L’ultima fatica di Julian Schnabel, tratta dal romanzo di Nick Tosches del 2002, su Netflix dal 24 giugno, è un viaggio follemente ambizioso e per certi versi grottesco che si muove a cavallo di due epoche molto lontane tra di loro: il XIV secolo e i primi anni del XXI. Con una durata di due ore e quaranta minuti, La mano di Dante alterna costantemente passato e presente, sfidando ogni tipo di convenzione.
Da un lato, il Medioevo: un mondo saturo di colori, ombre e mistero, dove Dante è impegnato a lavorare su La Divina Commedia. Il regista racconta questo universo con ricchezza artistica pittorica che ricorda il barocco, restituendo allo spettatore un senso di deformazione e magnificenza. Dall’altro, l’oggi: un bianco e nero glaciale, quasi spettrale, che cattura la decadenza e i pericoli di una contemporaneità immersa da criminalità ed inganni. La scelta cromatica è un gesto consapevole, un ponte emotivo tra la libertà artistica dell’anima medievale e le ombre del nostro presente.
Una storia tra passato e presente

La storia segue quella di Nick Tosches, uno scrittore dei primi anni Duemila, un secolo cupo e piuttosto violento, che si ritrova intrappolato in una New York dominata da criminali spietati, disposti a tutto pur di entrare in possesso del bottino più prezioso: un misterioso manoscritto de La Divina Commedia dantesca. In crisi e consunto dalla vita, Nick accetta l’incarico di autenticare il documento per conto di un enigmatico collezionista d’arte (John Malkovich).
Il manoscritto, trafugato dalla Biblioteca Vaticana da un ecclesiastico corrotto (Paolo Bonacelli), è finito nelle mani di don Lecco (Franco Nero), il potente capo di una famiglia mafiosa di Palermo, come simbolo di riconoscenza per favori passati. Ma il prezzo di questo tesoro è molto alto e la vita stessa di Nick è costantemente in pericolo perché pedinato da un sicario.
Il film palleggia tra passato e presente, immergendo lo spettatore in un affascinante studio sulla genesi dell’opera fantastica di Dante, esplorando la devozione, la fatica, le luci e le ombre che ne hanno segnato la creazione. Dai misteriosi e silenziosi scrigni vaticani alle polverose biblioteche medievali, il racconto si muove velocemente tra le strade claustrofobiche newyorkesi, ormai prossima a vivere la tragedia degli attentati dell’11 settembre, in una spirale di tensione che unisce storia e contemporaneità, sacro e profano, vita e morte.
Cast stellare: da Oscar Isaac a Sabrina Impacciatore

La mano di Dante è un film complesso e impegnativo. Il primo grande elogio va al direttore della fotografia Roman Vasyanov, autore di immagini di straordinaria bellezza che catturano con arguzia e sensibilità sia le atmosfere cupe della New York moderna sia le suggestioni dell’Italia trecentesca. A rendere l’esperienza più preziosa ci pensa la colonna sonora di Benjamin Clementine, che raggiunge il punto più alto nel toccante atto finale al pianoforte.
Il cast, pur di altissimo livello, non riesce sempre a esprimere il meglio attraversando le due linee temporali. Oscar Isaac, nei panni di Nick nel presente e di Dante nel XIV secolo, offre una buona performance ma a tratti trattenuta. Gerard Butler e Louis Cantelmi si dimostrano piuttosto convincenti, mentre Gal Gadot e Jason Momoa, pur in ruoli centrali, risultano macchinosi e meno incisivi: lei come amante di Nick minacciata dalla mafia, lui come assassino avido legato alla storica Susanna Pulice, interpretata da una non brillantissima Sabrina Impacciatore.
Da menzionare anche le prove di John Malkovich nelle vesti di un boss mafioso newyorkese e di un sorprendente Martin Scorsese nel ruolo di “Isaia”, il mentore e confidente di Dante nel XIV secolo.
Un cinema audace (forse troppo)

La mano di Dante si configura come un viaggio interiore che intreccia numerose trame: dallo scontro tra Dante e Papa Bonifacio VIII, deciso a imprimere sullo il Marchio di Caino dopo un litigio, alla difficoltà dello scrittore nel trovare ispirazione in Gemma Donati, incapace di reggere il confronto con il primo grande amore Beatrice. Questa linea narrativa si mescola costantemente con una componente moderna e visivamente “gialla”, che prova a rendere la pellicola più contemporanea.
La scelta dei flashback, utilizzati per raccontare due storie parallele e alternare epoche differenti, è apprezzabile, perché manifesta tutta l’originalità e l’audacia di Schnabel, anche se le quasi tre ore di durata finiscono per risultare piatte. Questo perché al film manca un vero guizzo capace di dare ritmo ed enfasi al racconto. Nonostante la cura per i dettagli, la trama non decolla mai del tutto, soprattutto una volta che la componente criminale esce di scena quasi completamente. I pensieri interiori di Nick risultano interessanti e stimolanti, ma non riescono a offrire un commento incisivo sul mondo dell’arte odierna. Anche la sottotrama romantica è poco incisiva, apparendo debole e priva di emozioni, soprattutto nella parte ambientata nel XIV secolo.
In conclusione, La mano di Dante si lascia apprezzare per alcune scelte stilistiche e per certi momenti comici, capaci di spezzare la linearità. Tuttavia, il film resta lento, a tratti artificiosamente tedioso ed esageratamente compiaciuto della propria struttura, con un eccesso di flashback che spezzano troppo la narrazione senza offrire un contesto significativo.
