Ciclicamente il mito viene ricondotto alla sua origine. Perché per guardare davanti a sé e aggiornarsi è forse necessario riscoprire il proprio passato. Per Lupin III quel passato si chiama Monkey Punch ed è lì che volge lo sguardo la reinterpretazione di Takeshi Koike. A ciò che ha preceduto la semi-rivoluzione estetica e umorale, finanche produttiva e commerciale, compiuta da Hayao Miyazaki – ne avevamo parlato lo scorso anno a proposito de Il castello di Cagliostro. Alle atmosfere pulp e al design spigoloso. All’essenza dei personaggi, spogliati e rimessi in discussione. Jigen Daisuke, Ishikawa Goemon, Mine Fujiko, protagonisti di un trittico (se non si tiene conto della comunque validissima miniserie La donna chiamata Fujiko Mine, appagante antipasto precursore) che esplora inedite sfumature del carattere dei tre sparring partners, spostando verso ognuno di loro l’epicentro emotivo delle vicende. Inevitabile, dunque, l’approdo conclusivo della tetralogia: Zazà.
Koike però non si limita nei confini di una tetralogia idealmente chiusa e autonoma nella sua apparente episodicità. Se già si poteva intravedere un flebile fil rouge scorrere tra le maglie della narrazione dei precedenti film, qui l’autore di Redline alza il tiro e la posta in ballo. Zenigata e i due Lupin non è solo un punto di snodo fondamentale della macro operazione ma, a oggi, anche la sua opera più coraggiosa. Nel bene e nel male.
Rincorro dunque sono

Basterebbe anche solo il design del personaggio – trench, cappello, sigaretta e sguardo diffidente – per comprendere come nessuno più di Zenigata possa rappresentare al meglio l’idea di Takeshi Koike. Una declinazione noir, sporca, violenta e dilemmatica, che abbraccia l’avventura ma si esalta nella disavventura. Innervato da un nichilismo che tormenta le anime coinvolte. Come nei precedenti capitoli, anche Zenigata e i due Lupin prova a sovvertire lo status quo e le certezze del consueto. L’archetipo resta, inevitabilmente, ma a cambiare sono l’affondo introspettivo, l’analisi delle scelte e le prospettive sulle motivazioni. L’ispettore di polizia, ipotesi di stoico e inflessibile tutore della legge, viene così problematizzato e contraddetto, quindi ri-alimentato e ri-stimolato.
Cos’è, allora, la giustizia? E fino a dove ci si può spingere in nome di quest’ultima? Cosa significa rispettare la legge e cosa, realmente, trasgredirla? Zenigata, mai così esplicitamente, viene delineato allora come l’altra faccia di una medaglia in continua rotazione. Imperfetto ma umanissimo, tenuto sotto scacco dalla consapevolezza di un gioco del gatto e del topo interminabile, divenuto ragione di vita. Di una tenace caccia che, come poche volte in passato, inizia a perdere consistenza.
E sullo sfondo di uno scenario in bilico – la guerra fredda, il clima di tensione tra i fantomatici Stati Uniti d’Alka e l’Unione Rovietica – Koike imbocca una via nuova, più complessa. Mette parzialmente da parte l’istantaneità del precedenti capitoli, prova a riscoprire le forme narrative della serialità e trova nella politica internazionale e nello spionaggio le vie per un meccanismo drammaturgico più denso e stratificato.
Cosa vuol dire essere giusti?

«La guerra crea ogni tipo di domanda e offerta», dirà un personaggio chiave nel secondo atto. Lì Koike prova a trovare il senso di questo nuovo capitolo. In qualcosa di profondamente attuale e caldo, intrecciando il discorso con il dilemma morale sull’identità, gli ideali e il senso del dovere. Non tutto sembra ben oliato e alcuni passaggi risultano piuttosto sbrigativi e forzati (poco più di 50 minuti sembrano ancora una volta pochi per la mole di ribaltamenti pensati), ma l’ambizione che emerge sembra inoppugnabile – specie nel tentativo, anche se con risultati altalenanti, di orchestrare un racconto di tale portata. Zenigata e i due Lupin dunque conferma e talvolta estremizza il cinema di Koike, sapiente realizzatore di atmosfere, più a suo agio con la sintesi grafica che con un intreccio più fitto.
Se infatti nello svolgimento degli eventi si avverte un po’ di fatica, è nella costruzione della messa in scena che l’autore giapponese compie un ulteriore, senz’altro efficace, step verso la sua idea di Lupin. Spoglia gli ambienti ammantandoli di solitudine, sfibra i volti rendendoli nervosi. De-spettacolarizza l’azione e sacrifica la fluidità dell’animazione in favore una regia più calibrata e composta, sempre al servizio di un mortifero (ma congeniale) senso di ineluttabilità.
Il modello, la mitologia, il cliché e il classico si umanizzano, abbracciano la crisi, la stasi e il dubbio. Al netto di qualche inciampo di troppo, resta un’operazione (nel suo insieme, unitaria com’è) da lodare anche soltanto per questa vitalità, che la spinge a tradire il canone per allargare la visione, sfuggendo ai seducenti pericoli del fan service. E, aspetto non di minore importanza, di innestarsi con prepotenza nel contemporaneo.



