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Ormai da qualche anno c’è una serie dal potenziale immenso che sta riuscendo a mantenere una qualità artistica e produttiva di altissimo livello: Slow Horses è tosta e serrata persino durante la sua realizzazione, con la squadra di Will Smith (non l’attore, ma lo showrunner) abituata a tenere alto il ritmo per far uscire nuovi episodi ogni anno. Arrivati alla quinta stagione, vedere ripagati gli sforzi della serie (almeno in parte) è già un’ottima notizia: lo show ha vinto un Emmy per la sua scrittura impeccabile, ottenendo ottimi riconoscimenti anche ai BAFTA. Non che ci volessero dei premi per capirlo: Slow Horses è una delle produzioni di punta di Apple TV+ e una delle migliori serie in circolazione – anche se la piattaforma resta di nicchia, almeno in Italia.

Ragionare attivamente sullo show assume quindi un’importanza cruciale, quantomeno per offrire maggiore spazio a uno show che merita davvero tutte le attenzioni. La serie tratta dai romanzi de La casa del pantano di Mick Herron ha un potere davvero speciale: tutto ciò che racconta è talmente vivido da sembrare perennemente attuale quando si abbatte sullo schermo. Un perfetto mix di azione e intrighi, con un carico di colpi di scena non indifferente, pronto a stupire anche i più scettici. Del resto, c’è poco da stupirsi quando si nota un titanico Gary Oldman a guidare l’intera operazione. La quinta stagione della serie trova meno sparatorie e più riflessioni sul mondo in cui viviamo, ma continua a offrire una miriade di spunti diversi anche quando sembra esserle rimasto poco altro da raccontare.

Un ulteriore passo in avanti

Jackson Lamb e i suoi ragazzi in Slow Horses
Jackson Lamb e i suoi ragazzi in Slow Horses – ©Apple TV+

Per una serie che ha il grande pregio di arrivare sempre al momento giusto, va detto che la banda scalmanata capitanata da Jackson Lamb non goda dello stesso talento. L’ossessione verso la rivalsa è ciò che rende davvero carica Slow Horses, tanto nella gestione narrativa, quanto in quella dei dialoghi. Nell’avvicinare gli agenti decaduti a situazioni sempre più ingombranti, la quinta stagione dello show tira dritto verso una satira del potere che si fa sempre più politica. In particolare, questi episodi mostrano la fragilità dell’uomo comune e quanto possa diventare comodo cercare le colpe in qualcun altro senza prendersi le proprie responsabilità.

Un approccio che parte dai personaggi per muoversi altrove, senza paura di portare in scena l’oblio delle coscienze. Anche quando le minacce si fanno più grandi, nulla sembra superare l’imponenza del personaggio interpretato da Gary Oldman, che anche con meno screen time riesce a dominare tutto e tutti. È un’opportunità da non lasciarsi scappare: slegarsi lentamente da un peso massimo per permettere alla narrazione di fluire con ancor più sicurezza. Missione compiuta, almeno per ora: Slow Horses abbraccia prospettive più intime per affrontare il significato di conseguenza, tanto nella pratica quanto nella percezione di chi subisce ciò che gli accade intorno.

Quale futuro ci attende?

Gary Oldman in una scena di Slow Horses
Gary Oldman in una scena di Slow Horses – ©Apple TV+

La bellezza di poter seguire una serie del genere sta anche nella possibilità di seguire ogni passo della sua crescita. Non è uno di quei casi in cui la produzione si adagia sul proprio successo, anzi: Smith e soci tengono alta l’asticella per mostrare quanto valga il peso dell’esperienza (su tutti i fronti). Andare avanti può fare paura, ma è sempre avanti che si deve guardare. E Slow Horses, come da copione, non ha alcun timore. Il cast rende gli sviluppi della narrazione ancor più intriganti: alcuni potrebbero non apprezzare la nuova piega degli eventi, ma è un prezzo da pagare per poter godere di una simile profondità concettuale ed espositiva.

La quinta stagione di Slow Horses è solo l’ultima tappa di un percorso di crescita già cominciato nelle precedenti puntate: dopo che la serie ha accettato di sentire davvero il peso emotivo dei propri personaggi, ora è il momento di chiedersi cosa comporta andare avanti. I dannati della Slough House devono necessariamente ragionare sulle loro vite, oltre che sulle loro carriere, facendo i conti con un mondo in preda al caos. Non servono giri di parole, neppure grandi forzature: quando l’autorialità riesce a raccontare il presente, trasformando lo smarrimento in tensione narrativa, il successo è assicurato.

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Classe '94. Critico e copywriter di professione, creator per passione. Ha scritto e collaborato per diverse realtà di settore (FilmPost.it, Everyeye) con la speranza di raccontare il Cinema e la cultura pop per il resto della sua vita.