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Supergirl è un film decisamente particolare. Quasi un potpourri di elementi messi insieme per abbellire un progetto che, già dalla sua realizzazione, si presentava con problemi evidenti: cerca di mettere un piede in tantissime scarpe, mescolando e omettendo, riorganizzando, mostrando le carte vincenti e lasciando in disparte gli angoli meno smussati. Il quadro completo, però, è al servizio dello spettatore attento, inevitabilmente incuriosito dal dialogo tra la fonte editoriale Woman of Tomorrow, le ambizioni del nuovo Universo DC di James Gunn e la necessità di incastrare questo personaggio nei piani futuri.

A conti fatti, Supergirl è quel film-tassello che abbiamo visto a decine nel MCU: produzioni facili, spesso innocue — fin troppo — per piazzare la pedina sulla grande scacchiera e attendere la prossima mossa per fargli compiere opere importanti.

Supergirl, la cugina di Superman

Milly Alcock nei panni di Supergirl
Milly Alcock nei panni di Supergirl – ©Warner Bros

Narrativamente siamo su porti sicuri: nel giorno del suo 23esimo compleanno, Kara Zor-El decide di farsi un weekend di pura sbornia in bettole spaziali lontane dal sole giallo della Terra. Se dalla nostra stella ottiene e potenzia i poteri, un sole rosso li annulla, permettendole di bere e ubriacarsi.

Qui incontrerà la piccola Ruthye, giovane donna a cui un bandito, Krem delle Colline Gialle, ha sterminato la famiglia. Ora è in cerca di vendetta e, quando lo stesso Krem avvelena Krypto — il cane di Supergirl — le due decidono di mettere su un’improbabile squadra per andare a caccia del bandito.

Sulla loro strada si metteranno diversi pianeti, ricordi del passato, il sigaro di Lobo e la ricerca di una casa per due ragazze che, a conti fatti, hanno vissuto e perso qualcosa di simile.

Una parabola su lutto e adozione

Milly Alcock nei panni di Supergirl
Milly Alcock nei panni di Supergirl – ©Warner Bros

Dagli occhi di Kara appare sin da subito chiaro il motivo che la porta a essere un’alcolista senza speranza: non ha mai superato la distruzione di Krypton e, di conseguenza, la morte dei suoi genitori. Essere arrivata sulla Terra già adolescente, aver incontrato la bontà del cugino Kal-El e trovato uno spazio in cui vivere a Metropolis non basta. È proprio il piccolo Krypto l’unico legame che le resta con qualcosa che ha vissuto e ora perso.

A differenza di Superman, lei ha avuto modo di vivere una porzione di Krypton. Forse non gli anni migliori, ma fanno parte della sua giovinezza, del suo passato. Superman è arrivato sulla Terra da neonato: non sa nemmeno parlare il kriptoniano, e i suoi ricordi d’infanzia sono legati a un ranch, alla scuola, ai primi amori tra i banchi. Lei no. Lei non vede quell’appartamento come una casa.

La fuga consapevole — estremamente simpatici i siparietti con Superman che la chiama per sapere come sta, con la stessa goffaggine di chi cerca di prendere un ruolo, genitoriale, che non gli appartiene, solo per dimostrarle vicinanza, dato che per lui la cugina è davvero l’unica famiglia che ha — è la dimostrazione di un’adozione che non funziona, perché la programmazione è avvenuta altrove, fuori dal caos cittadino di Metropolis. Da qui la musica a tutto volume per annientare il rumore che viene da fuori, le sbronze per dimenticare, ma una promessa che deve regnare sopra ogni cosa: fare del bene, essere buoni nonostante tutto, vivere anche nel dolore — provarlo sulla pelle o sullo stomaco — senza vacillare nella scintilla finale.

Sole Giallo e Sole Verde

Milly Alcock in una scena del film
Milly Alcock in una scena del film – ©Warner Bros

Probabilmente non è il tipo di progetto cinematografico che gli appassionati si aspettavano, così come non sarà quello il Lobo di Jason Momoa — il Lobo sognato — ma tutto sommato funziona. Il minutaggio è quello: non si può dare spazio a troppi elementi, e forse a soffrirne di più è proprio la logica conseguenziale degli eventi narrati.

Da una parte, Milly Alcock è fantastica nei panni di Supergirl: fa a scazzottate, fermandosi spesso per vomitare o rimettersi la giacca, quasi ignorando il livello di gravità della minaccia che sta vivendo. Un mood perenne alla Lebowski — anche nell’outfit — che le regala un appeal a metà tra il pop e il grunge autolesionista. D’altronde, se il cugino è la versione punk-rock, la sfumatura più intima e dark non poteva che appartenere a lei.

A soffrirne, però, è la trama, che spesso fatica a giustificare la propria esistenza, incastrandosi in parentesi, vicoli ciechi o snodi narrativi poco credibili rispetto a quanto visto poco prima. Un lungo e chiaro pretesto per tenere lo spettatore incollato alla poltrona, restituendo uno spettacolo degno del nome che porta: un cinefumetto fatto e finito negli stilemi, ma che si porta dietro il dubbio — e la curiosità — di scoprire quale sia il piano finale di James Gunn.

Buona la prima per Supergirl, e con la stessa bontà e speranza che la contraddistingue, guardiamo al domani fiduciosi per il posizionamento di questa pedina nella grande scacchiera del DCU di James Gunn.

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Classe 1989. Gabriele Barducci scrive di Cinema e serie tv. Dal 2022 è responsabile dell'area videogiochi di ScreenWorld. Comincia a scrivere di Cinema e serie tv nel 2012 accompagnando gli studi in Scienze della Comunicazione presso l'università di Roma La Sapienza. Nel 2016 entra nella redazione di The Games Machine occupandosi anche di videogiochi, mentre dal 2017 è nello staff della rivista di cinema Nocturno.