Negli sconfinati spazi del sentire, Chloé Zhao ha ritrovato la sua anima. Hamnet è un sussurro al cuore, profondo e potente, ma incredibilmente delicato nel rappresentare il lutto e il suo fantasma. Vive di strutture e strati, questa splendida creatura, che nasce dall’amore e si chiude con un’apoteosi della percezione femminile. Il film che adatta il romanzo di Maggie O’Farrell è prima di tutto la storia di due giovani in amore: un intreccio d’arte e d’esistenze che procede per immagini, sensazioni, risonanze emotive. Tutto partendo dall’assunto che Hamnet e Hamlet potrebbero tranquillamente essere dei nomi intercambiabili. Quella rivelazione riverbera perpetua durante la visione, come un’eco distante esposta agli occhi di chi osserva, di chi cerca un senso oltre quei sospiri, oltre i silenzi e l’estasi.
La prospettiva naturalistica che ha reso celebre la regista di Nomadland irrompe sulla scena con l’ardore e l’ardire di chi cerca la meraviglia attraverso il dolore. Che si tratti di Shakespeare o meno diventa quasi irrilevante: William (Paul Mescal) e Agnes (Jessie Buckley) sono due cuori che battono all’unisono tra i rintocchi dell’esistenza, in quell’idillio tra arte e natura all’apparenza inconciliabile, ma retto dalla forza di un legame indissolubile. Essere o non essere chi si desidera è un quesito fondamentale in un mondo sempre più difficile in cui sapere cosa diventare. Hamnet vuole arrivare a tutti, vuole raccontare gli uomini e il loro dolore, ma anche la speranza di una liberazione attraverso l’arte.
Estasi e catarsi, due stelle brillanti al di là dell’oblio. Così procede per percorsi solidi, sceglie una struttura classicissima che punta tutto sulla dirompenza delle emozioni, sulla dominanza di una verità tangibile – quella dell’amore. Non è un caso che Zhao decida di raccontare il legame, ma soprattutto il tempo, nel tempo, per dare ancora più gravitas all’esistenza e ai suoi lati più oscuri. Sui suoi tre livelli di lettura (gli uomini, l’amore, la catarsi creativa) Hamnet interroga, non osa spiegare. Si limita a trasmettere a chi sa quanto sia importante sentire. Tra la nebbia dei sensi e i contorni del cuore, in un eterno gioco di ritorni che ci dona una delle opere più intense dell’anno.
Un amore al femminile

Contro ogni prerogativa secondo cui l’amore si fa grande con la presenza costante, il valore di questo legame domina la scena crescendo alla distanza. La memorabile coppia di protagonisti di Hamnet conquista lo schermo da una prospettiva chiaramente volta al femminile, tanto elegante quanto gentile e acuta, con Agnes che rappresenta il perno centrale dell’opera. Come una custode primordiale di un sentire puro e libero, Agnes è presenza costante e guida spirituale per lo spettatore. Un essere quasi etereo, legato alla terra come incarnazione della natura tangibile, dotata di una sensibilità superiore. Per alleggerire il peso delle essenze, la regista dona ai corpi un peso specifico: Paul Mescal e Jessie Buckley sono corpi in azione, anime in fermento che si amano e soffrono fisicamente.
Tornano prepotenti quei sospiri, i respiri spezzati e le lacrime dirompenti, specie quando il film giunge alla sua svolta. Da lì tutto entra in discussione, con quello spettro che si è fatto carne e ha pervaso la scena. Se prima i personaggi venivano osservati alla distanza, spesso dall’alto, come se il destino stesse già scrutando i suoi prossimi tiri mancini, Hamnet assolve ogni dramma in un’elaborazione sofferta, ma soprattutto vera. Sono scelte radicali che definiscono l’andamento di una pellicola, ma che qui elevano ogni frammento della celluloide su un livello superiore. Non c’è pietas, non c’è malinconia: solamente un sentimento bruciante che necessita di uscire in tutta la sua veemenza e che viene vissuto da due prospettive differenti.
La primordialità di una madre e l’espiazione di un padre che cerca uno sfogo attraverso l’arte. Due sguardi divergenti costretti a confrontarsi, a capirsi persino. E che proprio dinanzi al dolore più grande scoprono di essere legati allo stesso sentire.
Artis maestatis

Hamnet non è una dichiarazione di intenti. Non è una storia che cerca redenzione o consensi. Il film di Chloé Zhao è un ritratto elegante che fa da antitesi alla morbosità del sentire, che nell’orrore crede nella catarsi e nel potere salvifico dell’arte. Crede che quando l’inchiostro si mescola al sangue, può dar vita a qualcosa di eterno. In fondo è questo ciò che qualsiasi artista spera di trovare attraverso la propria arte. Oltre il sublime, oltre il dolore, tutti cercano quell’estasi in cui l’eccelso si fa liberazione tra i respiri dell’eterno. Mancava da tempo un’opera in grado di dare tanto valore all’arte nella vita. Qui l’arte diventa evento, l’evento diventa attimo unico e irripetibile in cui il palcoscenico diventa quello della vita. Agnes e William si rivelano incredibilmente vicini ai nostri tormenti, all’introspezione che manca tanto nella nostra epoca.
Il viaggio di Hamnet spezza e addolora, scalda e rincuora. Offre spiragli di grandezza dove tutto è perduto. Ma è lì. Presente ed eterno. Hamnet vive sul palco e oltre la scena. Non è un fantasma che aleggia sulle anime fragili, ma un velo silente che le accudisce e dona loro speranza. Proprio l’arte dona il pensiero che ci sia ancora vita oltre l’impensabile, che forse la catarsi non è la fine di tutto ma l’alba di un nuovo inizio. Anche nel buio può giungere una nuova luce. E forse, in tempi delicati e vulnerabili come questo, è il messaggio più grande e importante in cui potessimo sperare.



