Partiamo dalle sensazioni. Nella prima ora di Hope eravamo così esaltati da tutta quell’azione incessante che ci sembrava di essere tornati nel deserto di Mad Max: Fury Road. Non è un paragone azzardato, perché Na Hong-Jin ci regala più di 60 minuti di pura adrenalina: corse forsennate tra le macerie di un mondo devastato, un protagonista rincorso per tutto il tempo e strane creature a cui dare la caccia. Inizia così il film più costoso mai prodotto in Corea del Sud, probabile prologo di un’ideale trilogia. Giusto per mettere in chiaro l’ambizione con cui Na Hong-Jin ha immaginato questa strana chimera, composta da più generi diversi.
Thriller, fantascienza, azione e survival horror che convivono dentro un film davvero pazzo, soprattutto se inserito in un contesto come il concorso del Festival di Cannes. Una scheggia impazzita che corre così veloce da deragliare. Eppure, nonostante Hope a un certo punto collassi sotto il peso del suo stesso furore, resta un’esperienza cinematografica a suo modo indimenticabile. Un’esperienza che cercheremo di raccontarvi con tutto il trasporto possibile.
L’attacco dei giganti

Contesto: siamo in un villaggio sperduto da qualche parte nella Corea del Sud. Un poliziotto viene chiamato da un gruppo di bifolchi per fare luce su uno strano mistero: una mucca trovata morta nel bel mezzo di una strada. La cosa inquietante è il come viene ritrovata: squartata da innaturali tagli sul tutto il corpo. Sembrano fatti da artigli troppo grandi per appartenere al nostro mondo. Qualcosa di sovrannaturale (e arrabbiato) si aggira per il posto. Così, come fossimo tutti saliti su un piano inclinato diretto verso l’inferno, la situazione peggiora minuto dopo minuto.
Parte da qui la prima ora sensazionale di Hope: un meraviglioso mix di tensione e azione. Na Hong-Jin gioca col pubblico nascondendo di continuo la minaccia mostruosa, mentre il protagonista sembra lottare contro un fantasma. Affanno, sudore, budella e proiettili ovunque. Tutto gestito a meraviglia in un’apoteosi di cinema action. L’azione che racconta, solo immagini in movimento. Solo immagini e movimento. Non serve altro alla meravigliosa prima ora di Hope. Roba da far vedere in qualche scuola di cinema quando si insegna la regola d’oro della settima arte (quella fatta come si deve): “Show, don’t tell”. Peccato che questa regola aurea nella seconda ora venga tradita.
Troppa mitologia

Peccato, perché la seconda parte del film sembra quasi rifiatare, fermarsi e adagiarsi troppo sugli allori. Finito questo incredibile inseguimento iniziale, Hope viene schiacciato dalla sua stessa ambizione. Come detto, nelle intenzioni del regista c’è una trilogia, e la seconda parte del film (quella più sofferente) è quella a cui spetta l’infame compito di seminare elementi e personaggi per il futuro. Parte da qui una fase più pasticciata, soprattutto a livello di scrittura, dove anche gli effetti visivi (efficaci nella prima parte) diventano di colpo più grezzi e molto meno curati.
È come se, quando Hope si siede attorno al fuoco per raccontarci la propria mitologia (che non vi sveleremo), il film perdesse tutto quello smalto mostrato all’inizio. Così il film finisce per appesantirsi troppo: scialbo nella scrittura e di colpo più pigro anche nella messa in scena. Il che, lo ammettiamo, non ci toglie dagli occhi (e dal cuore) quella prima parte che abbiamo tanto decantato; senza dubbio una delle cose più folli e sfrontate viste in concorso a Cannes negli ultimi anni.
Come in un videogioco

Quello che ci ha intrigato di Hope è la sua grammatica videoludica. Dinamiche, inquadrature e intere sequenze ci hanno fatto sentire davvero col joypad tra le mani mentre eravamo in sala. Partiamo dalla scelta del protagonista: un poliziotto goffo e impacciato, simile ai personaggi di alcuni survival horror che non ti danno mai la sensazione di essere al sicuro. Stesso discorso per la struttura del film: si parte da un tutorial per poi salire di livello, con la difficoltà dello scenario di turno che sale sempre di più.
Un’impronta videoludica che ovviamente emerge con prepotenza nelle scene action, dove scene in soggettiva e sparatorie da auto in movimento rievocano tantissime avventure fatte di pixel. Eppure c’è un altro elemento molto ludico dentro Hope: scovare la presenza di Michael Fassbender e Alicia Vikander. Due star la cui presenza (sulla carta) è parecchio straniante. Un effetto straniante che rimane anche all’interno del film, visto che la coppia appare in modo davvero inaspettato (per noi al limite dello scult). Possiamo solo svelarvi una cosa: i due sono in Hope perché Vikander è una grande fan del cinema coreano, così ha “costretto” suo marito ad entrare nel film. Avevano chiaramente voglia di divertirsi. E ci sono riusciti. Come noi in sala davanti a questa strana chimera che in qualche modo non dimenticheremo.
