X

«Ma quelle sere, quando la mamma finiva per trattenersi così poco nella mia camera, erano ancora dolci a paragone di quelle in cui c’erano inviti a cena e, per questo, lei non saliva a darmi la buonanotte». Così raccontava Marcel Proust, in Alla ricerca del tempo perduto, di sua madre, del conflitto e del desiderio racchiusi in quel bacio della buonanotte che deludeva suo padre, mentre lui ne avrebbe voluto soltanto uno in più. «Mamma, torna indietro… dammi ancora un bacio», scriveva Proust, silenziosamente. Quel grido interiore e sconosciuto che si trasforma nella prima paura del diventare adulti, nella mancanza dell’esatto momento di cura, abbandono e fragilità che solo una madre sa dare. Crescere, volenti o nolenti, ci porta a conflitti più grandi, a lotte con il nemico che incontriamo ogni mattina nel mondo esterno o allo specchio, sempre pronto a farci cadere.

Da questa premessa nasce la profonda semplicità del rapporto tra Macaulay Culkin e Catherine O’Hara in Mamma ho perso l’aereo. Oltre a essere uno dei più bei film di Natale della storia del cinema, un cult assoluto degli anni ’90, una miniera d’incassi al box office e un’icona pop per i millennials (così perfetto da essere passato e tramandato anche alla Generazione Zeta e ora all’Alpha), Mamma ho perso l’aereo è soprattutto un film sul rapporto e il mondo invisibile che si crea tra un figlio e sua madre, in questo ordine non casuale. E forse, in troppi, lo abbiamo dato per scontato.

16 novembre 1990: il giorno in cui è cambiato tutto

Frame che ritrae Mamma, ho perso l'aereo
Una scena di Mamma ho perso l’aereo – @20th Century Fox

Chi ha provato a rielaborare Mamma ho perso l’aereo dal 1990 a oggi, con i vari “morbilli” e “ho allagato la casa” e reboot (senza offesa), rientra, come direbbero i francesi, tra “les incompétents”: Home Alone è stato (e resta) un film commerciale, ma nasce come un film d’autore firmato da due giganti della commedia come John Hughes e Chris Columbus.

A trentacinque anni dall’uscita USA del 16 novembre 1990 torniamo alla storia del piccolo Kevin McCallister, dimenticato a casa e costretto a difendersi da due ladri con un piano tanto ingegnoso quanto brutale (Battle Plan by Kevin McCallister, un titolo che genitori e figli di tutte le generazioni ormai conoscono a memoria). All’epoca dell’uscita, Mamma ho perso l’aereo rimase al primo posto del box office per dodici settimane di fila e chiuse i battenti con un incasso mondiale di circa 476,7 milioni di dollari; ai tempi, nelle classifiche all time, risultava dietro soltanto a E.T. e a Star Wars.

Da autore ad autore

Chris Columbus e Macaulay Culin sul set del film – @PhotograferAndrewSchwartz

Hughes, autore prolifico di commedie negli anni Ottanta e padre del coming of age per eccellenza con The Breakfast Club, scrisse il soggetto e la sceneggiatura di Home Alone in soli nove giorni. Dopo aver lavorato con John Candy e Macaulay Culkin in Io e zio Buck, decise di mettere al centro della scena proprio quel bambino di nove anni. Affidò la regia a Chris Columbus, anima candida di chi ama il Natale e abilissimo nella difficile impresa di lavorare sul set con i bambini.

Lo Sapevi?

L’idea del film a John Hughes venne durante un viaggio in Europa insieme alla sua famiglia, nel quale si domandò cosa sarebbe successo se uno dei suoi bambini fosse rimasto accidentalmente a casa da solo. L’idea divenne una sorta di ossessione durante tutta la vacanza e l’autore ci rimuginò a lungo sopra provando a immaginare tutti gli scenari possibili. Al suo ritorno negli Stati Uniti, quell’ipotesi iniziale era già diventata un insieme di possibili scene per un film (tanto che quando decise di trasporle, ci mise appunto meno di due settimane).

