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Non è mai semplice decodificare la struttura interna dei drammi di Andrey Zvyagintsev, uno degli autori più potenti e affascinanti del panorama europeo. Dopo aver stregato Cannes con Leviathan e Loveless, il regista russo torna in concorso a distanza di nove anni dall’ultima volta. Minotaur si presenta come dramma familiare a tinte noir, mescolando dolore e violenza, ma bastano poche sequenze per comprendere che il suo significato è molto più profondo. Siamo abituati ai tradimenti, agli omicidi, a quegli orrori strettamente personali che macchiano l’esistenza umana e violentano il concetto di normalità, ma non abbiamo idea di quanto quegli stessi orrori possano diventare preoccupanti e tangibili quando rispecchiano il contesto di un intero paese.

La genialità (e la follia) di Minotaur parte proprio dal suo titolo e dalla sua idea di fondo per affacciarsi a un contesto politico mai così fragile e tormentato. Sulla superficie c’è un adattamento artisticamente elaborato de La femme infedèle di Claude Chabrol, poco più che una maschera per celare la verità di un orrore politico. La famiglia e il suo dramma si fanno sineddoche della condizione russa, impegnata in un conflitto terribile che trasforma in vittime la gente comune. Merce sacrificabile per il labirinto del Minotauro, esattamente come gli uomini che il magnate protagonista della pellicola sceglie diabolicamente di mandare al fronte. La Russia è spezzata, gelida, teatro di dolori e deliri. Sarebbe bello pensare che non ci sia nulla di umano in tutto ciò, ma la sua verosimiglianza dimostra esattamente il contrario.

Tra dramma e politica

Una scena di Minotaur
Una scena di Minotaur – @Mubi

Lo Stato chiede, il popolo obbedisce. Senza remore, senza esitazione. Solo bieco cinismo nella terra del senso perduto. Cosa resta della Patria quando i suoi uomini perdono il concetto di valore? Minotaur mostra gusci vuoti, borghesi assuefatti da piaceri effimeri e poveri disgraziati senza speranza di futuro. In mezzo si consuma il dramma familiare al centro delle vicende, ma la sua è costruzione e il suo svolgimento sono poco più che un pretesto. Non c’è soluzione, forse non c’è neppure reale colpa: Zvyagintsev lascia che le cose vadano esattamente come devono andare, soffocando i sentimenti per lasciare spazio alla (non) vita nel tempo della guerra. Il regista esule racconta tutta la sua rassegnazione, lasciando poca speranza a chi osa addentrarsi nel suo labirinto.

Purtroppo il mondo è in una posizione nettamente peggiore rispetto a qualche anno fa: dietro la macchina da presa, Zvyagintsev resta minuzioso e distaccato, costruendo le scene con maniacale precisione e una fotografia sensazionale. Non c’è un percorso di evoluzione reale, non c’è neppure voglia di una vera evoluzione: personaggi e situazioni sono solo elementi utili da poter sfruttare, irrimediabilmente compromessi – o già condannati a un destino che nessuno può evitargli. Luoghi e animi si scambiano reciprocamente vuoti e assenze, immersi in un abisso di colpa che il regista esalta dall’inizio alla fine. Non è pessimismo, ma qualcosa di più profondo, come un sussurro capace di distruggere ogni uomo. Zvyagintsev vuole che siano i non detti a urlare, a dissolvere la facciata, a permettergli di mostrarsi finalmente (necessariamente) politico.

Lasciate ogni speranza…

Una scena di Minotaur
Una scena di Minotaur – @Mubi

Minotaur ci mette poco a farsi feroce e terribile. In fondo è anche questa la sua grande forza. Il conflitto domina la scena all’ombra del progresso, senza neppure impegnarsi troppo a celare la propria natura. Il popolo subisce, compiacente e sofferente. Zvyagintsev non cerca scorciatoie morali, ma mette in scena un noir che si percepisce nell’aria più che nel peso delle vicende. Un mix letale di generi e riferimenti, di sensazioni e colori, che non ha paura di raccontare ciò che è diventato il suo paese. A chi non crede ancora che il cinema (e che tutto) sia politica, basterebbe ragionare attivamente su un paio di scene: Minotaur, piaccia o meno, è lo specchio della nostra contemporaneità.

Sarà difficile vederlo arrivare a premi? Forse, così come sarà molto difficile amplificare la sua distribuzione al punto da renderlo abbastanza popolare da permettere che il suo messaggi arrivi dove occorre. Anche in questo, forse non c’è consolazione che possa addolcire la pillola. Con un lampo di pura brutalità, Zvyagintsev ci ricorda che non c’è fine al male degli uomini. In questo senso, lasciare ogni speranza è la scelta più coraggiosa, terrificante e potente che potesse fare.

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Classe '94. Critico e copywriter di professione, creator per passione. Ha scritto e collaborato per diverse realtà di settore (FilmPost.it, Everyeye) con la speranza di raccontare il Cinema e la cultura pop per il resto della sua vita.