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Stephen King ci ha insegnato che l’orrore si nasconde nei risvolti del reale, nelle illusioni che crea la nostra mente e che a volte dimentichiamo, o più salvificamente mascheriamo per non cedere alla metà oscura. Una radice orrorifica specifica, quella del romanziere americano, che ha influenzato più di una generazione, formando anche autori che successivamente hanno appreso la sua lezione – specialmente quella delle short stories – per giocare con la percezione del lettore. Nottin Insonni: Undici Fumetti Spaventosi è un’antologia con cui Adam Ellis ci graffia l’anima.

Sfogliando rapidamente Notti Insonni, si potrebbe rimanere ingannati dalla sensazione di trovarsi davanti a un horror contenuto sullo stile Piccoli Brividi, spingendoci a vederlo come una lettura adatto a un pubblico adolescenziale. Andare oltre questo primo impatto è essenziale, perché Ellis non mira a mettersi in competizione con maestri dell’orrore come King o Lovecraft, non cerca una fascinazione per il male o una paura cosmica, ma scava nel quotidiano.

Notti Insonni: il potere della sintesi

Notti Insonni
Notti Insonni

Lo ammette l’autore stesso nelle piccole post-fazioni che seguono ogni racconto, in cui Ellis racconta la genesi del racconto. Emerge un vissuto inteso, una voglia di mettere su carta tramite l’allegoria della storia horror spaccati di viva, quasi una terapia per esorcizzare paure concreta – come nel caso di Viola Bloom – o di rielaborare concetti appena scalfiti dandogli maggior corpo, come insegna Pellicina. Oppure di aperta critica, come l’ispirazione di Murder Party, che punta il dito sul true crime come fonte di un pericoloso intorbidimento collettivo

E non è un caso che gli undici racconti di Notti Insonni non vedono protagonisti corali, ma sempre un’unica voce, un’unica vittima. Che si tratti di scoprire un segreto familiare come in Io ed Evangeline alla fattoria o sondare i misteri di una sit-com in Better Kate Than Never, Ellis si affida a una narrazione che costruisce situazioni con cui poi spiazzare il lettore, riesce a non forzare la mano esagerando con scenari eccessivamente crudi per fondare tutto sulla stretta emotiva.

Questa sua abilità nel condensare nel tempo di una short story mondi emotivamente coinvolgenti è frutto dell’esperienza matura nel mondo social, dove le sue strips umoristiche prima e poi il suo Dear David hanno messo in evidenza questa sua capacità di sintesi. Una capacità che ben concilia con il racconto horror, condensando emotività e jump scares evitando di sovrastimolare il lettore arrivando a un finale poco incisivo.

L’orrore è invisibile agli occhi

Notti Insonni
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Ellis cerca questa sua cifra narrativa lasciandosi suggestionare dal folklore moderno, dai creepy pasta e dalle leggende urbane, intrecciandole a ruvide esperienze personali e accogliendo il ritorno emotivo dei suoi lettori digitali. Condensando questi orrori quotidiano, Ellis crea una narrativa del contrasto, contrappone l’apparente irrealtà degli eventi con la sensazione che siano al contrario incredibilmente reali, come se fossimo tutti dei potenziali protagonisti delle sue visioni.

E ci riesce mettendo al centro del pericolo le nostre sicurezze, che siano i ricordi o luoghi considerati sicuri, ma che diventano al contrario il teatro di queste sue storie. Difficile comprendere l’origine dell’orrore di Ellis, che non si concentra su un elemento scatenante me sembra invece inserire i malcapitati protagonisti in situazioni casuali, come fossero vittime designate.

Innegabile che il costrutto emotivo di Ellis esca galvanizzato dalla sua interpretazione visiva. Estremamente semplice, a tratti cartoonistico, Ellis illude con un tratto pulito ed estremamente espressivo – specialmente nei volti – trasmettendo un’ingannevole sensazione di normalità, salvo poi stupire con colpi di scena ad effetto – mirabilmente giocati sui volta pagina – che vivono all’interno della dinamicità delle gabbie.

Il colore della paura

Notti Insonni
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Nuovamente, sembra che l’esperienza sul formato digitale sia servito a Ellis anche per formarsi uno stile proprio in termini di costruzione del percorso visivo, con una padronanza del racconto visivo tutt’altro che scontata. Si percepisce la chiarezza della visione di Ellis anche nell’utilizzo della palette cromatica, che non rimane piatta, ma si evolve a seconda delle necessità, passando da un ritratto in grigi smorti e tinte fredde per il ritratto del vissuto quotidiano, a slanci più vividi quando subentra il paranormale.

Un tocco che rende ancora più appassionanti storie in cui l’elemento cromatico è centrale, come in Fiocco Verde, o dove la contrapposizione di ombre e chiaroscuri è essenziale. Quasi un eco del suo approccio alle storie, che culminano con finale di grande impatto che lasciano una sensazione di voluta instabilità al lettore, che non ricordano una delle lezioni di Ellis

“Non tutte le domane hanno risposta. Alcune storie non hanno un finale.”

Eppure questi undici racconti hanno un finale, sempre, e forse l’orrore è scoprire che quel finale potrebbe vederci come protagonisti.

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Classe '81, da sempre appassionato di pop culture, con particolare passione per il mondo dei comics e la fantascienza. Dal 2015 condivide queste sue passioni collaborando con diverse testate, online e cartacee. Entra nella squadra di ScreenWorld come responsabile dell'area editoria con una precisa idea: raccontare il mondo del fumetto da una nuova prospettiva