Lo avevamo lasciato nella trappola della moda. Un mondo di pura patina dove corpo e immagine diventano subito prigioni. Sono passati dieci anni da quando Nicolas Winding Refn ha girato il suo ultimo film. Era il 2016 quando The Neon Demon veniva presentato a Cannes senza sollevare entusiasmi. Anzi, per la prima volta si parlava di un regista ormai vittima delle sue stesse ossessioni, limitato da un’estetica fine a se stessa e lontano anni luce dalla violenta poesia vista in Drive. Dopo quel suo apice del 2011 il regista danese non è più riuscito a ripetersi, incontrando sempre più detrattori sul suo cammino.
Non sapremo mai se sia stata questa la causa scatenante dietro questa lunga pausa dal cinema. Dieci lunghi anni in cui Refn ha cercato gloria nel piccolo schermo (girando due serie tv), non trovandola mai con i suoi western contemporanei. Forse poco adatti ai ritmi dello streaming odierni. Così, questo suo ritorno al primo amore non poteva che generare tanta aspettativa. Aspettativa e paura, perché Her Private Hell è ancora a Cannes, ma questa volta solo Fuori Concorso. Un declassamento rumoroso, che adesso capiamo benissimo. Perché purtroppo dopo dieci anni Nicolas Winding Refn è ancora rinchiuso nel suo inferno privato.
Il mondo in un hotel

Le premesse di Her Private Hell sono suggestive. In un mondo futuristico, a chiare tinte cybperunk, una misteriosa nebbia sembra portare con un’aria mortifera. In questa atmosfera dominata dalle solite luci al neon (tanto care al regista), seguiamo l’epopea privata di Elle, una giovane attrice che prova a recuperare un rapporto con suo padre dopo essere entrata in un enorme hotel (quasi un microcosmo a sé stante) dove ogni piano corrisponde a un problema da risolvere. Una struttura interessante, che conferma quanto questo film sia stratificato. Her Private Hell parte con un piglio da noir cyberpunk, finge di riflettere ancora sul peso dell’immagine nelle nostre esistenze (non lo farà mai davvero, restando in superficie), per poi diventare un melodramma davvero troppo carico sia nella scrittura che nella recitazione.
Se la prima parte del film risulta ammaliante nel costruire un’atmosfera malata e conturbante, la seconda si sfilaccia scena dopo scena, con i conflitti tra personaggi che si risolvono in un trionfo di ridicolo involontario. Ogni cosa è sottolineata in modo plateale, senza riuscire a rendere coerente il tono del film, che parte molto sommesso per poi alzare il volume in modo brusco. Questo perché i personaggi si muovo per il film come macchiette, o meglio, marionette senza personalità. Dei tipici protagonisti di Refn è rimasta solo la confezione (questa volta nemmeno così curata come un tempo). Una confezione sempre più vuota. È un peccato dirlo, ma Her Private Hell sembra “Refn che prova a fare Refn”, diventandone solo una scialba parodia.
Prigioni al neon

Quello che spaventa davvero è ritrovare un regista fermo a dieci anni fa. Ancora alla prese con gli stessi temi, le stesse inquadrature e le stesse atmosfere di un tempo. Peccato che Her Private Hell sia solo la brutta copia della vecchia gloria refniana. Un regista che, oggi, sembra esserci perso nel suo inferno illuminato dal neon. Un inferno patinato, dove nulla scotta e brucia davvero. Un cinema senza vita, pieno di corpi ma mai davvero corporeo, simile a un museo delle cere. Emblema di un regista che sembra non avere più nulla di nuovo da dire. Perché in questo hotel gli ospiti sono i soliti: il desiderio represso, la violenza che esplode in modo teatrale e soprattutto i rapporti irrisolti tra genitori e figli.
Per certi versi Her Private Hell potrebbe essere l’altro lato di Solo Dio Perdona. Se nel film del 2013 si parlava di complesso di Edipo, questa volta lo spazio è tutto per il complesso di Elettra. Una figlia vittima di una figura maschile desiderata e irraggiungibile, che elemosina amore e approvazione senza pace. Lo stesso amore che Refn ha smarrito da tempo. E forse non vuole nemmeno elemosinare più, visto che sembra andare dritto per la sua strada, fiero e controcorrente. Non sappiamo dove porti, ma ci perdonerà se preferiamo sbirciare nello specchietto retrovisore. Giusto per rivedere un meraviglioso bacio in ascensore che ci sembra sempre più lontano.
