Nel 1987, un attore meglio noto come lo Starsky di Starsky & Hutch (ovvero Paul Michael Glaser) si mise dietro la macchina da presa e chiese ad Arnold Schwarzenegger di correre per non finire ucciso in uno show televisivo. Il film non fu un successo né al botteghino né sui giornali, anche se oggi lo ricordiamo con affetto come tutte le cose che hanno un’età maggiore di 29 anni.
Nel 2021 qualcuno sente però il bisogno di farne una nuova versione: è Edgar Wright, che riesce a realizzare questo suo desiderio nel 2025. Perché una versione di The Running Man (in originale, L’Implacabile) oggi?
L’UOMO IN FUGA

Wright, assieme allo sceneggiatore Michael Bacall, coltivava questo sogno fin dal 2017, nel pieno del primo mandato Trump. È facile capire cosa lo abbia spinto a voler adattare di nuovo il romanzo (sotto pseudonimo) L’Uomo in Fuga di Stephen King: ciò che alla fine negli anni ’80 era una fantasia distopica che estremizzava gli USA di Reagan, oggi è qualcosa di spaventosamente vicino alla realtà.
Il film racconta di Ben Richards (Glen Powell), un operaio licenziato per il suo vizio di dire la verità e di perdere per questo la pazienza, che si trova a fare i conti con una figlia ammalata e una moglie (Layme Lawson) che per guadagnare un po’ di più fa turni notturni come cameriera sfruttando la sua bellezza per farsi dare più mance. Prova a fare i provini per uno dei game show e quiz che inondano la tv, ma finisce suo malgrado a diventare protagonista di The Running Man, uno spettacolo in cui può diventare miliardario se riesce a sopravvivere 30 giorni in fuga dai Cacciatori, la squadra paramilitare che deve dargli la caccia contando anche sul supporto degli spettatori, fomentati dal regime televisivo che fa di tutto per ritrarre i fuggitivi come criminali senza scrupoli.
UNA BATTAGLIA TELEVISIVA DOPO L’ALTRA

Gli USA del film sono quelli di un futuro prossimo, di cui già possiamo vedere i semi: i leader che controllano il mondo sono quelli dei media e delle nuove tecnologie, che sfruttano leggi create per aumentare i loro profitti e quote di potere; la classe degli Uber-ricchi (quelli che, per esempio, possono ricevere stipendi a dodici zeri dai propri sottomessi azionisti), che vuole costruire steccati sempre più ampi tra “loro” e “noi”, ovvero le persone normali che guadagnano stipendi normali, ammesso li guadagnino; una classe media e proletaria addomesticata al potere delle fake news e delle manipolazioni audiovisive. A dominare è soprattutto l’insorgere di giochi a premi in cui la performance corporea conta più di tutto il resto e l’incolumità fisica è messa a repentaglio in cambio di soldi – molti soldi. Il reality di Squid Game o le trovate di Mr. Beast parlano da sole.
Così Wright e il suo sceneggiatore decidono di prendere di petto questa realtà e di rispondere raccontando la presa di coscienza politica di un uomo “normale” costretto a diventare un attivista, un radicale, a scendere nella lotta politica come letterale forma di sopravvivenza, seguendo in questo vari film contemporanei come Una Battaglia Dopo L’Altra, Eddington o The Toxic Avenger. Questo però accade soprattutto nel finale perché, un po’ per gusto personale, un po’ per questioni legate alla distribuzione Paramount, The Running Man punta soprattutto all’azione e allo spettacolo, al Cinema Circus a noi caro.
IL CORPO DELLO SPETTACOLO

Wright, che pure ha dovuto subire vari rimontaggi del film, trova nella gestione del ritmo e nel senso circense del filmare la propria forza, laddove dal punto di vista della regia e dello stile viene a mancare la personalità del regista di Scott Pilgrim, come pure del suadente e sottovalutato Last Night in Soho. Come nel programma tv che mostra, anche il film è un carrozzone da gestire e Wright lo fa affidandosi al lavoro dietro la macchina da presa del regista della seconda unità Darrin Prescott, dal direttore della fotografia Chung Chung-hoon (già collaboratore di Park Chan-wook) e degli operatori alla camera – in particolare Chris Bain, che si è occupato della steadicam e che ha dato alla prima parte del film una fluidità notevole, specie nella fuga dalla pensione, il vero pezzo pregiato del film.
Wright, in linea con il vecchio film, costruisce tutto lo spettacolo attorno al corpo del suo protagonista – e quello di Glen Powell è perfetto per raccontare la contemporaneità: i suoi muscoli non sono la roccia dell’America reaganiana, ma scattanti come la nuova politica; muscoli che non devono reagire al mondo, fermarlo e distruggerlo, ma scappare da esso. Non a caso, lo script punta anche sul travestimento (come in Hit Man), sul viso comune di Powell, la sua capacità di adattarsi a toni diversi del racconto. Come a sottolineare che le forme di resistenza contemporanea hanno bisogno di un altro modo di essere eroi: un modo nascosto, sotterraneo, che agisca contro un potere che fa della visibilità l’unica via.
Se nell’originale il Richards di Schwarzy (che qui compare come effige dei Nuovi Dollari) usciva di scena tra gli applausi del pubblico, baciando la moglie e diventando parte dell’orribile spettacolo che doveva combattere, il personaggio di Wright – in un finale che non riveleremo, ma comunque un po’ sbalestrato nel racconto – si tira fuori da quel meccanismo, comincia a distruggerlo, si fa icona fantasmatica della rivolta, armata e piuttosto arrabbiata. Il che lo rende, nonostante tutto, un’opera sull’oggi, più che sul domani.



