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Non è tanto l’obiettivo, ma il viaggio, e quello del primo franchise cinematografico di Resident Evil, composto da ben sei film, non è sicuramente tra le migliori produzioni dedicate all’omonima opera videoludica di Capcom che pubblico – e fan – ricordino con piacere. Eppure, alle sue origini, vi era un progetto sviluppato con le migliori intenzioni e una visione creativa ben definita. Questo incontro di maestranze ha portato in sala nel 2002 Resident Evil, con protagonista la bella Milla Jovovich.

Ispirazione primaria, ovviamente, il franchise videoludico, ma con un occhio alla rielaborazione degli eventi, mantenendo saldi gli elementi base (la villa, il laboratorio sotterraneo, il virus e le creature) e inserendo protagonisti inediti, avendo la libertà di uscire fuori da binari narrativi già saggiati e tentare nuove narrazioni. Il risultato finale probabilmente non ha mai accontentato tutti, ma a distanza di quasi venticinque anni, rivedere quel primo film – a cui sono arrivati sequel fin troppo mediocri per tecnica, realizzazione e qualità – dimostra un’idea ben diversa, una volontà e consapevolezza maggiore, una reale sensazione che il film sia stato curato come possibile fin nel suo piccolo dettaglio, invitando maestranze che hanno saputo lasciare il segno.

C’era una volta Paul W.S. Anderson

Alice protagonista del franchise filmico ispirato al celebre videogioco survival horror
Milla Jovovich è Alice – ©Sony Pictures Entertainment

C’è stato un periodo in cui Paul Anderson si firmava così nei credit dei film che scriveva o dirigeva. Poi ha deciso di inserire anche le sigle W.S. La motivazione è delle più semplici: evitare che il pubblico lo scambiasse per un altro Anderson, Paul Thomas. Oggi, con la filmografia dei due registi a confronto, questa dichiarazione appare invecchiata malissimo, da chi forse voleva distinguersi, o per un eccesso di sicurezza, o magari solo per evitare strani casi di omonimia. Ad ogni modo, la carriera di Paul W.S. Anderson è delle più strane.

Negli anni ’90 firma film che nel tempo sono diventati dei piccoli cult: il primo Mortal Kombat, Soldier con Kurt Russell e poi il cult dei cult, Event Horizon, da noi, Punto di Non Ritorno. Film di una precisione e costruzione delle scene come della tensione che oggi potrebbe ancora fare scuola. Insomma, agli inizi degli anni 2000 Paul W.S. Anderson era un nome interessante, uno a cui affidi con certezza un film e qualche decina di milioni di dollari, per avere dietro un prodotto dignitoso, equilibrato tra gusto visivo e piacere narrativo.

Resident Evil esce nel 2002 e contiene con grande coraggio e respiro gli stilemi che hanno contraddistinto il regista. Poi qualcosa si rompe. Si passa sopra Alien Vs Predator, primo tentativo poco consistente di far incontrare due mostri sacri del cinema, ma da lì in poi di quella qualità, visione e talento se ne è perso ogni briciolo. Molti vogliono che questo calo qualitativo abbia incontrato la strana coincidenza del matrimonio dello stesso regista con Milla Jovovich. Solo malelingue invidiose?

I film successivi, con la ripresa del franchise di Resident Evil e il quarto, quinto e sesto capitolo, sono la fiera della mediocrità e dell’inclinazione a una visione totalmente commerciale. Insomma, tutto per non dire che scada nel vero e proprio trash.

Come suona Resident Evil

un'immagine di resident evil
La cover di Resident Evil – ©Sony

All’epoca dell’uscita del film al cinema, ricordo che mi fecero storie per entrare in sala: avevo 13 anni e in mia difesa dissi alla cassiera che aveva giocato tutti i capitoli del gioco. Alla fine entrai, mi divertii e un anno dopo comprai il DVD del film. Spulciando tra gli extra c’erano diverse interviste al cast come agli addetti ai lavori. Ricordo benissimo due contenuti in particolare, il primo era un’intervista alla Jovovich che diceva di essere una grande videogiocatrice e passava le notti a chiamare i suoi amici perché, giocando a Resident Evil, non sapeva come uscire dalla camera della Regina Rossa (Milla, posa il fiasco, grazie).

Il secondo contenuto, il migliore, è un’intervista a Marco Beltrami, compositore della colonna sonora, assieme a Marilyn Manson. In una decina di minuti, il particolare duo entrava nei dettagli della scrittura ed esecuzione del sound che accompagna Resident Evil.

Ora vi pongo una domanda molto semplice: ripensate sommariamente a tutti e sei i film di Resident Evil e ditemi quali tra questi ha le tracce sonore che sono state tramandate nel tempo. Vi risparmio la risposta: la colonna sonora del primo Resident Evil era di una forza dirompente, l’unica che se ascoltata si associa facilmente al film, o a determinate scene.

