Beati i più giovani che possono ancora scoprire chi è e cosa ha fatto Jackie Chan. Beato chi, come loro, lo conosce soltanto come il maestro Han del reboot di Karate Kid (2010) e in quello da poco uscito nelle sale per sfruttare il successo di Cobra Kai. Questo arzillo signore di 71 anni è l’incarnazione stessa del Cinema Circus, la personificazione di un’idea di spettacolo in cui l’azione sfrenata, la perfezione coreografica e il gusto della risata trovano il loro più alto punto di congiunzione.
Per fare un’operazione matematica: Buster Keaton + Gene Kelly x Bruce Lee. Quello che esce fuori è forse il più grande rivoluzionario del cinema d’azione orientale insieme proprio al Piccolo Drago Lee e a John Woo. La differenza è che lui lo ha fatto da uomo di cinema totale – attore, coreografo, regista e produttore – per un periodo lungo quasi 50 anni. Lo ha rivoluzionato partendo dalla teoria e arrivando alla pratica, concependo un livello di enormità dei combattimenti, degli inseguimenti, dei set da distruggere e realizzando poi tutto dal vero, senza effetti visivi, senza controfigure che non fossero gli stessi artisti marziali e gli attori impegnati sul set.

Chan infatti (nome d’arte di Chan Kong-Sang, ora Fáng Shìlóng o Chéng Lóng) ha portato l’arte dello stuntman a livelli disumani, spingendo il suo corpo ai limiti della fisica, ispirando generazioni di artisti successivi (sì, Tom Cruise, pensiamo proprio a te) e segnando in profondità il cinema di Hong Kong e del mondo. Le ossa che si è rotto, le volte che ha rischiato vita o funzionalità corporee non si contano e sono tutte testimoniate dai titoli di coda dei suoi film, che oltre a mostrare i ciak sbagliati (pratica di cui si nutriranno gli spettatori di Paperissima), rende evidenti i terribili incidenti che Chan si auto-infliggeva lanciandosi da alberi, treni, torri, palazzi, elicotteri eccetera. Jackass spostati – e pure in fretta.
Questo articolo non è un saggio sul magnifico Kung-Fu Master, ma un omaggio alla sua arte che intende raccontare le 5 sequenze d’azione più clamorose dei suoi film.
La corsa in bicicletta di Operazione Pirati (Jackie Chan, 1982)
Al terzo film da regista, Chan fa il salto di qualità dal punto di vista produttivo e narrativo, usando le arti marziali in un contesto avventuroso più ampio dove anche le sequenze d’azione si fanno più ricche e complesse. È il film in cui Chan saltò da un orologio alto 20 metri passando attraverso varie tende da sole prima di atterrare, ripetendo l’azione tre volte prima di essere soddisfatto.
È anche il film in cui s’inventò un inseguimento ciclistico memorabile dentro vicoli stretti, sfondando un po’ di tutto per poi combattere in duetto con Sammo Hung, suo magnifico sodale per vent’anni, ribattezzato The Fat Dragon per la sua stazza.
Baraccopoli e autobus in Police Story (Jackie Chan, 1985)
Per avere un’idea della scala su cui si muovono i film di Chan (e questo in particolare, il suo preferito tra i film d’azione), si guardi la prima sequenza di questo film, primo di una lunga a fruttuosa serie. Non sono neanche finiti i titoli di testa che i protagonisti del film si inseguono distruggendo una baraccopoli a grandezza naturale, ripresa in campo lungo.
Poi, aggrappandosi con un ombrello a un autobus in corsa, sfondano i vetri del mezzo attraversandolo col corpo. Chan parte da una nota già potente per impostare un crescendo che appare impossibile e che invece sfocerà nel finale al centro commerciale, con alcuni quintali di vetri rotti e il salto dal palo che gli ustionerà le mani e gli romperà varie ossa,
Inseguimento a Kuala Lumpur in Supercop (Stanley Tong, 1992)
Quando hai fatto di tutto cos’altro puoi fare se non volare? Così Chan si aggrappa sulla scaletta di corda di un elicottero in volo e passa tra i grattacieli della capitale malese, sbatacchiato da un lato all’altro, atterrando su un treno in corsa in cima al quale a un certo punto vola anche Michelle Yeoh in sella a una moto da cross.
Un film in cui tutti si menano furiosamente, con lo spettatore che deve aspettare i titoli di coda per ricordarsi di respirare.
Esplosione finale in Crime Story (Kirk Wong, 1993)
Non è una sequenza particolarmente elaborata di per sé, almeno non come alcune di quelle che abbiamo raccontato finora, ma è la testimonianza di un senso del realismo che sconfina nella follia: per dare degna conclusione alla vicenda del rapimento di un ricco industriale, Wong – tra i migliori registi action del paese – e Chan pensano che non ci sia niente di meglio un palazzo che esplode pezzo dopo pezzo.
Così decidono di farlo esplodere davvero (sarebbe stato demolito di lì a poco) e di piazzarci dentro i protagonisti che, oltre a menarsi in tutti i modi, devono anche cercare di non morire. Uno dei primi film “seri” di Chan, con un finale incredibile.
Tip tap sui tetti di Rotterdam in Senza nome e senza regole (Jackie Chan e Bennie Chan, 1998)
A metà degli anni ’90, Chan è una star in tutto il mondo e comincia a girare film in inglese, tra Hollywood e l’Europa, per diventare il più possibile globale: uno dei migliori di questi film, che investivano in spettacolo molto più di quanto non facessero in scrittura e regia, è il suo secondo in lingua inglese.
Tra un inseguimento degno di Bond e una fuga scivolando sulla vetrata del Willemswerf Building, c’è una meravigliosa sequenza di combattimento a tre che pare uscita da un musical di Fred Astaire, una sorta di tip tap marziale da sindrome di Stendahl. Impressionante.



