Immagina.

Sei in casa, al caldo, protetto da mura famigliari, mentre indossi una calda coperta accanto al camino. A pagina 54 del libro intitolato “Storia o leggenda? La nascita dei demoni” c’è un trafiletto dedicato a Oiwa. C’è silenzio nella stanza, un silenzio interrotto solo dal crepitio del fuoco, dal rumore della pioggia che s’infrange contro i vetri.
Lentamente, tuttavia, nasce in te il dubbio di non essere solo. Un fruscìo alle tue spalle ti spinge a voltarti di botto. Gli occhi si muovono veloci, ma non trovano nulla su cui posarsi. E una sensazione di disagio misto a smarrimento s’impossessa di mente e cuore.

Non è nulla, mi sarò impressionata\o“. Lo sguardo di nuovo a pagina 54, ti sforzi di scacciare via i pensieri, concentrato sull’accurata descrizione della donna. Poi, una goccia bagna la carta sottile. E il tepore lascia il posto ai sudori freddi.

Non è una lacrima, non stai piangendo… forse c’è una perdita? Lentamente, alzi il capo al soffitto, certo di trovare una qualche anomalia ad aspettarti. Eppure, con tua sorpresa, non vi sono mostri ad attenderti. Tiri un respiro di sollievo, mano sul cuore, testa bassa sul libro, mentre alle tue spalle due occhi vitrei ti osservano nel buio.
E un’altra goccia casca sul pavimento.

Niente jump-scare messi a caso, nessuna scena splatter degna di Lucio Fulci, nessun action alla Romero. Signori, quel che avete appena letto è un esempio lampante di horror giapponese (o J-horror), un genere narrativo nato nel periodo Edo e nutritosi nel tempo dei problemi socio-culturali del Giappone. Ricordate Sadako (volgarmente detta anche Samara) del terrificante The Ring?
Ecco, lei è l’archetipo della Water Dead Girl, protagonista di alcuni dei peggiori incubi: nostri e dei giapponesi. Non trovate, dunque, che i kaidan siano molto distanti dalle storie dell’orrore di stampo occidentale?

Maledetto sia tu e la tua stirpe

Mononoke, © crunchyroll
Mononoke, © crunchyroll

Come spiega uno studio accademico, per il pubblico giapponese “la morte e i morti sono essenziali quanto l’amore e il matrimonio lo sono per le tradizioni occidentali“. Questo perché le figure spettrali emergono da un contesto religioso animista. Difatti, lo Shintoismo crede che spiriti e “divinità” (i kami) abitino nei luoghi e negli oggetti di tutti i giorni, come i cosiddetti Tsukumogami (付喪神, divinità delle cose che hanno compiuto cento anni), o Yorishiro (依り代), o Shintai (神体). Non per forza, dunque, spiriti maligni.

Tuttavia, la nostra attenzione nel mese delle streghe si posa su una categoria in particolare: quella degli spiriti inquieti, un’eco del passato che continua a respirare accanto ai vivi. Vittime innocenti bloccate in un Limbo di disperazione, costrette a vagare sulla Terra in attesa che qualcuno le liberi.

Kaidan e spiriti inquieti

Ma cos’è Kaidan?

Yotsuya Kaidan (四谷怪談) è la leggendaria storia di Oiwa e Tamiya Iemon, simbolo del tradimento, dell’omicidio e della vendetta ultraterrena. Scritta nel 1825 da Tsuruya Nanboku IV come dramma kabuki, fu intitolata originariamente Tōkaidō Yotsuya Kaidan e divenne un fenomeno teatrale a Edo, mescolando realismo e soprannaturale. Per la prima volta, gli spiriti giapponesi abbandonavano templi e palazzi nobiliari per infestare le case della gente comune. Adattata oltre 30 volte al cinema, ha segnato l’immaginario dell’horror nipponico, ispirando l’archetipo delle water dead girls – donne dai lunghi capelli neri e bagnati, incarnazioni di dolore e vendetta.

Un’antica eredità di spiriti, superstizioni e leggende invade e pervade i silenzi dell’horror giapponese. Il fruscio del vento tra gli alberi, il rumore di un kimono che striscia sul tatami, la vivida sensazione che qualcuno ci osservi, invisibile, da un altro mondo o dalla stanza accanto.