Non a caso Columbus firmerà poi le prime due trasposizioni di Harry Potter, dove le feste comandate e lo sguardo infantile pesano quasi quanto la magia della saga di J. K. Rowling ambientata a Hogwarts. Nella casa dei McCallister, nei vestiti di Kevin e per le strade di Chicago dominano infatti il rosso, il bianco e il verde, colori natalizi che invadono scenografie, carta da parati, arredi e luci, con alcune mattonelle blu in cucina a fare da contrappunto nella mattina iconica in cui Kevin si sveglia da solo, si interroga sul motivo di quello strano silenzio in un giorno di partenza verso l’Europa, richiama più volte nell’eco della casa vuota “Mamma… papà?” senza ricevere risposta, con i capelli ancora arruffati in una cresta punk alzata e smorzata allo stesso tempo dal cuscino.

Making of (parte 1)

La casa di Mamma ho perso l'aereo.
La casa del film – @20th Century Fox

Il dietro le quinte del film non fu per nulla semplice. Mamma ho perso l’aereo partì con una proposta alla Warner Bros che aveva fissato un tetto di spesa di 10 milioni di dollari. La cifra salì oltre 13 e poi 14 milioni e lo studio fece dietro-front. Chris Columbus, che stava già sondando altre strade in modo riservato, trovò in 20th Century Fox l’appoggio decisivo. La produzione si chiuse attorno ai 18 milioni e quella frenata da parte della Warner si rivelò una fortuna, dato che al botteghino arrivò a quasi mezzo miliardo.

Il clima fu un altro problema. A Winnetka, Illinois, set del film vicino a Chicago, la neve di solito abbonda e copre le strade per mesi, ma nell’inverno 1989-1990 quasi non si vide. La troupe si arrangiò usando fiocchi di patate sparati dai ventilatori per simulare la nevicata. In camera l’effetto reggeva. Dopo alcuni giorni però l’amido iniziò a deteriorarsi e sul set rimase un odore tutt’altro che natalizio. Poi, come disse Chris Columbus, accadde un vero miracolo di Natale e la città iniziò finalmente a imbiancarsi.

Making of (parte 2)

uomo con la pala
l’uomo con la pala @20th Century Fox

Reduce dai ruoli diretti da Martin Scorsese, Joe Pesci smorzò la ruvidezza da gangster e trasformò le parolacce in un fitto borbottio da villain dei cartoni animati. I racconti di set riferiscono che in una scena abbia persino morso per errore un dito di Culkin. Mentre per l’attore comico John Candy, invece, Mamma ho perso l’aereo ha avuto altri piani ancora: arrivò sul set e lavorò quasi ventitré ore di fila, improvvisò gran parte delle battute, compresa la storia del figlio dimenticato nella stanza delle pompe funebri e il suo “polka polka polka polkaaaa” in aeroporto; infine accettò un compenso simbolico che si aggirava attorno ai 400 dollari.

La colonna sonora del film tiene insieme il dualismo tra fiaba e suspense, nelle gag con i ladri e negli incontri con l’uomo della pala e quell’aria natalizia fatta di abeti avvolti da luci scintillanti, case addobbate fin sul tetto, cappotti anni ’90 e berretti con il pon pon. John Williams, dopo Lo squalo e Guerre stellari, costruisce un tessuto di archi, campanelli e coro di voci bianche che culmina in “Somewhere in My Memory” (canzone e partitura che furono entrambe candidate all’Oscar).

L’Urlo di Kevin

L'urlo di Kevin
L’urlo di Kevin @20th Century Fox

Nella scena del bagno, Kevin, giovane innocente con le suo movenze da uomo adulto quasi a imitare il padre (o lo zio Frank? No… Non credo!) dichiara di essere pulito e pronto “ho fatto la doccia e mi sono lavato dappertutto”, si sente grande, “ma proprio dappertutto: davanti, di dietro, fra le dita dei piedi, anche nell’ombelico. Tutte cose che non ho mai fatto volentieri”, si spruzza il deodorante, “non ho trovato lo spazzolino da denti, ma dopo ne comprerò un altro… a parte questo mi sento in forma!”, mette l’aftershave sul viso e scatta il grido con le mani sulle guance.