Marco Beltrami parla proprio di una creazione sonora basata sulla paura, sull’heavy metal (una chitarra heavy voluta fortemente da Manson) che si coniugasse a note infantili. La paura del buio, il terrore primordiale che si plasma attorno questo gruppo di soldati rimasti intrappolati in un vero e proprio inferno.

Ad oggi rimangono proprio queste note, innocenti e forti, che richiamano il terrore di rimanere isolati con degli zombie e creature varie. E la chitarra heavy metal che suona incessante quando è il momento di sparare a qualunque cosa emetta versi e grugniti di morte.

Influenze dirette

Resident Evil 4-©Capcom
Resident Evil 4 -©Capcom

Il film di Resident Evil è semplice e diretto. Vediamo una ragazza, Alice (Milla Jovovich) che si risveglia senza memoria in una vasca in una villa enorme. Poi da lì l’azione è serrata e si risolve in pochissimi secondi: un commando di soldati irrompe, la cattura, gli chiedono rapporto, lei è spaesata, si apre una porta dietro un pannello della grande villa, l’estrazione continua, la chitarra heavy di Manson suona incessante, il gruppo supera la porta che si chiude alle loro spalle. Lo spettatore è come la giovane Alice, non sa cosa sta succedendo, chi sono loro, dove stiano andando.

Il silenzio, i pannelli grigio chiari, le luci fredde, la tensione e la narrativa ci portano a centinaia di metri sotto questa villa in un grandissimo laboratorio sotterraneo dove qualcosa è successo.

Il resto della narrazione vede personaggi inediti scontrarsi con orrori conosciuti: Virus T, zombie, cani zombie e i temibili Leccatori. Ci sono ovviamente libertà creative che non superano mai la soglia dello stravolgimento, diventando tutto credibile, un forte b-side narrativo per cui non si fa fatica ad accostarlo al capitolo videoludico genitore. Anzi, proprio questo film propone anche soluzioni visive che verranno rielaborate nei videogiochi tempo dopo.

Esattamente come per la colonna sonora, la scena della stanza con i laser è diventata iconica e apprezzata a tutto tondo, tanto che lo stesso creatore del franchise videoludico, Shinji Mikami, ha inserito una sequenza molto simile nel successivo – e rivoluzionario – Resident Evil 4, uscito nel 2005.

Cosa rimane oggi del franchise?

Alice in Resident Evil
Alice in Resident Evil – ©Sony

A fine 2026 uscirà il terzo reboot del franchise cinematografico. Nel 2021, dopo la chiusura dell’ultimo capitolo firmato Paul W.S. Anderson, Sony tentò un rilancio con Resident Evil: Welcome to Raccoon City. Il film si rivelò essere un flop, tanto di critica quanto al boxoffice, ma l’IP è troppo forte per tenerla ferma e ora è tutto passato nelle mani di Zach Cregger (Barbarian, Weapons) che ha già dichiarato di realizzare qualcosa di inedito, una storia di nuova sopravvissuti agli orrori della Umbrella e Raccoon City.

Cosa resta dunque dei sei film di Resident Evil della premiata ditta Anderson-Jovovich? Se in termini di critica, i capitoli sono andati sempre peggiorando già dal secondo (con Anderson solo scrittore e produttore) lo stesso non si può dire del responso al box-office, punto centrale che risponde alla domanda che in molti si sono posti per anni: se questi film sono terribili, perché si continua a realizzarli? Perché incassano. Dati alla mano, nessuno dei sei film è stato un flop al box-office. Anzi.

A livello globale, i costi totali dei sei film hanno toccato una cifra di poco meno di 300 milioni di dollari. Sempre globalmente, gli incassi del franchise toccano circa 1,3 miliardi di dollari. Un utile (lordo) di circa un miliardo di dollari. Un dato che dimostra spesso come il mercato e il box-office abbiano una forza trainante maggiore di qualunque fan scontento che si lamenta su internet.

Al netto di ciò, l’invito è quello di riscoprire la bellezza del primo Resident Evil, anche mettendolo a confronto con cosa è uscito successivamente. Abbiamo avuto un film magnifico, a cui sono arrivati poi sequel scadenti e lontani dalla gloria. Peccato. Adesso è tutto in mano a Zach Gregger.

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Classe 1989. Gabriele Barducci scrive di Cinema e serie tv. Dal 2022 è responsabile dell'area videogiochi di ScreenWorld. Comincia a scrivere di Cinema e serie tv nel 2012 accompagnando gli studi in Scienze della Comunicazione presso l'università di Roma La Sapienza. Nel 2016 entra nella redazione di The Games Machine occupandosi anche di videogiochi, mentre dal 2017 è nello staff della rivista di cinema Nocturno.