Nella tradizione shintoista, ogni cosa – una montagna, un fiume, oggetti inanimati – possiede un’anima. Tutto è abitato da kami, spiriti intesi quali “benevoli” finché l’armonia tra uomo e natura rimane intatta. Ma quando quell’equilibrio va in frantumi, ecco che compaiono yōkai o yūrei, creature deformi, demoni, o spettri, simboli di quel disordine spirituale. A rendere il quadro ancora più cupo vi è la visione buddhista, per cui “l’orrore non viene da agenti esterni, bensì dall’anima stessa”. Un defunto che non riceve un funerale adeguato o che muore in modo ingiusto resta imprigionato tra i mondi, incapace di reincarnarsi. Ed è così che nascono gli onryō, spiriti inquieti e vendicativi mossi dal rancore, protagonisti dei racconti più celebri del Giappone antico.

Sono gli onryō a popolare i kaidan, le storie di fantasmi dell’epoca Edo, tramandate attraverso le stampe ukiyo-e e le rappresentazioni Kabuki. Non solo un passatempo estivo, ma anche un modo per esorcizzare paure e desideri proibiti, i kaidan continuano ancora oggi a vivere nel cinema e nella letteratura, dove la paura mantiene la sua forma più pura: quella di dolore e colpa, attraverso donne e bambini dai lunghi capelli scuri, il volto pallido, abiti bianchi da lutto. La più famosa tra questi è Oiwa, la donna tradita e avvelenata di Yotsuya Kaidan, che ritorna per tormentare il marito. La sua figura – spettrale, con i capelli scompigliati e l’abito funebre – è divenuta l’archetipo di tutte le apparizioni femminili dell’horror nipponico, tant’è che le moderne Sadako di The Ring e Kayako di Ju-On non sono altro che reincarnazioni contemporanee di Oiwa, omaggi inquietanti alla tradizione.

Una maschera immobile, un battito di tamburo, un passo che si trascina nel silenzio bastano a evocare il soprannaturale nel teatro Nō e Kabuki. Ed è proprio qui che nasce l’estetica ereditata dal J-Horror: niente sangue o scene splatter, ma un lento accumulo di tensione. Il vero spavento nasce da due occhi che brillano nel buio, da pause prolungate, dal silenzio. E il terrore cresce nella calma apparente. È il marchio del kaiki eiga, il cinema dell’orrore classico, dove l’atmosfera vale più dell’azione, e i temi ricorrenti sono le maledizioni, il lutto e il fatalismo. Anche gli innocenti non vengono risparmiati, come insegna la storia di Hikaru ne L’estate in cui Hikaru è morto.

Il tempo e le vittime innocenti

Higurashi, © prime video
Higurashi, © prime video

Nell’horror di stampo nipponico, il tempo è spesso “relativo”.

Bambini e donne, tradizionalmente simboli di purezza, diventano spettri al soldo della vendetta, protagonisti di manga e anime contemporanei come Dandadan o Agenzia Karugaya. Demoni, spiriti e yūrei sfilano accanto agli esseri umani, impattando su vita e morte.

Sul piano narrativo, film, romanzi, anime si distinguono per la costruzione di trame ricorsive, dove ogni ciclo riporta i personaggi al punto di partenza, svelando progressivamente nuovi orrori. Questa scelta formale genera un senso di inevitabilità della condanna, in quanto il destino dei protagonisti si ripete, proprio come in Higurashi: When They Cry (2006), un innocente slice of life scolastico che si tinge di rosso, trasformandosi in un crescendo di massacri. Un incubo in loop, in cui la tensione cresce a ogni reset e la verità viene lentamente svelata, invece di esplodere in un unico climax come accade spesso nell’horror occidentale.

Altro elemento tipico dell’horror giapponese è – come abbiamo visto – la presenza di bambini tra le vittime. In Higurashi, difatti, il terrore nasce anche dall’idea che nessuno sia al sicuro, neppure i ragazzini. Mentre il cinema horror americano tende a risparmiare i più giovani, la tradizione nipponica li pone spesso al centro del sacrificio o della maledizione stessa. Dunque, se addirittura un bambino può morire o trasformarsi in spettro, allora nessuno è davvero al sicuro. Questo ribaltamento del concetto di sacralità dell’innocenza porta lo spettatore a un livello di vulnerabilità emotiva raro, proprio come accade nella serie anime Another (2012), in cui il protagonista scopre che sulla sua classe grava una maledizione letale: ogni anno uno studente muore in circostanze misteriose. Un destino aberrante e apparentemente impossibile da alterare che provoca angoscia nello spettatore.

