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Ci sono film che restano nella memoria collettiva, che fanno scalpore ed entrano nella storia del cinema. Ci sono personalità del mondo dello spettacolo che, grazie a quei film, entrano in un Olimpo esclusivo. E quando queste personalità tornano sulla scena internazionale con nuovi progetti, le aspettative sono altissime. Aspettative, che in questo 2026 al Festival del cinema di Cannes, sono state disattese.

Arthur Harari è una di queste personalità. Nel 2023 è stato sceneggiatore di quel capolavoro di Anatomia di una Caduta, una storia serrata e intima che disseziona i drammi di una famiglia e li mette al microscopio, uno dei film più importanti e amati degli ultimi anni. Ora, Harari torna a Cannes con The Unknown, opera che ha scritto e diretto – e che tutti credevano sarebbe stato un nuovo miracolo. La realtà, purtroppo, si è rivelata ben diversa. E ci dimostra che Anatomia di una Caduta è stato un bel film perché non lo ha diretto lui.

Un’idea affascinante

Una scena di The Unknown
Una scena di The Unknown, fonte: Bathysphère

La storia di The Inconnue si basa su premesse affascinanti e che, se sviluppate a dovere, sarebbero potute essere vincenti. David, un fotografo di Parigi (Niels Schneider), vive una vita normale e disincantata, mettendo in piedi un progetto fotografico sul passaggio del tempo e delle generazioni. Tra i suoi scatti, nota una donna (Léa Seydoux) che attira la sua attenzione e con la quale ha un rapporto sessuale intenso e strano. Al suo risveglio, David scopre che la sua anima e la sua coscienza sono stati scambiati con il corpo della donna, Eva, e si ritrova a vestire i suoi panni. Rintracciando le sue membra originali, un’altra coscienza le abita e insieme si metteranno alla ricerca della misteriosa entità che prende possesso dei corpi altrui.

Questa misteriosa entità rappresenta il fulcro del film, ciò su cui si basano tutta la premessa e la narrazione, nonostante la sua ricerca e la spiegazione del suo operato vengano abbandonate molto facilmente per lasciare spazio alla disperazione dei protagonisti, condannati a vivere una pelle che non gli appartiene. Si potrebbero elaborare tantissimi parallelismi su ciò che rappresenta una storia come questa. Delle problematiche che vivono le persone transgender che vivono un disagio interiore legato al proprio corpo o una metafora di coloro che soffrono di problemi di salute mentale in riferimento al dismorfismo. Sarebbe tutto molto profondo, ma la verità è che ci sono tante interpretazioni, ma poca sostanza a cui fare riferimento. La storia prende una deriva inconsistente molto facilmente e non tutto può reggersi su teorie e idee inconcludenti.

Non c’è molto da dire

Lea Seydoux in un fotogramma di The Unknown
Lea Seydoux in un fotogramma di The Unknown, fonte: Bathysphère

Non vogliamo massacrare eccessivamente questo film, soprattutto perché ha un certo fascino macabro che non riusciamo a levarci dalla testa. Lea Seydoux è strepitosa, meglio di altre pellicole in cui è già apparsa in questo festival e in una sequenza in particolare (tremendamente raccapricciante e non adatta a un pubblico sensibile a elementi di natura sessuale) dimostra tutta la sua potenza espressiva. Le lacrime, il dolore, interiore ma soprattutto esteriore della carne lacerata. La colpa, il disgusto, la disperazione di mettere in atto l’unica soluzione possibile. Questo e molto altro traspare dai suoi occhi, da ogni movimento del suo viso e del suo corpo. Un’interpretazione magistrale, in grado di cambiare radicalmente quando interpreta una donna e quando prende le vesti di un uomo.

Menzione d’onore anche per Niels Schneider che rivaleggia con la sua coprotagonista per gli stessi motivi. Passare da uomo rigido e sicuro di sé a ragazzina adolescente spaventata e fragile non è cosa da tutti. Purtroppo una premessa accattivante, ma lasciata a se stessa e due interpreti in stato di grazia non possono salvare un film che si prende, eccessivamente, il suo tempo e che si perde in decine di idee non sviluppate e, ognuna di queste, non portate a termine.

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Nato il 19 Dicembre 1992, ha capito subito che il cinema era la sua strada. Dopo essersi laureato in filosofia all'università di Palermo e aver seguito esami, laboratori e corsi sulla critica, la storia del cinema e la scrittura creativa, si è focalizzato sulle sue più grandi passioni: scrivere e la settima arte. Ha scritto per L'occhio del cineasta ed è stato redattore per Cinesblog fino alla sua chiusura. Ha iniziato a scrivere per DigitalDreams sui siti Cinemaserietv.it e brevemente su Cultweb.it e ha svolto il ruolo di responsabile news per ScreenWorld.it. Ora si occupa principalmente di stesura, gestione e organizzazione di news e articoli short form per BadTaste.it ed è il Community Manager di ScreenWorld.it.