Quel gesto rimanda all’Urlo di Munch e la leggenda vuole che sia nato sul momento. In realtà il giovane attore doveva solamente darsi due colpetti sulle guance e invece in un attimo seguendo il vezzo dell’artista ha trasformato una normale scena in una sequenza memorabile. È l’immagine che chiude il cerchio, impressa nella locandina con Harry e Marv e la casa sullo sfondo, e riaffiora come un orologio in entrambi i film.

Un affare… di famiglia!

“Lui pensa di essere Kevin”, ha detto Culkin parlando del figlio. “Io gli ho detto, ‘Ti ricordi di essere sceso dalle scale sulla slitta?’ Lui fa tipo, “Mmhmm, sì. Certo che sì”. Io allora gli dico, “Ti ricordi quando aveva i capelli gialli?” E lui fa, “Uh-huh, sì”. – Macaulay Culkin

Macaulay Culkin, dopo il trionfo del film, ha attraversato anni silenziosi e difficili, travolto da una fama senza precedenti, come intrappolato in una goccia d’ambra. Voci intorno a Hollywood lo spacciavano per tossicodipendente, ma negli ultimi tempi sembrerebbe essersi rimesso in carreggiata. Lo abbiamo rivisto nei panni di Kevin adulto in uno spot di Google del 2018, mentre in questi giorni è tornato anche per il trentacinquesimo anniversario con uno spot che gioca sull’idea di mettere in sicurezza la casa per la madre ormai anziana. Torna il legame tra loro due. Spunta anche una giovane donna con la pala, letta come la nipote dell’uomo con la pala che cantava nel coro nel primo film (ci piace sognare, quindi diciamo che è lei senza ombra di dubbio).

Probabilmente a tenere in rotta Macaulay ha contato anche la famiglia, la moglie Brenda Song (London Tipton di Zack e Cody al Grand Hotel) i suoi figli, e il fratello Kieran Culkin, Fuller nei due capitoli natalizi, che ha appena conquistato il suo primo Oscar per A Real Pain ed è reduce dal successo della serie tv Succession.

L’eredità del (dei) film

Frame tratto da Mamma, ho perso l'aereo
Frame tratto da Mamma, ho perso l’aereo @20th Century Fox

Dopo trentacinque anni il mondo visto attraverso la Chicago del film è cambiato – basta pensare alla Chicago rappresentata in The Bear. Non è cambiato però il bisogno umano di appartenere alle proprie radici, infantili e familiari. Per questo Mamma, ho perso l’aereo continua a essere presente e importante nella vita di quei bambini diventati adulti e in quella dei loro figli.

Almeno una volta l’anno torniamo a casa da soli, con la nostra famiglia, con la compagna o il compagno, con un amico o amica, e Kevin ci apre la porta: ci smarriamo con lui a New York, fragili e sensibili davanti alla durezza di un Central Park che vorremmo guardare ancora come il Giovane Holden, con quella domanda su dove vadano le oche quando il laghetto ghiaccia, con quella donna dei piccioni che convince a usare il cuore “… se uno non lo usa, che differenza fa se si rompe?”. Ma questa è un’altra storia. Dal 4 al 10 dicembre, la pellicola tornerà al cinema restaurata in 4K. Un’occasione perfetta per sognare e combattere di nuovo al fianco di Kevin, magari per la prima volta davanti al grande schermo.

Chissà che con il biglietto in mano non venga anche voglia di sussurrare alla cassa «Tieni il resto, lurido bastardo». Forse è giusto che ogni tanto quel bambino dentro di noi esca fuori e si comporti ancora così.

Condividi.

Nicola Bartucca (Latina, 19 agosto 1996), graphic designer e copywriter nel settore pubblicitario, affianca da sempre al lavoro creativo una profonda passione per il cinema e la narrativa, in tutte le loro forme e declinazioni. Ha frequentato la Molly Bloom Academy di Roma e collabora con Schermi Magazine e ScreenWorld, occupandosi di cinema e cultura pop. Ad occhi aperti è il suo esordio letterario, una raccolta di racconti ambientati negli Stati Uniti, in uscita nel 2026.