Visivamente e sonoramente, l’horror anime si rivela un terreno di sperimentazione artistica. Serie cinematografiche come lo splendido Mononoke (2007) si ispirano alle antiche stampe ukiyo-e, con fondali bidimensionali e colori saturi che amplificano l’artificialità dell’incubo cui stiamo assistendo. Anche adattamenti di opere autori quali il maestro dell’horror Junji Itō – basti pensare a Uzumaki, Tomie, Le storie dell’orrore di Mimi – preferiscono mostrare l’orrore attraverso dettagli incompleti e silenzi disturbanti, lasciando all’immaginazione dello spettatore il compito di colmare il non-detto. E anche in questo contesto, l’elemento sacro sostituisce quello religioso squisitamente occidentale: non troviamo croci o esorcismi a noi “vicini”, ma rituali scintoisti, amuleti omamori, vendette, un linguaggio che lega la paura della popolazione al ciclo della natura e al mondo invisibile degli spiriti.

Modernità e paura del cambiamento

elfen lied, ©crunchyroll
elfen lied, ©crunchyroll

Per i giapponesi “la morte e i morti sono essenziali quanto l’amore e il matrimonio per gli occidentali”.

Spiriti vendicativi (yūrei), demoni (oni, yōkai) e maledizioni che colpiscono intere famiglie. Ecco i veri protagonisti delle storie dell’orrore nipponiche, persone comuni – e invisibili – cui è stato recato un torto, donne e bambini pallidi in volto, dai capelli nero pece. Sin dall’alba dei tempi, le storie dell’orrore giapponesi affondano le radici in antiche tradizioni di racconti e leggende popolari, molto diverse da quelle occidentali.

Tuttavia, come già accennato, opere quali Paranoia Agent si distaccano dal tradizionale filone demoniaco e folkloristico per concentrarsi su un altro tema profondamente radicato nella società nipponica: il timore per il progresso tecnologico e le sue conseguenze psicologiche e sociali. In questo contesto, la tecnologia, le distorsioni visive diventano strumenti utili per rappresentare le nevrosi quotidiane e la crisi d’identità di un popolo travolto dalla modernità.

La Seconda guerra mondiale, le bombe atomiche sganciate dagli Alleati su Hiroshima e Nagasaki e le crisi economiche del dopoguerra hanno inciso profondamente sull’immaginario del paese. Così, l’horror giapponese diventa un modo per rielaborare traumi collettivi, oseremmo dire “nazionali”: le radiazioni, la distruzione, la colpa e la vergogna emergono attraverso immagini di mutazione e metamorfosi, di decadenza e mostruosità, proprio come Godzilla, il re dei mostri nato nel 1954, metafora della bomba atomica.

Ma a guerra e crisi economica dobbiamo aggiungere altri elementi che hanno lentamente arricchito l’immaginario dell’orrore giapponese, come la paura dell’incontrollato sviluppo tecnologico, l’alienazione industriale, l’inadeguatezza delle istituzioni, il potere della yakuza, ma soprattutto la perdita d’identità nipponica dovuta al cambiamento.

Dopo il boom economico degli anni Ottanta, un terremoto sociale ha scosso ogni strato della società. L’incertezza finanziaria, la precarietà lavorativa e la pressione psicologica – spesso culminate nel fenomeno del karōshi (la morte per eccesso di lavoro) – hanno generato fratture familiari, rabbia repressa e un profondo senso di smarrimento collettivo. Tale disagio è stato rappresentato anche in serie come Elfen Lied o Yamishibai, tant’è che quest’ultima ha dedicato un episodio proprio al tema del sovraccarico lavorativo. Mostrandoci un padre ormai esausto che, intrappolato in un ascensore, viene perseguitato da un demone. Questo abominevole mostro incarna il corpo logorato dalle canoniche “60 ore di lavoro settimanali” e dal ritmo disumano della produttività: un simbolo della disumanizzazione del lavoratore nella società contemporanea.

Alienazione

battle royale, © prime video
battle royale, © prime video

Lo stesso The Ring potrebbe essere un esempio di manifestazione del timore della società nei confronti dei nuovi media: una videocassetta maledetta che penetra lo spazio privato, entra in casa, il posto più sicuro al mondo per un essere umano. Una ragazzina uccisa anni prima, rinchiusa in un pozzo, porta alla luce la critica ad una società che non tutela i giovani, che non aiuta le categorie più deboli. Pertanto, donne e bambini sono i protagonisti prescelti di queste storie, spesso tragiche e intrise di vendetta nei confronti di un’intera categoria. Vittime in una vita, carnefici nell’altra.

