Se avete vissuto l’epoca del Nintendo DS, con ogni probabilità vi sarete imbattuti in titoli come Another Code e Hotel Dusk: Room 215. Realizzate dalla compianta Cing, fallita per bancarotta nel 2010, queste due avventure testuali riuscirono a ritagliarsi un posto speciale nel cuore dei possessori della gloriosa portatile Nintendo grazie alla loro capacità di sfruttare appieno le peculiarità dei due schermi e, soprattutto, del touch screen. Un successo di critica quasi insperato per un genere da sempre considerato di nicchia, che tuttavia non bastò a salvare le sorti della software house giapponese.
Oggi, sotto l’ala di Arc System Works, Taisuke Kanasaki, creatore e artista principale di quelle opere, torna a distanza di anni con una nuova storia intima e toccante, contraddistinta dallo stesso stile visivo che lo ha reso celebre. Dear me, I was… è un’opera fuori dal tempo, un’esperienza breve e fugace ma capace di colpire nel profondo nell’arco di poco meno di un’ora. Un lavoro che, proprio per la sua natura, porta inevitabilmente a interrogarsi su quanto un videogioco possa essere spogliato della propria componente ludica pur continuando a essere definito tale.
Tutta la vita davanti

Come i suoi predecessori spirituali, anche Dear me, I was… è una visual novel animata con la tecnica del rotoscopio. Le splendide matite e gli acquerelli di Kanasaki prendono vita in questa nuova avventura, pronta a mettere a dura prova i vostri dotti lacrimali. La protagonista è una donna giapponese senza nome, che seguiamo attraverso le tappe fondamentali della sua esistenza, dall’infanzia fino alla vecchiaia, in un viaggio che attraversa emozioni universali e momenti di quotidianità.
Il racconto è semplice quanto struggente, condensato in meno di un’ora e narrato senza l’ausilio di dialoghi. Nonostante l’assenza di parole, Dear me, I was… riesce a comunicare in maniera chiarissima grazie alla straordinaria espressività dei disegni di Kanasaki. Il suo tratto delicato e inconfondibile rappresenta il vero punto di forza dell’intera produzione. La storia scorre tra epoche, amori, amicizie e ricordi che rimangono impressi anche a distanza di anni. Non c’è alcuna volontà di stupire con colpi di scena eclatanti. Al contrario, l’obiettivo è emozionare attraverso la semplicità e l’autenticità delle situazioni rappresentate.
Tanto da dire, poco da giocare

È un’opera che parla non solo agli occhi, ma anche alle orecchie, grazie a una colonna sonora raffinata che accompagna con sensibilità ogni momento del racconto. Peccato soltanto che l’esperienza si esaurisca nel giro di meno di un’ora. Il prezzo, circa 7,99 euro, è comunque coerente con l’offerta e gli autori erano stati chiari sin dal primo annuncio sulla natura contenuta del progetto. Resta però un certo rammarico per la componente prettamente ludica, che risulta troppo abbozzata e poco incisiva sull’esperienza complessiva.
Dal punto di vista del gameplay, infatti, Dear me, I was… offre davvero il minimo indispensabile. L’interazione si limita a pochi momenti in cui il giocatore è chiamato a compiere semplici azioni muovendo un cursore che, a seconda del contesto, si trasforma in una mano, un pennello o una forchetta. È impossibile non ripensare all’epoca del Nintendo DS, quando meccaniche simili, grazie all’uso del pennino, avrebbero potuto risultare più immersive e coinvolgenti, sia nel simulare un disegno sia nell’afferrare oggetti o compiere piccoli gesti simbolici.
Su Switch 2 è comunque possibile sfruttare il touch screen per eseguire queste interazioni, così come utilizzare gli stick analogici per muovere il cursore. Il feeling, però, non è paragonabile a quello che si provava impugnando il pennino come una stilo e tenendo la console tra le mani come un taccuino. In questo caso, i benefici derivanti dal medium videoludico appaiono quasi del tutto marginali, lasciando la sensazione che l’opera avrebbe potuto funzionare altrettanto bene, se non meglio, in un formato differente.
In conclusione

Tutto sommato, considerata la cifra contenuta a cui viene proposto, Dear me, I was… resta un’esperienza che si avvicina più a un cortometraggio interattivo che a un videogioco tradizionale, e che ci sentiamo comunque di consigliare. La forza della narrazione e la sensibilità con cui è stata messa in scena confermano ancora una volta il grande talento di Taisuke Kanasaki. Peccato soltanto che manchi quella scintilla ludica che rendeva così memorabili Another Code e Hotel Dusk: Room 215. Forse Dear me, I was… è nato in un’epoca o su una generazione di console poco adatte a valorizzarne le intuizioni, oppure semplicemente non è riuscito a replicare quella stessa genialità che, quasi vent’anni fa, aveva saputo sorprendere e innovare con tanta naturalezza.



