro della sua protezione.
Mae Martin lavora per iperboli, impenna sulle zone d’ombra per soppiantare le facili opinioni. Ma non giudica: si limita a inscenare e a registrare la pluralità dei percorsi evolutivi – siano essi manipolati, autoritari, liberi o controcorrente. Perché se sopravvivere costa fatica, per guarire serve resistere, salvaguardando la ribellione.



