C’è sempre un particolare fascino per le storie che prevedono un allievo e un mentore dove, in special modo, proprio la figura del mentore, dell’anziano che ispira saggezza ed esperienza, fa crescere un’innata curiosità: qual è la storia di quel personaggio nel suo passato?

LaRusso con maestro Miyagi o anche Luke e Yoda, questi sono solo due esempi di quelli facili, per capire la portata di tale interesse. Poi il genio creativo o la voglia di esplorare ci ha regalato la trilogia prequel di Star Wars, o anche Cobra Kai dove siamo andati a scoprire proprio queste storie, ma se la figura del mentore viene plasmata attorno a una vecchia icona che ha ancora voglia di ruggire?

Splinter Cell: Deathwatch, un vero sequel

Sam Fisher e McKenna in Splinter Cell Deathwatch
Sam Fisher e McKenna in Splinter Cell Deathwatch – ©Netflix

Parliamo di Splinter Cell, parliamo di Sam Fisher, parliamo di una vera e propria icona videoludica che per circa dieci anni è riuscita a far brillare Ubisoft come mai prima d’ora. Da molti considerato una sorta di “rivale” di Metal Gear Solid, almeno nella modalità in cui le gesta della super spia Sam Fisher erano costruite attorno l’infiltrazione, i complotti geopolitici, i terroristi da smascherare (e fermare) e lo stealth puro, dove il buio era la nostra arma preferita.

Poi, dopo Splinter Cell Blacklist, il nulla. Il franchise ha sempre faticato a rinnovarsi dopo i primi tre capitoli e la stessa struttura di gioco ha chiuso il personaggio di Sam Fisher in un contesto difficilmente rinnovabile. Ubisoft dunque optò per il silenzio, bloccando il franchise a tempo indeterminato.

Deathwatch, in tal senso, si fa carico di un peso importante: essere un sequel a tutti gli effetti della storia di Sam Fisher, mostrandoci la sua vita in esilio in Polonia. Sam è ormai un uomo invecchiato, mite, silenzioso, che viene gettato nella più classica balia degli eventi (dunque ancora 4th Echelon, Grimsdottir e il vecchio visore verde).

Non sono gli anni amore, sono i chilometri

Lo storico visore di Splinter Cell Deathwatch
Lo storico visore di Splinter Cell Deathwatch – ©Netflix

Delle otto puntate da circa venti minuti ognuna emerge una storia decisamente diverse da quella cui il franchise ci ha abituati. Più Europea e rurale, sempre piena di misteri – ma sempre molto basilari e scritti con grande semplicità – dove emerge il grande scontro/confronto tra il vecchio (Sam Fisher) e il nuovo (Zinnia McKenna), con quest’ultimo a incarnare la ferocia viscerale fuori dal controllo dell’esperienza.

Una Sam Fisher giovanissima che deve ancora prendere le distanze e dimestichezza con questo lavoro, dove lasciare a casa le emozioni per muoversi sul sottile filo di interessi globali e operazioni per il controllo di porzioni di economia globale.

In tutto ciò, c’è un po’ un odore già annusato ed è quello del rilancio di God of War, dove il Kratos barbuto, adulto e saggio fa i conti e rivedere la ferocia del passato in nuove generazioni di oggi. In tal senso la scelta di tenere fuori NSA, FBI o CIA da questa storia tende a regalare una cornice decisamente più intima e funzionale al ritorno.

Sam Fisher è tornato, ma ora?

Sam e McKenna in azione in Splinter Cell Deathwatch
Sam e McKenna in azione in Splinter Cell Deathwatch – ©Netflix

Al netto della qualità della serie, sicuramente ben al di sopra delle produzioni d’animazione della divisione di Ubisoft, c’è una tacita domanda che intercorre tra il prodotto e lo spettatore: posizionandosi come sequel, con un Sam Fisher vistosamente invecchiato, ma ancora la grinta e verve dell’azione, come può evolvere il franchise?

Sul fronte videoludico la domanda non ha risposta: di nuovi capitoli all’orizzonte non si vede neppure l’ombra e, se mai verranno realizzati, dovranno fare i conti con lo status d’età di Sam Fisher. Di sicuro c’è un cantiere aperto nella realizzazione di un remake del primo capitolo.

Sul fronte audiovisivo, volendo, le porte sono aperte e la sperimentazione permette di poter narrare molte più storie, anche più vicine a quelle di Deathwatch. Anche qui, tuttavia, il quesito è lo stesso: quanto può essere credibile l’agilità e la forza dell’eterno Sam Fisher anno dopo anno, capitolo dopo capitolo, capello bianco dopo capello bianco? Proprio per la sua aderenza a scenari politici e di terrorismo mondiale molto vicini alla realtà, anche la stessa espressione fisica di Sam Fisher deve adeguarsi a un racconto vicino al terreno e lontano dalla fantasia.

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Classe 1989. Gabriele Barducci scrive di Cinema e serie tv. Dal 2022 è responsabile dell'area videogiochi di ScreenWorld. Comincia a scrivere di Cinema e serie tv nel 2012 accompagnando gli studi in Scienze della Comunicazione presso l'università di Roma La Sapienza. Nel 2016 entra nella redazione di The Games Machine occupandosi anche di videogiochi, mentre dal 2017 è nello staff della rivista di cinema Nocturno.