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Quello tra orrore e delirio è un confine sottile. Una linea di demarcazione che segna il passaggio tra l’arte e l’esasperazione. Quando abbiamo visto per la prima volta questo film, nel pieno del Festival di Cannes, la sensazione è stata di totale interdizione: bombe su quel confine avevano spiazzato anche il più scettico, lasciando spazio a qualcosa di diverso, di originale. Qualcosa che non aveva una forma precisa, ma che a tratti sapeva colpire con una veemenza bellissima e brutale. Il film di Oliver Laxe è una creatura cangiante: comincia il suo percorso andando in una direzione, poi prende una piega esplosiva che lo porta da tutt’altra parte. Una visione aliena e disperata in cui la fine del mondo è un deserto di anime erranti, nomadi che si aggregano in rave per soffocare il mondo esterno nella musica incessante.

Tutto (o quasi) si gioca sul sonoro, sull’impronta sempre più definita di un accompagnamento sensoriale che non lascia scampo. A mesi dalla visione, quelle sensazioni resistono ancora, a rievocare sorpresa e tormento. Sirāt ha un senso che con quel confine ci gioca di continuo, accarezzando l’idea dell’estremo irraggiungibile prima che sia l’inferno a prendere il sopravvento. Un ponte che le anime dannate devono oltrepassare per raggiungere la pace, un ponte che qui non ha confini definiti e riserva pericoli a ogni passo. A spiegare concretamente un film come Sirat si corre il rischio di banalizzare un’esperienza che è fatta per la sala, per quel sonoro avvolgente che deve entrare nelle ossa, per quel grande schermo che non smette di vibrare.

Laxe non gestisce alla perfezione i suoi elementi, correndo anche il rischio di piacersi troppo, ma ciò che ha saputo fare (come dimostrano i premi a Cannes e la sua considerazione in questa awards season) merita decisamente attenzione.

Nel cuore deserto degli sperduti

Una scena di Sirāt
Una scena di Sirāt – ©MUBI

Sirāt è un film che sulla ricerca poggia le basi di un dialogo molto più aperto e profondo con ciò che lo circonda. Un padre e un figlio cercano la figlia/sorella scomparsa, ma finiscono per vagare nel deserto del Marocco, passando da un rave all’altro nella speranza di ritrovarla. Il deserto non è solamente un luogo, ma uno stato mentale che riverbera nell’animo dei personaggi, progressivamente inariditi dal dolore e dalla perdita. C’è qualcosa dell’esperienza sensoriale in Sirāt, forse spinta più dall’idea di esaltare il racconto attraverso questo mirabolante concept sonoro che per dare effettivamente maggior pathos. Eppure tutto risuona a dovere, dalle location ai personaggi stravaganti che si alternano sullo schermo, senza mai lasciar percepire sicurezza o convivialità.

Lo spettro della solitudine aleggia sul film come un velo mosso dal vento, avvolgente nonostante i tentativi di aggregazione dei personaggi. La rave culture qui è un mezzo elegante per dimenticare l’orrore mentre fuori il mondo si avvicina alla sua fine. Perché in Sirat c’è una guerra per davvero, ma tutto passa quasi in secondo piano rispetto al rapporto tra corpi e suoni in costante movimento. Kangding Ray, che ha curato la colonna sonora, è la vera arma segreta di un film che punta tutto sulla reiterazione di un certo meccanismo psicosomatico. Il flusso costante si alterna e si trascina a ritmo dei bassi, poi esplode (letteralmente) tra schermo e narrazione.

Guardando Sirāt si entra come in una sorta di trance, talmente profonda che quando si torna bruscamente agli orrori della realtà si è completamente travolti, disturbati persino.

Un’epopea sonora

Una scena di Sirat
Una scena di Sirāt – ©MUBI

Trascinati da correnti sonore e speranze effimere, i protagonisti di questo viaggio cercano la vita o la libertà sfidando persino il mondo che conosciamo. Così Laxe inserisce stravolgimenti assoluti, colpi di scena tremendi e momenti di pura follia che spostano lo spettatore da una parte all’altra di quel confine. C’è dolore, c’è tensione, ma tutto appare sospeso fino alla fine, come alla ricerca di uno sbocco semplicemente impossibile da trovare. La mancanza di una vera risoluzione, o meglio, di una vera via d’uscita (l’idea di un viaggio verso il nulla intriga, ma non cattura come dovrebbe) rende il film più mistico di quel che vorrebbe – e forse lo eleva a una dimensione nuova, che ripudia certi schemi per abbracciare il sentire senza compromessi stilistici.

Cosa siamo? Cosa saremo? Nel deserto non ci sono risposte, ma simboli di un male già troppo radicato, pronto a colpire dietro ogni curva o svolta imprevista. Sirāt non ha paura di avvicinarsi a quell’abisso di puro orrore, riflettendo sulle speranze dell’uomo attraverso il cinema più esplicito possibile. Solo per questa sua temerarietà meriterebbe tutti gli onori del caso, anche di fronte a risposte divisive. Sperimenta, il film di Laxe, giocando con i sensi per arrivare dritto al cuore – pronto a trafiggerlo con la sua epopea, poi a distruggerlo con le sue sonorità diaboliche.

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Classe '94. Critico e copywriter di professione, creator per passione. Ha scritto e collaborato per diverse realtà di settore (FilmPost.it, Everyeye) con la speranza di raccontare il Cinema e la cultura pop per il resto della sua vita.