Una strada di terra che inizia ai confini del niente. Prendiamo in prestito le parole di un altro cantautore per raccontare l’impatto anomalo di Springsteen – Deliver me from Nowhere. Il film potenzialmente più convenzionale e celebrativo d’America che invece ha scelto di raccontare un artista a un passo dalla leggenda e a un passo dall’oblio. Un uomo svuotato a cui è stato sottratto qualcosa che non riesce ancora a spiegare. Non è un caso che il regista Scott Cooper lavori di sottrazione, appunto: lontano dal classicismo spudorato di certi biopic che raccontano l’umanità dietro gli artisti, Springsteen viene decostruito finché a emergere è proprio il nulla. Quel nowhere (decisamente più evocativo nel titolo americano) parla di uomini e di luoghi: un abisso di emozioni soffocate, legami spezzati e distanze incolmabili che potrebbero trasformare chiunque in un fantasma. Lo spettro di se stesso.
Troppo facile affrontare l’apice di Born in the USA, che rendeva pop il dolore di una generazione stravolta. Parte tutto da Nebraska – nome tutt’altro che casuale per un album che esplora proprio quel nulla esistenziale, eterna anomalia nella discografia del Boss. Cooper ha reso la ricerca interiore del film un viaggio tra spazi indefiniti, un dualismo perpetuo tra l’anima e l’America: lo Springsteen reduce dal successo di The River che si getta in quel nowhere fondamentale, trasformando ricordi e traumi irrisolti in arte purissima. Dal fallimento all’ossessione, tra specchi e riflessi: un figlio che si ostina a cercare una via, un padre che in quel nulla ci ha sguazzato per un bel po’ senza sapere come uscirne.
La nuda essenza dell’arte

Cooper prende l’autorialità del songwriter e lascia che si dissolva nell’intimità delle connessioni, nella veemenza dell’atto creativo: il protagonista interpretato da Jeremy Allen White è sommerso da un peso più grande di lui, ma è pronto a cambiarsi. È pronto a cambiare. Già nella scrittura di Liberami dal nulla emerge un’attenzione essenziale sui dialoghi, permettendo a questo Springsteen qualunque di far presa sul pubblico. Un cantante pulito (forse anche troppo, in certi frangenti) che però resta intimo e profondo fino alla fine, senza mai prendersi troppo la scena. Perché in fondo, Springsteen lascia l’umanità dell’arte al centro, ricordando che nessuno pensa al dolore dell’artista quando l’arte si fa davvero potente.
Per questo, forse, Cooper accetta di realizzare un film più respingente: è necessario portare su schermo le sensazioni di Nebraska. Quel dolore così personale da risuonare in chiunque abbia vissuto la perdita, il rischio di svanire. Una struttura precisissima, classica, ma perfettamente funzionale: Deliver me from nowhere è un film inevitabilmente controllato (lo stesso Bruce ha partecipato alla produzione ed era spesso sul set), ma abbastanza profondo da dare valore a un’opera che sa andare ben oltre l’immagine. Una danza malinconica tra i fantasmi del nulla, alla ricerca di risposte in quei nowhere fatti di assenze.
Quella su Springsteen è un’opera autoriale che parte proprio dal Cinema, da quella rabbia giovane che porta l’artista a cercare la propria voce e lo spinge a sognare l’altrove. Un esilio volontario e salvifico, un purgatorio tra solitudine e isolamento all’apparenza folle, ma necessario. Come spesso capita, le cose sbagliate portano alle cose giuste.
Risalire dall’abisso

Gli spazi di Springsteen – Liberami dal nulla sono fatti di ricordi infestati e stanze vuote. Come se l’America di tutti, quella più distante dalle metropoli, si affacciasse oltre lo schermo per raccontare sogni distorti, presenze ingombranti e ferite che fanno fatica a rimarginarsi. È un viaggio nell’abisso che non vuole esorcizzare il dolore, ma trasmetterlo a chi osserva per ritrovare un contatto con ciò che si è perso. Il folk diventa così il linguaggio ideale per legare intimamente vite ed esperienze condivise. L’icona Springsteen si fa simbolo di una disperazione universale: una sagoma malinconica, dai contorni sfumati, vicina a tutti eppure ineffabile.
Nel rigore della camera che ruota intorno al protagonista c’è soprattutto il desiderio di catturare quelle emozioni che vibrano tra i silenzi e gli sguardi. Liberami dal nulla è un’opera sulla catarsi dell’artista: Bruce diceva che ci troviamo tutti a fare i turni per danzare con l’eternità, che tutto ciò che muore fa ritorno, prima o poi. Un bivio inevitabile nelle nostre esistenze, che se cambia la vita di un creativo cambia inevitabilmente la sua arte. Questa è la magia di Nebraska: la capacità di guardare all’uomo, di raccontare l’America, forse persino il mondo. E fa maledettamente bene riscoprirla oggi. Springsteen non può mai essere un biopic per come lo si concepirebbe nel Cinema contemporaneo: è un film per chi vede nella creazione l’unica strada per ritrovare la luce. Un totale abbandono, un ritorno alla perdita, ma soprattutto un atto di speranza: che anche quei nowhere, alla fine, permettano di ritrovarsi.



