A guardare il cinema di Cristian Mungiu si fa presto a pensare che sia la natura stessa degli uomini a far più danni. Il regista romeno torna ancora una volta a Cannes con un film diverso, ancor più sedimentato in quella perenne riflessione sui limiti della globalizzazione: al centro della scena non c’è più il microcosmo turbolento della sua Romania, ma il paradosso di una nazione progressista come la Norvegia. Il contesto, come spesso capita nei suoi film, si fa tema portante dell’intera opera, generando contrasti e opportunità di riflessione. Fjord torna su due argomenti importanti come la famiglia e la religione, ma li mescola all’interno di un’analisi dai contorni ben più sfumati sul modo in cui i nostri valori rischiano di influenzare la società in cui viviamo (e viceversa).
Forse non c’è spazio per tutti nel mondo di domani. Mungiu non ha paura di proporre questa ipotesi, stuzzicando lo spettatore con l’idea che nessuno sia davvero al sicuro quando la società presuppone determinate convenzioni e impone che vengano messe rigidamente in pratica. Il problema reale non sono le culture, le religioni o le ideologie: sono sempre gli uomini, con le loro ossessioni e la loro ferrea convinzione di aver sempre ragione, a scatenare conflitti e diatribe. L’idea di fondo del bellissimo Fjord viene portata in scena con un ermetismo quasi radicale, esaltando conflitti e contrasti senza mai prendere realmente posizioni. Inevitabile, del resto, se l’intenzione finale è quella di ragionare in modo più sofisticato sul valore dei nostri valori.
Il cinema di Mungiu ha sempre guardato alla globalizzazione e alle divisioni culturali da una prospettiva intima e anti-autoritaria, ma con questo film cambiare la prospettiva diventa una vera sfida. E l’analisi si fa più spietata.
Quale mondo? Quali valori?

In quello che si mostra come un conflitto fra culture differenti (a una famiglia di evangelisti romeni emigrata in Norvegia vengono tolti i figli per supposta violenza domestica), il regista trova terreno fertile per portare la sua riflessione su un livello superiore. Mungiu non prende posizioni, non critica l’una o l’altra società (o forse le critica tutte, indistintamente): lo scontro è fondamentale non per permettere allo spettatore di parteggiare per qualcuno, ma per proporre la sua analisi dalla prospettiva più ampia possibile. In un film di totale sottrazione e sommissione, realizzato con pochissimi stacchi di montaggio per esaltare al massimo il realismo di ogni scena, Mungiu inquieta e disturba in una maniera incredibilmente sottile, ragionando su quanto la nostra società rischi di farsi fallace nonostante le intenzioni.
Ecco quindi il paradosso: in una società che corre all’impazzata verso il progresso, senza mai guardarsi indietro, rischiamo di rimanere fossilizzati sulle nostre convinzioni per la semplice presunzione di essere sempre nel giusto. In Fjord non ci sono reali colpevoli, ma ci sono comunque vittime: i giovani di oggi e di domani che pagano il prezzo di divisioni che non sentiranno mai davvero come necessarie. Nel suo essere inquietante e concreto al tempo stesso, il regista trova comunque spazio per la speranza: sono proprio le connessioni a creare la vera magia – anche se soltanto suggerita in un paio di scene. Fjord arriva al punto dimostrando quanto sia difficile capirsi davvero, quanto sia complicato conoscere veramente qualcuno senza coltivare una qualche forma di pregiudizio.
In un mondo in cui ci si abitua a combattere solo per ciò in cui si crede già, in cui ci si vuol sentir dire solamente ciò che si vuole, Mungiu sceglie di riconsiderare il cinema come strumento di riflessione pura. Un ritorno coraggioso alla confutazione, all’atto stesso di mettere tutto in discussione.
Così è se vi pare

Ridurre il film di Mungiu (come già sta capitando tra qualche collega oltreoceano) a un’analisi anti-progressista significa non aver recepito correttamente il messaggio. Sebastian Stan (irriconoscibile e davvero in parte, forse in una delle poche interpretazioni legata alle sue origini romene) e Renate Reinsve (spogliata dell’estro dei film di Joachim Trier e in totale sottrazione) incarnano le due facce di un’analisi differente sulla famiglia e sull’empatia. Giusto e sbagliato sono solo parole. Il mondo è molto più complesso. Curioso che nonostante tutti gli elementi posti in scena ci sia comunque un sostanziale equilibrio: Mungiu permette ai suoi attori di mettersi in gioco all’interno di un contesto dove l’analisi resta assoluta protagonista.
Così anche quegli elementi di assoluta ambiguità sembrano giocare con lo spettatore, suggerire altre prospettive, piuttosto che imporle. Il regista racconta e analizza con assoluta lucidità elementi via via più complessi, ma nel modo più inaspettato e sottile possibile rende Fjord un vero atto di fede. Credere, in fondo, diventa l’unica soluzione possibile – accettando ciò che non si può spiegare e accogliendo ciò che forse non si può davvero capire. Così è se vi pare.
