Quel volpone di Steven Spielberg getta benzina sul fuoco dell’hype: “Non ho mai visto un film che sia così simile, dal punto di vista del tono, a Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick”. Parola di uno dei più grandi registi viventi dopo aver visto per ben tre volte Una battaglia dopo l’altra, il nuovo film di Paul Thomas Anderson. Un altro grande regista dei nostri tempi che ha appena girato uno dei più grandi film dei nostri tempi. Un paragone pesante, quello con Kubrick, eppure perfetto per questo nuovo cult del cinema contemporaneo. Perché Una battaglia dopo l’altra cammina sullo stesso filo sottile de Il dottor Stranamore, sospeso tutto il tempo (ovvero quasi tre ore che volano) tra commedia e tragedia, tra risate amare e la consapevolezza di essere davanti a una fotografia spietata del mondo.
Un equilibrio difficilissimo da trovare, che Paul Thomas Anderson trova con una naturalezza impressionante. Perché Una battaglia dopo l’altra è forse il film definitivo sull’America di oggi e l’ennesima dimostrazione che un grande regista può fare tutto quello che gli pare, rivoltando il cinema come un calzino. Ad esempio girare una commedia surreale, che è anche una storia d’amore commovente, un thriller stracolmo di tensione e un action movie girato in modo impeccabile. Adesso proviamo a raccontarvi come ci è riuscito e perché abbiamo addosso ancora un po’ di tachicardia.
Rivoluzioni castrate

Di cosa parla questo film? Una battaglia dopo l’altra è liberamente ispirato al romanzo Vineland, scritto nel 1990 da Thomas Pynchon. Lo stesso autore di Vizio di forma, altro libro portato al cinema da Paul Thomas Anderson. La storia è quella di un gruppo di attivisti rivoluzionari (i French 75) che cercano di combattere il sistema con azioni spesso e volentieri illegali. Tra una sparatoria e un colpo in banca, tra le loro fila nasce una coppia focosa che mette al mondo una figlia. Peccato che la famiglia entri nel mirino di un gruppo di fanatici suprematisti bianchi, che darà loro la caccia per quasi vent’anni. Non aggiungiamo altro, anche perché non c’è molto altro da aggiungere.
Una battaglia dopo l’altra non è un film di trama, ma di situazioni, di personaggi, di grande cinema che non ha bisogno di una storia complessa per andare in scena. È il tipico film dove il come conta più del cosa. Ai grandi film, spesso, succede.
Come dentro una specie di matrioska, il film racconta gli Stati Uniti di oggi in modo magistrale. Lo sguardo si allarga verso quel razzismo conservatore che non serpeggia più, ma si mostra libero e fiero nella società americana, e poi si insinua nel disincanto di quei rivoluzionari reietti che hanno provato a combattere un sistema troppo radicato da estirpare. Però, il vero cuore pulsante del film, batte altrove. È dentro un rapporto padre-figlia sgangherato e dolcissimo, che riflette sull’eredità e su questa giovane, sperduta e miserabile America, così piena di dubbi e di paure. Tutto raccontato attraverso una commedia assurda, ma da prendere sul serio. Un film d’autore raffinato, capace di essere perfettamente pop. Perché Una battaglia dopo l’altra, nella sua apparente follia, è coerente con la poetica di un Paul Thomas Anderson da sempre interessato a raccontare deliri e bassezze di un’America marcia dentro e forse imperdonabile.
PTA 6

Cinema d’autore che riesce a essere pop, abbiamo detto. Per farvi capire a cosa ci riferiamo, vi facciamo una domanda: “Cosa succederebbe se uno dei film più assurdi dei fratelli Coen facesse un frontale con Grand Theft Auto?”. Ecco, nascerebbe un meraviglioso incidente come questo. Un film grottesco eppure verissimo. Esasperato eppure così vicino alle nostre disgrazie. Paul Thomas Anderson firma il suo capolavoro definitivo sulle colpe dell’America. Quelle seminate ne Il Petroliere, che ora germogliano nel letame. Abbiamo scomodato GTA perché alcune dinamiche e alcuni personaggi sopra le righe ci hanno ricordato davvero tantissimo i videogiochi Rockstar.
Gli inseguimenti girati a meraviglia, l’ansia di essere sempre braccati da qualcuno, posti squallidi, situazioni assurde, gente balorda. Tutto sembra uscito da GTA. E se niente sembra ridicolo, è merito di sequenze magistrali piene di tensione costante, di una scrittura sempre tagliente, di una fotografia magnifica, ma anche e soprattutto di un cast in stato di grazia.
Leonardo DiCaprio, che si è ispirato al Drugo de Il grande Lebowski (da qui il paragone con i Coen), ci regala un padre goffo ma generoso, tenero, umanissimo nonostante la sua vita delirante. Sean Penn incarna un Male troppo vero per essere davvero ridicolo, Benicio Del Toro è la solita garanzia e la giovane Chase Infiniti Payne è una rivelazione per carisma e talento. Insomma, la sensazione è quella di essere davanti a un nuovo cult. Cult per un paio di sequenze assurde, per i costumi (le vestaglia a quadri di DiCaprio diventerà un feticcio come il maglione del Drugo?), per un finale da pelle d’oca. Davanti a un film che verrà osannato e studiato. Lo hai rifatto, maledetto Paul Thomas Anderson. Un capolavoro dopo l’altro.



