Il progetto di Alien: Pianeta Terra era stato accolto con molta titubanza dai fan del franchise. Neppure l’annuncio di un autore come Noah Hawley era bastato a fugare i dubbi, eppure FX e Ridley Scott non ne hanno avuti neanche per un istante. A giudicare dal successo dello show (soprattutto oltreoceano), hanno avuto ragione loro. Sarebbe troppo facile, però, parlare bene di Alien: Earth soltanto perché sta piacendo parecchio. La serie in streaming su Disney+ è una creatura particolare, aliena non a caso rispetto alle propagazioni della saga: è uno show che sembra coltivare l’interesse per il mitologico, ma che apprezza l’azione e l’intrigo.
I primi episodi fanno immediatamente sentire il sapore di un Alien diverso, ma al contempo familiare – un connubio che, almeno inizialmente, incuriosisce quanto basta per spingere ad andare avanti. Non ci vuole molto a capirlo: la fantascienza di Alien: Earth è talmente pura nelle sue intenzioni da allontanarsi quasi del tutto dagli xenomorfi di Giger. Allora qual è il senso di un prodotto del genere? In realtà gli elementi per costruire un drama televisivo intorno al contesto sci-fi di Alien c’erano davvero tutti: Hawley ha avuto l’ardire di creare un dialogo tra le opere più iconiche di Scott nella Terra futuristica della serie.
A un paio d’anni di distanza dal primo Alien, il 2120 vede un mondo che strizza l’occhio a Blade Runner trovarsi faccia a faccia con la minaccia xenomorfica. La Wayland-Yutani e altre corporation si danno battaglia per il predominio mentre umani, sintetici e cyborg devono fare i conti con l’orrore venuto dallo spazio. Le intenzioni sono palesi: offrire una grande produzione dal sapore classico, ma dallo stile moderno. Un’operazione decisamente riuscita dal punto di vista commerciale, ma troppo problematica per convincere davvero.
Fumo negli occhi

Non è un’esagerazione dettata dal fandom: quello che in Alien: Pianeta Terra doveva essere l’orrore più grande è presto relegato a mero elemento narrativo. L’icona dello xenomorfo rappresenta una minaccia soltanto apparente: il vero male è rappresentato dagli uomini e per Hawley diventa fondamentale sfruttare Alien per parlare di problemi molto vicini alla realtà che ci circonda. Un mondo che cambia grazie (e per colpa) di geni tanto visionari quanto machiavellici, dove il progresso è un’ossessione e il capitalismo talmente superato da sembrare utopia. In questo contesto, lo showrunner costruisce un dramma che punta a contenere l’orrore per mostrare una gelida morale: la Terra di domani è un abisso di anime perdute nel paradosso delle coscienze.
Alien: Earth ha il coraggio di osare, ma la sua voglia di emanciparsi è talmente predominante da compromettere la resa d’insieme. Ciò che è davvero difficile da comprendere è la contraddizione concettuale su cui poggia l’intero progetto. Hawley dimostra a più riprese di aver compreso a fondo il mito creato da Scott: non ha la presunzione di superarlo, ma è così sicuro dei propri mezzi da decostruirlo in ogni sua parte. Hawley è noto per essere un tessitore: le sue serie hanno trame complesse e intricate, simili ai meccanismi di un rompicapo che è difficile decifrare. Un approccio vincente in opere come Fargo, ma già critico in serie come Legion.
Croce e delizia di un autore di immenso talento, l’orizzontalità è da sempre il più grande problema di Hawley: nel tentativo di scavare a fondo in ogni sottotesto, lo showrunner perde di vista il senso profondo delle storie che vuole raccontare.
Destino avverso

Per quanto abbia migliorato la gestione narrativa nel corso degli anni, la struttura di questo Alien si rivela fin troppo fragile. A quei presupposti dal grande fascino che lasciavano ben sperare nei primi episodi si alternano presto dinamiche poco coerenti e soluzioni a dir poco spicciole che cozzano con le ambizioni di un’opera dichiaratamente autoriale. Nel rappresentare una fantascienza più pura, con il corpo che si fa centrale in un dialogo davvero intrigante sulle possibilità e i limiti umani, l’inserimento delle creature crea un cortocircuito anziché un’opportunità.
Chi ama la filosofia di Scott resterà quasi sicuramente deluso: la tela che accoglie la mitologia per elaborarne i contorni finisce per andare troppo oltre i confini che stabilisce, scadendo in una generale mediocrità che non può essere salvata da qualche sprazzo interessante. Hawley non riesce a tradurre questi elementi in sezioni intriganti per lo show: nonostante un cast pienamente all’altezza, non ha personaggi solidi su cui affidarsi – neppure un ottimo volto da copertina che può ancora cambiare il futuro della serie.
L’epopea di un mondo alla deriva si riduce così a una caotica odissea di bambini sperduti, costretti a subire la propria (dis)umanità in un mondo a un passo dall’oblio. Alien: Pianeta Terra ha ancora un futuro da scrivere sul piccolo schermo per cambiare le cose, ma al momento resta vittima eccelsa di una Terra che in fondo, finisce sempre per deludere.



