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In Giappone si parla spesso della tecnica del Kintsugi: l’arte di raccogliere i cocci di qualcosa che si è rotto per rimetterli insieme attraverso l’oro, dandogli nuova vita. Ecco, se volessimo riassumere la nuova serie animata di Prime Video e Critical Role sarebbe proprio con questo concetto. Un’opera corale che racconta il dolore in modo maturo e complesso, senza paura di prendersi tutto il tempo necessario per farlo, ma che trova la strada per riparare fratture all’apparenza insanabili attraverso legami purissimi. La seconda campagna di gioco di ruolo portata online da Critical Role ha mostrato sin da subito uno stile diverso, che predilige l’attenzione per l’emotività e l’intimità dei personaggi senza dimenticare che intorno a essi c’è un mondo di intrighi che si muove sempre più veloce.

Un progetto meno scanzonato e più introspettivo, che parte dai personaggi e dal contesto per raccontare una grande storia dai toni più maturi. Un fantasy che forse mancava davvero nel panorama seriale contemporaneo. Prime Video scommette quindi sulla fanbase di fedelissimi su cui può contare Critical Role, ma lo fa con la consapevolezza di poter realizzare qualcosa di importante. Ambientata 20 anni dopo gli eventi della campagna precedente (quella da cui è nata The Legend of Vox Machina), The Mighty Nein sposta l’attenzione su Exandria e su dei personaggi davvero speciali: il risultato è uno show degno dei drama d’alto profilo che tengono incollati allo schermo molti spettatori, con un pizzico di follia e brio animato che conferiscono alla serie uno stile e un carattere ben precisi.

Un approccio diverso, tanto nell’estetica, quanto nella struttura. A differenza di Vox Machina, i Mighty Nein sono un gruppo di anime spezzate che insieme trovano il modo di ripararsi. E che, in qualche modo, troveranno il loro posto nel mondo.

I misfits al centro della scena

Una scena di The Mighty Nein
Una scena di The Mighty Nein – ©Prime Video

A chiedersi perché vedere una serie del genere si fa sempre prima a snobbare, piuttosto che ad approfondire. The Mighty Nein avrà anche meno pathos rispetto ai grandi drama televisivi, ma ha un cuore e una cura per i suoi protagonisti che dovrebbe far riflettere sul modo in cui si raccontano le storie (personali). Volti e legami della serie sono ciò che rende questo fantasy davvero interessante. Non c’è un’avventura in corso, ma una fitta rete di intrighi pronta a sconvolgere l’intero regno e una bada di reietti che si ritrovano insieme non per comodo, ma per una necessità crescente. Perché quando si sperimenta qualcosa di diverso dalla solitudine, si capisce che il mondo è un po’ meno triste se non si è da soli. I Mighty Nein hanno mille ragioni per seguire le rispettive strade, ma a un certo punto preferiscono stare insieme.

Questo perché, anche se stavolta la minaccia incombente è più grande di loro, l’unione può davvero fare la forza. Come nel Kintsugi. E la parte più bella di questi primi episodi sta proprio nella scoperta dei personaggi, dei loro traumi e di quei dolori che li hanno spezzati. Non c’è fretta, ma spazio: gli episodi sono di 45 minuti circa, non di 25, e ciò permette allo show di inserire più elementi possibile senza dover troncare nulla. Siamo ancora all’inizio dell’avventura, ma ci sono già delle grandi premesse sia perché si è scelto di approfondire un contesto invisibile durante la campagna (quello dell’Impero e della Dinastia), sia perché l’intreccio ha fornito un incipit valido a ciascuno dei personaggi. L’introspezione prevale sull’azione, ma senza smorzare: The Mighty Nein procede al ritmo di diversi cuori che, puntata dopo puntata, sembrano battere sempre più all’unisono.

Raccontare per costruire

Una scena di The Mighty Nein
Una scena di The Mighty Nein – ©Prime Video

Sulla scena si alternano una miriade di personaggi diversi, tutti segnati da un dolore o dalla perdita di qualcosa di importante. Uno scenario che non è mai troppo patetico e che anzi risulta corale, fornendo allo show un ulteriore punto di forza. The Mighty Nein è un piccolo, grande successo che punta tutto sull’eterogeneità di situazioni e contesti: dall’ironia al dramma più potente, dal goblin all’elfo oscuro, i punti di vista si alternano costantemente per offrire allo spettatore una visione ampia e coesa di un mondo che ha davvero tanto da dire. Forse la gestione della narrazione pecca nel voler giocare con cliffanger e trame ancora sospese (seppur si noti tale peso soltanto verso la fine della stagione), ma l’avventura riesce a trovare sempre il giusto aggancio anche nelle situazioni più prevedibili.

Non certo un lavoro facile, soprattutto perché il rischio di perdersi è sempre dietro l’angolo. La presenza di uno showrunner vero e proprio, a differenza della controparte Vox Machina, ha fatto tutta la differenza del mondo tanto nello sviluppo dei vari elementi narrativi, quanto nella gestione del ritmo. Si respira l’aria di un continente diverso, si sente l’eco di voci che hanno tanto bisogno di esprimersi. Emerge, scena dopo scena, la necessità di raccontare e raccontarsi. Una priorità assoluta, tanto al tavolo di gioco, quanto sullo schermo. Una necessità vissuta con una purezza unica, che coinvolge ed emoziona come forse non si fa quasi più di questi tempi: raccontare per costruire qualcosa – sia essa un mondo, un continente, uno sguardo o un abbraccio.

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Classe '94. Critico e copywriter di professione, creator per passione. Ha scritto e collaborato per diverse realtà di settore (FilmPost.it, Everyeye) con la speranza di raccontare il Cinema e la cultura pop per il resto della sua vita.