Forse non c’era altro modo per portare avanti Gen V. Lo spin-off di The Boys era riuscito a stupire con una partenza sorprendente, ma al momento della conferma si è dovuto adattare a un dramma impensabile. La scomparsa di Chance Perdomo, uno dei membri principali del cast (deceduto durante le fasi cruciali della produzione di questi nuovi episodi), poteva facilmente segnare il destino di uno show a cui non resta molto tempo per dimostrare il suo ardore. Gli showrunner hanno così trovato una buona ragione per riscrivere le puntate da cima a fondo, tenendo sicuramente fede ad alcuni elementi chiave ma ricontestualizzandoli in una seconda season che diventa a tutti gli effetti un’ode alla perdita – e soprattutto al perdono.
La presenza di Andre (e di Chance con lui) riecheggia in ogni episodio – a tratti ingombrante, a tratti salvifica: gli autori non brillano certo con spunti per trame assai complesse, ma riescono ad approfondire una serie young adult che può dire molto sull’America e sull’importanza che diamo a chi ci sta accanto. Restare coerenti a se stessi, dando peso e valore a ciò che ci cambia per sempre. Una scelta coraggiosa e nobile, che contestualizza la perdita per riprendere le fila del racconto con maggior sicurezza. I nuovi episodi di Gen V non avrebbero molto senso senza il legame diretto con l’atteso finale di The Boys, eppure è proprio attraverso il racconto della perdita che i personaggi trovano spazio per crescere davvero – forse senza grandi sorprese, ma con la giusta empatia.
Resistere al vuoto

Tornando al centro delle vicende, con i protagonisti impegnati a liberarsi dal controllo della Godolkin University (e della Vought, di conseguenza), Gen V dimostra di non aver perso neppure il suo spirito: la seconda stagione offre ancora ottimi spunti di messa in scena, costruisce l’intreccio con la consapevolezza di chi può finalmente attingere dalla storyline principale (anche con qualche cameo) e sfrutta il proprio budget per intrattenere come si deve. Non c’è paura di sbagliare, anche perché la strada sembra inevitabilmente tracciata, ma c’è spazio per poter scavare più a fondo nei personaggi e offrire qualche guizzo che renda più curiose certe dinamiche ancora senza risposta nel mondo creato da Kripke e soci.
Sarebbe assurdo non percepire il peso di una scrittura riadattata su una tragedia imprevedibile, ma Gen V cerca in ogni modo possibile di rendere le cose meno pesanti sia all’interno che all’esterno dello show. Emerge così un forte senso di risolutezza, quasi di pretesa a reagire: in un mondo sempre più diviso e oppresso, non fare nulla equivale a essere colpevoli – ed è qualcosa con cui tutti devono fare i conti. La gestione delle vicende può lasciare a desiderare se si hanno troppe pretese sullo show, ma anche quando i personaggi sembrano brancolare nel buio senza una direzione ben chiara (o con certe forzature) non si arriva mai a perdere la coerenza d’insieme. Tutt’altro: col passare delle puntate, si percepisce ancor più forte il peso di una presenza che tutto osserva e tutto giudica.
Lo si sente nell’aria, subdolo e vagante, quel male tentatore pronto a convincere il mondo che non ci sia aspettativa di grandezza senza potere.
God F****n U

Al di là dei suoi super ragazzi con super problemi, il più grande pregio dello show resta la sua capacità di riflettere dubbi e paure di un’America sempre più cupa e incerta. Si tratta di una serie (s)fortunatamente azzeccata nel tempismo, sia per i temi sociali che tratta, sia per la presa che può fare sui giovani in un momento di assoluto caos comunicativo. Il fatto che rimanga tutto sottinteso, quantomeno nei temi di protesta, lascia intendere che il messaggio e l’obiettivo siano ben più grandi del semplice contesto: l’università che guarda all’irraggiungibile Homelander riflette alla distanza gli sforzi di chi protesta ogni giorno contro governanti sempre più distaccati da chi dovrebbero rappresentare.
La Godolkin, ora più che mai, diventa lo specchio di un paese in cui comunicare, trovare un aggancio diretto con lo status quo, sembra impossibile al di fuori di certe logiche: ogni opposizione è soffocata e qualsiasi voce esterna viene facilmente inghiottita o rigurgitata dalla macchina del potere. Così resistere non diventa solo un monito, ma un dovere: un messaggio forte e chiaro che riverbera attraverso le icone dello show e va ben oltre lo schermo. In un mondo in cui l’oppressione sembra non conoscere limiti, specie in questi giorni in cui si parla tanto di freedom of speech, progetti come Gen V possono assumere un ruolo ancor più importante rispetto alla loro portata iniziale. Uno stimolo costante che possa portare gli spettatori a scrutare con maggior attenzione una realtà mai così vicina a diventare concreta.



