X

In fondo Ghostface ci manca sempre. Ma è finalmente tornato, ancora una volta (la settima), e per l’occasione è tornato a inseguire la sua nemesi originale. In Scream 7, infatti, Neve Campbell torna al centro della scena, affiancata da Courteney Cox che, film dopo film, finisce per far rimpiangere la semplicità estetica dei primi capitoli e persino la Monica Geller di Friends – scusate, andava detto.

L’idea è riprendersi il franchise dopo la parentesi legata alle sorelle Carpenter e a Jenna Ortega – un corso che, va riconosciuto, funzionava bene, con un suo fascino e una sua ragione d’essere. Il risultato del settimo capitolo è un film che sa intrattenere e, quando vuole, sa anche spaventare e intorpidire, con jump scare calibrati e cesellati al millimetro. Scream 7 è costruito chiaramente per il cinema e per i fan, ma lascia addosso una sensazione difficile da ignorare: che si tratti di un capitolo di passaggio, più vicino a un contentino nostalgico che a un vero passo avanti per la saga.

Cosa ci dice il settimo e non ultimo capitolo della saga

INTRO SCREAM 7
Ghostface in una scena di Scream 7 – ©Eagle Pictures

La struttura resta quella che ci aspettiamo da Scream. C’è un’apertura succulenta, perfetta per lasciarsi andare a un bello spavento, con quella domanda che arriva subito dopo i loghi di produzione e quello della saga: vediamo che si sono inventati questa volta. Fare meglio della prima sequenza con Drew Barrymore è impossibile, però qui restano intatti il gusto per il ritmo, il gioco con il pubblico e la voglia di riportare tutto alle coordinate classiche, filtrandole però attraverso le nuove tecnologie.

Si riparte dalle origini e dai luoghi simbolici, dal mito che continua a nutrirsi di sé stesso, dall’ossessione collettiva per le regole dell’horror e per le maschere che si tramandano da villain a villain. Sidney, ormai adulta e lontana da Woodsboro, prova a difendere una normalità che Scream ci ha sempre insegnato a considerare fragile, ed è proprio lì che il film colpisce. Ghostface non torna soltanto per uccidere, torna per toccare il punto più scoperto, quello che Sidney avrebbe voluto proteggere più di ogni altra cosa: sua figlia Tatum.

Il tocco di Williamson

Sidney Prescott in Scream7
Sidney Prescott in una scena di Scream 7 – ©Eagle Pictures

Dove il film convince davvero è nella messa in scena. La regia di Kevin Williamson regala alcune sequenze sorprendentemente curate, con un gusto per l’inquadratura che trasforma l’orrore in immagine da contemplare prima ancora che in shock. C’è una bellezza visiva che rispetto al passato, ove questo aspetto restava più in sordina, emerge con decisione e diventa parte del piacere del film. Le sequenze iniziali hanno un impatto quasi rituale, come se la pellicola volesse dichiarare subito la propria intenzione di riaccendere il mito.

È un colpo d’occhio potente, quasi un’icona, che riporta Scream alla sua natura di leggenda nera più che di semplice giallo tutto giocato sul dubbio di chi sia l’assassino. Nei momenti più concitati, Scream 7 trova un’identità più autoriale di quanto ci si aspetterebbe e ricorda che questa saga sa ancora essere cinema, non solo prodotto. Il problema è che, finita la bellezza di alcune immagini, al film resta troppo poco da dire. Scream non è mai stato soltanto uno slasher, ma un modo di commentare il genere mentre lo metteva in scena, di stare un passo avanti rispetto allo spettatore e alle sue aspettative. Anche quando inciampava, provava comunque a cambiare pelle, a restare agganciato al presente, a trovare un gancio nuovo.

Qui invece l’impressione è che si guardi troppo indietro. Sembra quasi un racconto del 1996, solo che il 1996 è finito trent’anni fa. Ci sono spunti interessanti che affiorano e poi si sfilacciano, dal trauma generazionale alla morbosità del true crime, fino all’idea della tecnologia come maschera contemporanea, ma spesso restano promesse più che temi. Sono elementi utili a fare atmosfera e a sapere di Scream, senza diventare davvero motore narrativo. Il paradosso è che il film sembra sapere benissimo quali tasti premere, ma non decide cosa farci davvero. Ti restituisce l’eco di un discorso, non il discorso. Ti offre una cornice elegante, ma non sempre un quadro completo.

L’identità di Ghostface nella confusione del franchise

Matthew Lillard è Stu Macher in Scream
Matthew Lillard è Stu Macher in Scream – ©CG Group

Scream 7 è indeciso su cosa vuole essere. Vorrebbe rilanciare Sidney, vorrebbe tenere aperta una porta per il futuro, vorrebbe essere una lettera d’amore al passato. Nel tentativo di tenere insieme tutto, finisce per risultare leggero nella sostanza (non nel tono, perché va benissimo che non si prenda troppo sul serio). Il punto è che il film somiglia a un fan service ben confezionato, godibile e spesso efficace, un po’ come l’ultimo Spider-Man, ma senza una storia davvero forte che regga il peso di ciò che sta evocando.

E qui sta il rimpianto. Perché i primi sei Scream, pur con alti e bassi, avevano sempre una scintilla, un’idea, una piccola invenzione capace di spostare il discorso più avanti. In questo settimo capitolo, invece, sembra che le pile e le idee stiano finendo. Il coltello è ancora affilato e le sequenze migliori sono davvero notevoli, ma la sensazione è che Ghostface non abbia più la stessa urgenza, non abbia più un motivo che bruci davvero sotto la maschera.

Difficilmente Scream 7 verrà ricordato come uno dei capitoli fondamentali. Più probabilmente resterà un episodio minore, non odiato e anzi facilmente riguardabile, però non davvero necessario. Scream 7 si guarda, si gode, fa felici i fan e in sala funziona, perché è pensato per il pubblico e per l’esperienza collettiva. Ma non riesce a far sentire che la saga stia andando da qualche parte – e per una serie che ha sempre vissuto di invenzione e di sorprese, questa è la cosa che fa più paura di tutte.

Condividi.

Nicola Bartucca (Latina, 19 agosto 1996), graphic designer e copywriter nel settore pubblicitario, affianca da sempre al lavoro creativo una profonda passione per il cinema e la narrativa, in tutte le loro forme e declinazioni. Ha frequentato la Molly Bloom Academy di Roma e collabora con Schermi Magazine e ScreenWorld, occupandosi di cinema e cultura pop. "A occhi aperti" è il suo esordio letterario, una raccolta di racconti ambientati negli Stati Uniti, in uscita a marzo 2026 con Edizioni La Serra.