Ci sono tanti modi per raccontare il mondo in cui viviamo. Alcuni trovano facile farlo attraverso grandi iperboli, altri credono sia più opportuno sfruttare storie reali per riflettere pensieri più concreti. Non si tratta di un discorso di affidabilità, ma di contesto: se arrivare a più persone possibili è l’obiettivo finale, allora il mezzo fa la differenza. In questo senso, immaginare l’ennesimo biopic potrebbe far storcere il naso nel marasma degli enormi cataloghi dello streaming, ma Swiped rappresenta un caso curioso. Il film Hulu, diretto da Rachel Lee Goldenberg e disponibile su Disney+ dal 19 settembre, parte da una storia sorprendentemente poco nota per affrontare temi estremamente attuali.
La pellicola si concentra sull’ascesa di Whitney Wolfe Herd, cofondatrice di Tinder e creatrice di Bumble: una figura particolare del mondo tech e non solo, pioniera di un nuovo modo di intendere le relazioni o parziale responsabile del loro definitivo collasso. Punti di vista nell’abisso dei social media e del dating moderno. Quello che questa storia vuole raccontare, invece, è il marciume che colpisce gli ambienti di lavoro e gli uomini di potere. Tra misoginia e tensioni di vario genere, passando per problematiche ben più gravi come mobbing e bropriating (quando gli uomini preferiscono ”prendersi i meriti” ai danni di una donna), Swiped mostra soprattutto una realtà agghiacciante che è importante conoscere più a fondo.
Forse mancano gli spunti necessari a rendere l’analisi delle disparità e dei vari contesti davvero audace, ma la narrazione degli eventi riesce a offrire un primo sguardo (seppur approssimativo) a una vicenda “da film” – un’epopea genuina che mescola ascesa, rivalsa e ispirazione sociale.
Un biopic oltre le apparenze

Tralasciando le classiche dinamiche da biopic in cui la protagonista si ritrova a far carriera tra un ostacolo e l’altro, Swiped sfrutta soprattutto il carisma della sua protagonista per catturare l’attenzione. Lily James si conferma un’interprete estremamente attenta ai dettagli: la sua Whitney intrattiene quanto basta per portare la trama verso toni ben più cupi. Man mano che la narrazione prosegue e gli abusi si fanno più frequenti, emerge soprattutto l’importanza di farsi sentire in un mondo in cui è sempre più difficile trovare qualcuno disposto ad ascoltare. Uno degli elementi più intriganti su cui riflettere è la ricerca stilistica della Goldenberg, più che mai decisa a portare in scena il contrasto tra narrazione e prospettiva.
La narrative, per dirla all’americana, può distruggere o graziare una persona nel mondo digitale – e non è un caso che siano spesso gli uomini a dettare le condizioni dell’intero sistema. Nel mondo dell’esposizione costante non sembra esserci alternativa al giudizio esterno. In questo il film frena troppo la sua analisi, limitandosi a mostrare una sequela di fatti e ricostruzioni della storia di Whitney – con alcune soluzioni palesemente ispirate ad altre opere. Si parla tanto, si affrontano diversi temi, ma non si va mai abbastanza a fondo. Attirando lo spettatore con uno stratagemma sottile, la Goldenberg costruisce un racconto che vuole scardinare certi meccanismi senza avere il coraggio di affrontare faccia a faccia certe dinamiche narrative. Ciononostante, Swiped mantiene una solida coerenza d’insieme che permette al messaggio di passare senza troppe difficoltà in un’opera che si rivela quanto mai adatta alla trasmissione diretta in streaming.
Oltre Swiped: la realtà delle cose

C’è un particolare che in effetti può passare sotto traccia a una prima occhiata, ma che questa storia contribuisce a mettere in evidenza (folle che questo sia l’unico modo per farlo, visto che la diretta interessata è sotto nda): il mondo dell’high tech e delle grandi startup (in America, ma non solo) rispecchia peggio di molti altri settori un ambiente a quasi completo appannaggio maschile – con tutte le conseguenze che questo comporta. Basta guardarsi intorno per capire che i temi affrontati da questa pellicola potranno risuonare facilmente con diversi aspetti riscontrabili tanto nella workplace culture quanto nel mondo degli appuntamenti (e non solo online). Nonostante una sceneggiatura frettolosa, la Goldenberg riesce a rendere autentica una storia a cui moltissime donne potranno sentirsi vicine.
È come se, ispirato dalla voglia di presentare una sorta di eroina per una storia che merita di essere raccontata, Swiped perda l’occasione di aprire un vero dibattito sulle disuguaglianze. Al netto delle sue lacune, che probabilmente non hanno portato questa storia a raggiungere vette produttive più elevate, la cosa più interessante che Swiped riesce a fare è puntare i riflettori su una zona d’ombra – porre l’attenzione su una voce diversa per raccontare dinamiche che non abbiamo il coraggio di affrontare nel modo giusto. Lo fa con qualche aiutino (forse giocando un po’ troppo con le prospettive che critica), ma non esagera: i fatti prevalgono sulla scena, la realtà opprimente prevale sulla finzione – ed è qui che si conferma una presa di posizione chiara e diretta.



