Se qualcuno fosse davvero là fuori, ci raggiungerebbe per salvarci o per distruggerci? Alla base di questa domanda e della paura dell’ignoto è nato un intero filone della fantascienza cinematografica, ma al di là di una dicotomia che con il passare del tempo si fa sempre più datata c’è un regista che è riuscito a trattare questo argomento in tutte le sue forme, rendendolo parte del proprio percorso creativo. Steven Spielberg (uno che crede fermamente che ci sia Dio là fuori) ha raccontato l’ossessione per gli alieni con la fantasia di un bambino: la meraviglia (E.T.), l’orrore (La Guerra dei mondi), il mistero (Incontri ravvicinati del terzo tipo).
Alla base di ciascuna operazione c’è sempre stato il contatto, l’idea che l’unione tra due universi distanti crei i presupposti per l’impensabile – nel bene e nel male. In fondo è quello che per Spielberg è sempre stato il cinema: il contatto tra immagini in movimento, suoni e storie, la massima esaltazione della rappresentazione umana. Incredibile come un regista sulla soglia degli 80 anni custodisca ancora così gelosamente le proprie fascinazioni. Ciò che spesso si sottovaluta, però, è che al centro di tutte queste produzioni ci sia proprio il contatto – e non l’immaginario extra-terrestre. La fantascienza insegna che le condizioni fuori dall’ordinario sono soltanto il mezzo per raccontare problemi ben più concreti, e Spielberg non fa eccezione: l’alieno è uno strumento narrativo quanto mai intrigante per spingere ogni storia (e quindi gli uomini che ne fanno parte) a confrontarsi con la realtà.
Disclosure Day, quarto punto di contatto tra Spielberg e quegli universi tanto distanti, arriva non solo come un’operazione artisticamente intrigante, ma come manifestazione concreta di un linguaggio autoriale capace di unire l’intrattenimento del grande cinema a riflessioni cervellotiche sull’uomo e sulla vita. Se storie come questa possono servire a spiegare meglio i tempi difficili in cui viviamo, allora anche il messaggio di un film potenzialmente divisivo (persino banale, per certi aspetti) può rivelarsi tristemente necessario.
Un blockbuster per il nuovo mondo

Se c’è una cosa che a Spielberg non è mai mancata è la speranza. Persino in un contesto come quello in cui ci ritroviamo, non poi così diverso da quello rappresentato nel film, il regista lascia sempre spazio alla luce. Sarebbe bello se tutti pensassero a lasciare questo mondo meglio di come lo hanno trovato, ma la realtà è ben diversa. Disclosure Day non perde questa consapevolezza, e anzi ne approfitta per mostrare quanto una cosa all’apparenza semplice e scontata come l’empatia possa ancora fare la differenza. È qui che la paura dell’ignoto si fa paura del diverso: l’unico antidoto per l’apatia è capirsi, e per capirsi quel contatto di cui tanto si è parlato diventa fondamentale.
Eppure, affinché quel contatto così straordinario acquisisca senso, è necessario che ci sia una base condivisa: Spielberg la cerca costantemente, tracciando la rotta della verità attraverso il suo spirito, ma preferisce le metafore alle risposte.
Il buon Steven sa bene quanto ci piace cercare la verità, svelare i misteri della nostra esistenza: la verità è fondamentale per liberare l’uomo dai propri vincoli, ma quanti hanno la capacità o il potere di comprenderla davvero? In un cinema che fa sempre più fatica a rendersi davvero accessibile, Spielberg sceglie la semplicità espositiva per contrapporla alla sua complessità tematica: probabilmente è questo contrasto che renderà Disclosure Day molto divisivo. La sceneggiatura di David Koepp sembrerà (a ragion veduta) lacunosa su parecchi fronti, ma a Spielberg interessa molto di più che siano le immagini ad acquisire nuovamente la forza di raccontare – anche se quella forza, nel cinema di oggi, non basta più ad accendere la fantasia nello spettatore medio.
La voce del gigante

Alcuni diranno che è troppo complesso da comprendere con una sola visione, altri che è troppo scontato per raggiungere realmente l’obiettivo. L’unica cosa certa è che Steven Spielberg non ha smesso di guardare il mondo e cerca ancora di stimolarlo, raccontando concetti decisamente complessi attraverso la semplicità che lo ha sempre contraddistinto. Forse la meraviglia ha ancora il potere di cambiare chi osserva, ma bisogna crederci davvero. Il cinema di un gigante si misura nella portata dei suoi messaggi, non in quella degli incassi: il re dei blockbuster guarda in alto, continua a fantasticare e, a modo suo, cerca ancora di renderci partecipi del suo grande sogno di celluloide in cui il cambiamento è sempre possibile, in cui essere migliori non è un’utopia.
Il più grande pregio di Disclosure Day è la sua profonda umanità, la sua agghiacciante capacità di restare a contatto con l’uomo di oggi per ricordare ciò che l’esperienza umana può davvero essere. Sembra quasi un paradosso, visto quante volte si è affrontato il tema, ma parlare di empatia non è mai scontato o banale se continuiamo a ricadere negli stessi errori. Spielberg, che da grande autore percepisce il flusso del tempo che viene, ha bisogno di comunicare al mondo l’importanza di credere. Non come dicevano in X-Files, né come nella religione: dobbiamo credere i noi stessi e aver fede in ciò che possiamo essere, anche in tempi di crisi. Superata la sua patina di mistero e allegoria, Disclosure Day è un film di segni e di sogni che hanno ancora la forza di persistere, come la passione del loro autore, di fronte a un mondo che brucia.