Difatti, non manca la critica alle istituzioni che, in pellicole e manga come Battle Royale, sono stati interpretati proprio quale riflesso di quell’alienazione sociale tanto celebre in Giappone. Qui i giovani, costretti a uccidersi tra loro da una legge tanto sadica quanto “accettata”, simboleggiano le ansie in merito alla fragilità dello Stato e delle autorità. La polizia inetta, i dirigenti scolastici corrotti, l’apparato governativo cui non interessa granché dal popolo.

In questo panorama si inseriscono anche film come il magnifico Perfect Blue (1997) di Satoshi Kon, che rappresenta il terrore della perdita del sé nell’era digitale e la rinuncia alla privacy. Un thriller psicologico dalle tinte horror in cui l’autore elabora una riflessione disturbante sull’identità e sull’alienazione dell’individuo. La giovane idol protagonista, perseguitata e oppressa dall’immagine pubblica che la società le impone, perde progressivamente la lucidità, confondendo realtà e sogno. Kon, affascinato dalle tematiche sociali, riesce a rappresentare così il collasso dell’io sotto il peso della fama e dell’immagine mediatica.

D’altronde, tutto ciò riflette il timore per la perdita di identità nipponica: questo cambiamento frenetico del mondo, unito all’occidentalizzazione e alle ingiustizie interne, genera mostri reali che le storie d’orrore rappresentano in chiave allegorica.

Umane debolezze

uzumaki, © prime video
uzumaki, © prime video

In ogni albero, roccia e ruscello risiedono i kami; ci ricordano di onorare il mondo naturale e gli spiriti che lo abitano.

Dai templi Edo agli schermi del XXI secolo, l’horror giapponese continua a evolversi, senza mai smarrire la sua impronta angosciante, stagno in cui la paura riflette la condizione umana. E forse è proprio questo il suo segreto: non la distruzione del male, ma la sua accettazione come parte inevitabile della vita. Così, mentre in Occidente l’eroe combatte contro il demone, in Giappone imparano a conviverci, ad accettarlo nelle proprie case. Perché ciò che davvero spaventa non è l’ignoto, ma la società di cui facciamo parte: le nostre debolezze, l’inevitabilità del destino, il mutare del tempo e l’avvento di un “nuovo mondo”. Più asettico, lontano da kami e yokai, dagli antichi lustri, dalle memorie arcaiche. Un orrore molto più vicino, un orrore palpabile, cucito addosso.

Difatti, in Giappone il terrore non veste abiti cremisi, bensì candidi. Due occhi vitrei che continuano a osservarci da qualche parte nella stanza, attendendo che giungiamo alla parola “fine” per potersi palesare.

L’acqua

Nell’immaginario horror giapponese, l’acqua rappresenta un elemento ambivalente, poiché è assieme vita e morte. Da un lato, è venerata nello Shintō attraverso il suijin, spirito benevolo delle acque che porta pioggia e prosperità, raffigurato come un drago protettore. Dall’altro, è dimora di spiriti vendicativi come i funayūrei, anime dei marinai annegati che cercano di far affondare le navi, e l’umibōzu, mostro marino gigantesco che distrugge imbarcazioni durante le tempeste.

Questo dualismo si riflette anche nel cinema e negli anime horror, dove l’acqua diventa confine tra i mondi e simbolo di purificazione o vendetta. Pozzi, fiumi e oceani sono luoghi da cui emergono spiriti e maledizioni, rivelando la sottile linea che separa la quiete marina dall’abisso dell’orrore.

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Napoletana, classe 92, nerd before it was cool: da sempre, da prima che fosse socialmente accettato. Dopo il diploma al Liceo Classico, una breve ma significativa tappa all'Accademia di Belle Arti mi ha aperto gli occhi sul futuro: letteratura, arte e manga, compagni di una vita ed elementi salvifici. Iscritta a Lettere Moderne, ho studiato e lavorato per poi approdare su CPOP.IT e scoprire il dietro-le-quinte del mondo dell'editoria. Dal 2025 scrivo per LaTestata e mi sono unita al team di ScreenWorld in qualità di Capo Redattrice Anime e Manga: la chiusura di un cerchio e il coronamento di un sogno.