The Mandalorian & Grogu è al cinema in Italia dal 20 maggio. È un film piacevole, ben costruito, adatto a tutta la famiglia. È anche, fondamentalmente, una quarta stagione della serie ritagliata e portata in sala. Queste due cose non si escludono, ma è importante tenerle insieme mentre si guarda, perché è proprio da questa tensione che nasce il limite del film.
Din Djarin è un personaggio di intermezzo, in tutti i sensi. La sua storia occupa lo spazio tra il Ritorno dello Jedi e Il Risveglio della Forza, in una galassia che si sta raccogliendo dai cocci dell’Impero. Non è la storia degli Skywalker. Non è la storia della Ribellione. È la storia di un cacciatore di taglie e di un bambino verde di cinquant’anni. Quello che nel 2020 aveva reso la serie bella era esattamente questo: sapeva cosa voleva essere, e in quello spazio ci dava il cyberpunk, il western, personaggi grigi che dovevano capire da che parte stare. Fu The Mandalorian a introdurre il Volume, la tecnologia di virtual production che avrebbe cambiato il modo di girare in televisione. Era Star Wars allo stato brado.
Il problema non è quindi quello che Disney ha promesso, quanto piuttosto ciò che una parte del fandom ha proiettato su questo film dall’esterno: il cambio ai vertici di Lucasfilm, il ritorno al cinema dopo anni, il bisogno collettivo di qualcosa che rimetta le cose a posto. Aspettative che non appartengono a Din Djarin e Grogu, e che loro non hanno mai chiesto di portare. Tenere questa distinzione a mente è fondamentale per guardare il film in modo onesto.
Il film

Favreau ha dichiarato di voler fare qualcosa nello spirito di Una nuova speranza, un’avventura per tutta la famiglia, accessibile anche a chi non ha visto un singolo episodio della serie. E il film mantiene questa promessa. Scorre piacevolmente, l’azione è frenetica e ben girata, le atmosfere cyberpunk della prima parte sono visivamente le più riuscite. Fin qui, nessuna sorpresa.
Il punto è come ci arriva. Favreau al CinemaCon aveva spiegato che per la prima volta aveva avuto il tempo di costruire set pratici veri: giungle, vasche, pozzi, foreste, riducendo la dipendenza dal Volume e integrando miniature e creature animatroniche nel solco della tradizione di Star Wars. Grogu è realizzato quasi interamente come animatronic, una scelta che rimanda direttamente ai pupazzi della trilogia originale e che paga: il personaggio ha una fisicità e una presenza che il digitale non avrebbe garantito allo stesso modo. Alcune creature seguono la stessa filosofia, altre sono in digitale e la differenza si sente, non sempre a vantaggio delle seconde. Il mix funziona nella misura in cui Favreau sa quando usare quale strumento, e per la maggior parte del film lo sa.
Una nuova speranza?

Ci sono momenti in cui questa cura si traduce in qualcosa di memorabile. Un duello tra navi spaziali in cui Din Djarin, per ribaltare la situazione e tornare cacciatore invece che cacciato, porta la sua nave alla massima elevazione e si lascia cadere in picchiata ed è una delle sequenze d’azione meglio costruite. Ci sono i richiami alla tradizione: Grogu che conforta Mando ferito nel mezzo di una palude, richiamando al rapporto tra Yoda e Luke su Dagobah, e che in un momento di tenerezza ironica gli costruisce un riparo di fango con la Forza. Piccole cose, ma sono quelle che il film sa fare meglio.
Tra le nuove entrate c’è Rotta the Hutt, interpretato da Jeremy Allen White. Un Hutt muscoloso che ha scelto di diventare gladiatore su Shakari, la metropoli al neon della prima parte del film, proprio per rifiutare l’eredità di suo padre Jabba. È la scelta narrativa più interessante del film, e anche quella più emblematica della sua natura: un personaggio che vuole tradire la tradizione di Star Wars, esattamente come il film stesso vorrebbe farlo, senza però mai avere il coraggio di spingersi fino in fondo. C’è una scena verso la fine in cui Rotta e Grogu passeggiano insieme su una spiaggia che è la cosa più strana e per questo più memorabile che Star Wars abbia prodotto da tempo.
Ed è qui il problema. Il film è piacevole esattamente nella misura in cui non alza mai la posta.
Coraggioso, ma non troppo

La storia non prende mai una piega importante per la grande trama dell’universo di Star Wars, rimanendo quell’appendice di intermezzo che era già nella serie. Ma non cerca nemmeno di arrivare a un climax interno, a un’epica conclusione, a una giusta chiusura della storia tra Din Djarin e Grogu. Forse era un’aspettativa nostra errata, ma non del tutto campata in aria se dopo tre stagioni si è deciso di fare il grande passo e arrivare al cinema.
Non c’è mai un vero decollo, e non c’è un atterraggio finale. È una storia che sa ancora di intermezzo, non di salto in avanti. Di quarta stagione ritagliata e portata in sala, più che di film. E questo è il vero limite: non ciò che è, ma ciò che avrebbe potuto essere.
Specie considerando due personaggi che hanno riacceso la curiosità attorno alla saga e fatto avvicinare nuovi appassionati.
Una sufficienza piena. E in questo momento, per Star Wars, non è poco.
