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Ci si aspettava tanto dal nuovo progetto di Vince Gilligan, eppure pochi avrebbero immaginato un risultato simile. La sua nuova creatura, ambigua ancora oggi che si è mostrata per un’intera stagione, è una produzione che va osservata con attenzione. Pluribus non ha alcuna intenzione di ambire ai grandi palcoscenici, ma di raggiungere il cuore delle menti più attente. Una piena maturità, quella dell’autore di Breaking Bad e Better Call Saul, che attinge dal passato per battere nuove strade. In Pluribus c’è quell’approccio alla narrazione che aveva segnato gli anni dell’ascesa per Gilligan ai tempi di X-Files, ma c’è soprattutto la cura maniacale per l’evoluzione di un contesto complesso come quello di un mondo colpito dalla distopia più aberrante.

Non si potrebbe definire pienamente fantascienza, forse (soprattutto per come affronta lo sviluppo dei suoi personaggi), ma la coerenza è quella. Un universo che sa già come comportarsi e come mostrarsi agli occhi di chi osserva permette di costruire storie davvero intriganti sin dall’inizio.

Gilligan non ha più bisogno di giocare, ma si diverte lo stesso con lo spettatore. Lo prende in giro con la sua ironia grottesca, stuzzica la sua sensibilità attraverso idiosincrasie e contraddizioni fin troppo comuni, poi riversa talmente tanto contenuto da trasformare il proprio parco giochi in una rigorosa analisi esistenzialista. Conoscere Carol diventa un’avventura da condividere, ma col passare degli episodi diventa soprattutto un modo per osservare con più attenzione chi sta dall’altra parte. Pluribus potrà anche piacere meno rispetto alle precedenti opere di Vince Gilligan, ma è uno di quei rari casi in cui una serie ci permette di capire meglio dove stiamo andando.

Il (non) mondo di Carol

Rhea Seehorn in una scena di Pluribus
Rhea Seehorn in una scena di Pluribus – ©Apple TV+

Il fatto che ci sia una minaccia più grande non è neppure il focus della serie. Il concetto stesso di felicità e passività collettiva diventa il centro di un dialogo ben più profondo e sottile sul senso di individualità nel mondo moderno. Rhea Seehorn, finalmente al centro della scena per dominarla dall’inizio alla fine, è una protagonista a dir poco sgradevole – eppure funziona alla grande come opposizione a questa coscienza alveare che domina il mondo di Pluribus. Il ruolo è tutt’altro che banale, perché richiede interazioni e reazioni costantemente al limite, ma non ci sorprende: parliamo di un’attrice abbastanza capace da reggere il peso dello schermo con le sue sole forze – forte di un’indipendenza pura nella caratterizzazione di un personaggio cucitole addosso e pregno di influenze dal suo background comico.

Pluribus non avrà l’ambizione di competere con chissà quali aspettative da parte degli spettatori, ma il mondo di Carol punta in alto, a quelle serie come Lost e Severance che tanto hanno insegnato nel corso degli anni. Lo fa pur con la consapevolezza di essere “pesante”, poco pop per il contesto seriale in cui ci troviamo, forse persino un po’ respingente. Ma se funziona è perché è sorretta da chi sa perfettamente come fare questo lavoro. Vince Gilligan ha creato un’opera dal potenziale enorme – e ci ha solo mostrato la punta dell’iceberg: dentro Pluribus si potrebbe riflettere sull’omologazione, come dicono in molti, ma è di gran lunga più interessante osservare la percezione del sé in relazione all’altro.

Cosa succede quando quell’altro è completamente annichilito? Dove finisce la natura umana quando non c’è altro al di fuori del sé cosciente? Non ci sono risposte semplici a questi quesiti, ma riflessioni intriganti che emergono puntata dopo puntata.

Il paradosso della coscienza

Una scena di Pluribus
Una scena di Pluribus – ©Apple TV+

Nella sua parabola apparentemente intimista, poi universale, Pluribus emerge prima di tutto come opera magna su Vince Gilligan, sul suo modo di raccontare storie e su quella consapevolezza che oggi lo posiziona una spanna sopra gli altri. Pochi autori al mondo sono capaci di unire riflessioni sulla società civile, critiche affilate alle derive del sistema e avventure capaci di intrattenere (o di coinvolgere) senza compromessi. Non c’è l’ossessione in Carol, ma torna la perseveranza. Quella stessa perseveranza che ha reso grandi Breaking Bad e Better Call Saul. L’obiettivo è all’orizzonte, basta impegnarsi abbastanza per raggiungerlo – anche se sembra folle o impossibile. Tutto pur di non cedere. Come se ci fosse un piacere morboso nello sguazzare in un mare di difficoltà, con a disposizione neppure un salvagente.

Una presa di posizione, qualora ce ne fosse bisogno, che conferma aspirazioni e libertà creative. Pluribus ha tutto quel che serve per diventare la serie più potente degli ultimi tempi, a patto che riesca a mantenere la rotta sulla stessa scia di Severance. La sua riflessione può dirci ancora molto del mondo in cui viviamo, abbracciando anche digressioni sulla tecnologia e sulla società digitale accecata dall’accettazione altrui. C’è spazio di manovra, una tela dipinta in minima parte. Mancano ancora molti punti da unire. L’attesa sarà più grande adesso, ma per un’opera umana come quella di Pluribus vale la pena aspettare.

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Classe '94. Critico e copywriter di professione, creator per passione. Ha scritto e collaborato per diverse realtà di settore (FilmPost.it, Everyeye) con la speranza di raccontare il Cinema e la cultura pop per il resto della sua vita.