Cose strane accadono durante una Notte degli Oscar. Non sappiamo quante altre volte sia successo, ma durante la cerimonia del 2012 succede che tra i cinque film candidati come Miglior Film Animato non c’è nemmeno un film targato Disney-Pixar. L’Oscar (meritatissimo) lo vince a sorpresa il bellissimo Rango di Gore Verbinski, scalzando i due favoriti di casa Dreamworks, ovvero Kung Fu Panda 2 e Il gatto con gli stivali. Però, quello che fa notizia è la presenza di due piccoli film europei nella cinquina dei nominati. Sono il franco-belga Un gatto a Parigi e lo spagnolo Chico & Rita. Un segnale importante che per una volta dimostra che l’Academy guarda anche ai piccoli film indipendenti.
Ecco quell’anno, poco fuori da quella cinquina, troviamo un’altra piccola perla animata spagnola: ovvero Arrugas – Rughe di Ignacio Ferraras. Un film prezioso che affronta con grande tatto un tema complesso come quella del morbo di Alzheimer. Ecco, Arrugas dimostra quanto con po’ di curiosità e voglia di esplorare altrove, lontano dai soliti prodotti delle solite major, l’animazione sappia affrontare temi scomodi con un tocco tutto suo. Un tatto che ha conquistato anche lo studio ghibli, che è arrivato a distribuirlo in Giappone sotto la sua ala. Qualora non lo abbiate ancora visto, potete rimediare recuperandolo su CG Tv streaming, una piattaforma dedicata al grande cinema d’autore di qualità. Ma adesso cerchiamo di capire cosa di nasconde tra tutte queste rughe.
Ricordati di non dimenticare

Partiamo dalla trama. Di cosa parla Arrugas-Rughe? Il film racconta la storia di Emilio, un anziano direttore di banca affetto dal morbo di Alzheimer che viene ricoverato da suo figlio in una casa di riposo. In ospizio Emilio diventa molto amico di un altro anziano Miguel, che è cresciuto e vissuto a lungo in Argentina. Emilio viene aiutato da Miguel, ancora mentalmente lucido, per evitare di essere trasferito nella parte superiore dell’ospizio, dedicata ai casi più gravi. Nasce così una storia che parla di amicizia, di solitudine e soprattutto di ricordi che sfuggono, assieme alle persone che siamo e che siamo state. Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza il grande fumetto da cui è tratto Arrugas, ovvero Rughe del grande Paco Roca. E qui arriviamo al grande segreto dietro la bellezza di questa storia.
Memoria di carta

La graphic novel Rughe viene pubblicata per la prima volta nel 2007, in Italia è edita da Tunuè ed è senza troppi giri di parole una delle opere a fumetti più belle degli ultimi vent’anni. Il fumetto vince una marea di premi, vende oltre 50mila copie e riesce nell’impresa di raccontare l’Alzheimer senza retorica, senza essere mai ricattatorio nei confronti del pubblico e soprattutto con un perfetto equilibrio tra rispetto della dignità dei malati e capacità di ironizzare su un tema delicato. Ed è incredibile come questo equilibrio delicatissimo sia sintetizzato alla perfezione nella sua copertina: un uomo che sorride mentre i fogli della sua vita volano via dal finestrino di un treno. La grandezza di Rughe, del fumetto così del film, è tutta qui: non parla di Alzheimer, non mette la malattia davanti al malato, ma ti fa entrare davvero nella testa e nel cuore dei suoi protagonisti. È quasi un’avventura mentale dentro un ospizio che diventa quasi un microcosmo a parte in cui fare i conti con se stessi. Alla base di tutto c’è un’esperienza personale dell’autore Paco Roca, inizialmente poco convinto che un fumetto sull’Alzheimer potesse interessare a qualcuno senza sembrare troppo triste e pesante.

Rughe nasce da un’esperienza personale di Roca, che il fumettista ha racconta così: “Mio padre aveva l’Alzheimer, così come il padre del mio più caro amico. All’epoca era una malattia poco raccontata sia dalla letteratura che dal cinema. La mia intenzione era affrontarla senza uno scopo didattico, senza pensare al lato strettamente medico. Quello che in realtà mi premeva mettere in luce era la solitudine, che mi sembrava essere il minimo comune denominatore di tutti i degenti delle case di riposo”. Per lavorare al fumetto Roca si è documentato come si deve, entrando in punta di piedi in tanti ospizi, parlando con molti malati e provando la sensazione (parole sue) di essere “su un’isola su cui erano approdati naufraghi approdati a caso da imbarcazioni diverse“. Ognuno con la sua storia, ognuno col suo bagaglio. Quella che lo ha colpito di più riguarda una signora affetta dalla stessa malattia, che passava le sue giornate alla finestra pensando di viaggiare in treno: per farla mangiare la si doveva convincere d’andare al vagone ristorante. “Questi aneddoti reali erano così efficaci che era impossibile superarli”, ha detto lo stesso Roca. Tutto senza mai essere didattico, ma provando a capire cosa prova davvero un uomo che sta perdendo se stesso assieme ai suoi ricordi.
Dalla carta alla pellicola

Ogni trasposizione è come un piccolo intervento chirurgico. Un trapianto di spirito che, nel caso di Arrugas, è riuscito alla perfezione. Non è un caso, perché Paco Roca ha collaborato col regista Ignacio Ferreras, l’ha aiutato col copione e con la direzione artistica, dandogli preziosi consigli sul lato della documentazione. Ferreras, infatti, non ha svolto un lavoro sul campo entrando negli ospizi, per cui è stato Roca a guidarlo nel trovare il giusto tatto nel raccontarne le storie. Il film è diventato anche un’occasione per Roca, visto che ha potuto inserire elementi che non è riuscito raccontare nel fumetto. Ma la vera bellezza di Arrugas è nel fatto che è una storia che non potrebbe essere racconta se non attraverso il disegno.
Sia il fumetto che il film raccontano la malattia attraverso il segno grafico, attraverso volti che spariscono, corpi che evaporano e sequenze surreali che solo l’animazione riesce a rendere cos bene. Lo stesso equlibrio tragicomico della storia è possibile solo attraverso il cortocircuito tra questo character design morbido e una storia cruda, atroci, commovente, mai ricattatoria. Ecco, Arrugas è un film tenero e allo stesso tempo tostissimo. E non a caso è piaciuto molto agli stessi malati di Alzaheimer che non si sono sentiti trattati come bambini emarginati, ma come persone con una dignità e una vita a cui aggrapparsi. Senza pietismi e senza stereotipi. Con l’ironia come perfetto ingrediente per guardare le cose dal una prospettiva nuova.


