“Non serve essere violenti per ferire un bambino”. Little Disasters comincia qui, da un assunto narrativo che s’infiltra e si insinua nelle fenditure psicologiche di una maternità osservata nel suo lento disfacimento – al microscopio di un catastrofico punto di collasso. Il giallo che guarnisce l’impianto della serie non è altro che un gioco di corrispondenze fra genitorialità e frane relazionali, dove a essere indagato è prima di tutto l’ideale sociale di donna, madre e moglie virtuosa. Aspettative severe e giudizi inflessibili calano dall’alto o da dentro su una fragilità neonatale osservata nei suoi deliri, assilli, dissociazioni e percezioni di straniamento.
Trasposizione dell’omonimo best seller di Sarah Vaughan, Little Disasters si serve del sospetto di maltrattamento infantile per edificare un ponte fra negligenza e abuso, etica e lealtà, privilegio e pressione sociale. Il dramma psicologico che ne deriva patologizza la competenza della protagonista nel suo ruolo di madre: prima sottoponendola alla spietatezza del tribunale collettivo e poi riformattandola con retroattiva sensibilità. Di quelle capaci di osservare l’isolamento, il senso di colpa e l’ansia educativa e di restituirne una rappresentazione clinica, ambigua e umanamente stratificata.
Le premesse volano più in alto della sua esecuzione, ma tutto sommato Little Disasters orbita con realismo su interessanti periferie introspettive – prima di banalizzarsi con enfatiche e più comode polarizzazioni.
Su un precipizio di natura morale

A innescare il precipitoso sfaldarsi degli eventi è una questione morale, prima ancora che medica. Quando Jess (Diane Kruger) si presenta in ospedale con un’ inspiegabile frattura cranica ai danni di sua figlia Betsy, la sua dottoressa nonché amica Liz (Jo Joyner) si trova di fronte a un bivio. L’atteggiamento evasivo, incoerente ed esitante di Jess è incapace di fornire un chiarimento credibile alla gravità della lesione recata alla bambina. E là dove c’è violenza ma dubbio il protocollo facilita la scelta: è necessario l’intervento degli assistenti sociali. Il confine tra professionalità e amicizia viene tracciato come cerniera narrativa per il dispiegarsi della vicenda, spianando la strada a rivalità, accuse e implacabili sentenze.
Se l’idoneità genitoriale di Jess viene subito sottoposta a inchiesta, il verdetto sulla sua eventuale colpevolezza è lasciato fermentare fino alla fine. Nel mezzo Little Disasters ricostruisce il perimetro della disgregazione familiare speculando su presunte spirali violente (prima accennate, poi accantonate a favore di differenti piste interpretative). Il che non è un male di per sé, ma lo è nel modo in cui sul finale disattende l’ambiguità morale fino ad allora finemente ingaggiata.
Quello che la serie intende fare, infatti, è esaminare con sobrietà l’esperienza delicata e articolata della maternità a partire dai silenzi, dal suo senso di solitudine e di vergogna, dalle innumerevoli forme di inadeguatezza con cui si può presentare. Il quartetto di amiche protagoniste si era incontrato dieci anni prima durante il medesimo corso preparto e da lì non si era più allontanato. Si era allestito, invece, come spazio di ascolto, riconoscimento e normalizzazione di uno stato identitario mobile e difficilmente comprensibile o condivisibile altrove.
Un incubo in pochi atti

Se già il corso prenatale aveva spalancato una finestra illustrativa sulle particolarità caratterizzanti di ciascuna individualità e rispettiva tensione affettiva, gli anni a venire ne avevano evidenziato urti e zone d’ombra – fino ad arrivare al fatale incidente di Betsy. Nella specifica connotazione domestica che fa da cornice alla storia, ossia quella dell’upper class londinese, Little Disasters mette in scena una valanga di casualità, reazioni e voragini a catena che si squarciano su tutti i nuclei familiari interconnessi nella storia. Accende, cioè, un potenziale già molto esplosivo di per sé.
Le affinità caratteriali orientano i poli relazionali della vicenda, ma è poi uno sguardo intrusivo e carico di pregresso a decodificare e deformare l’andamento dei rapporti. Frustrazioni, insicurezze, invidie e gelosie si mescolano alla reciproca solidarietà intralciando la ricerca di verità e contaminandola di interessi e condizionamenti personali. Così ogni posa, gesto e comportamento viene inserito dentro un codice interpretativo proprio o familiare, contribuendo a rendere la coralità avvincente e non banale, accogliente ma competitiva nella sua alterazione prospettica. Ogni verità è vera e falsificata a modo suo, insieme e incompatibilmente: quello di Little Disasters diventa un compendio umano variegato, spesso lacerato da strappi di natura educativa e identitaria.
In tal senso la serie incalza le sue figure femminili, penetrando con lucidità nelle ambivalenze stigmatizzanti dei vicendevoli giudizi. Nel farlo si avvale di una protagonista ruvida, impenetrabile e di certo poco idonea a un’assimilazione empatica. Ed e proprio così che porta a galla gli aspetti meno piacenti e luminescenti della psicologia materna: somministrando al pubblico le ombre spigolose della depressione postnatale – ma anche le censure dolorose sull’infertilità, la fecondazione assistita, il distacco coniugale e tutte le assillanti crepe emozionali derivanti da un momento della vita tutt’altro che banale.
Quando un passo falso si rivela fatale

L’idillio perfetto di vite privilegiate salta al saltare della loro regina, si disfa al graduale demitizzarsi della madre-modello Jess. E rivela con quanto poco si possa smantellare l’apparenza di una vita perfetta, quando disattenzioni simili in circostanze diverse conducono a pesi e conseguenze differenti. Little Disasters è abilissima a soggiornare proprio nel mezzo di queste sfumature, generando incertezza e rafforzando tensione.
Regia, montaggio e interpretazioni misurate contrappuntano la conformazione disturbante di una serie che contrappone l’estetismo stilistico all’allucinazione psicologica, asciugando il pathos con performance essenziali e convincenti. Eppure altrove si priva d’efficacia, soprattutto quando slitta verso direzioni espressive utili ma pigre e non sempre allineate alla restante finalità comunicativa (il mockumentary in questo senso disarmonizza la voce d’insieme).
Si potrebbe dire che Little Disasters sappia combinare intrattenimento e introspezione: ma se serialmente guadagna conformità, drammaticamente ne esce impoverita – fin troppo sacrificata sul versante che più la rendeva realistica e sensibile, oltre che pura esperienza ricreativa.
