Da più di due secoli c’è una figura che attraversa la letteratura, la pittura, il teatro e soprattutto il cinema, mutando forma insieme alla società che lo osserva. È stato mostro e martire, vittima e carnefice. Ogni generazione, in qualche modo, ha riconosciuto in lui la propria inquietudine: cercare di dare un senso alla creazione e finire per generare qualcosa di incontrollabile.
Frankenstein è ormai un archetipo, un simbolo eterno dell’uomo che osa sfidare i limiti imposti dalla natura o da Dio e ne paga le conseguenze.
Nel buio dei laboratori gotici, fra scintille elettriche e grida di “It’s alive!”, si nasconde il cuore più fragile dell’essere umano: il desiderio di essere artefice di vita, di creare dal nulla. Ma il cinema, sin dalle sue origini, ha colto anche il paradosso più profondo di tale mito: la creatura è più umana del suo creatore. E, dunque, anche più capace di provare dolore, amore, compassione.
Mary Shelley e la nascita del moderno Prometeo

Tutto comincia nel 1816, in un’estate fredda e tempestosa, sulle rive del lago di Ginevra. Mary Shelley, appena diciannovenne, partecipa con Lord Byron, Percy Shelley e John Polidori a una sfida: chi scrive la storia più terrificante possibile, vince. Nasce così Frankenstein, o il moderno Prometeo, che viene pubblicato nel 1818.
Dietro quella storia apparentemente di scienza e orrore si nasconde una riflessione vertiginosa sul Romanticismo, sulla solitudine e sulla responsabilità della conoscenza. Shelley, figlia di filosofi illuministi (nonché di una pioniera del femminismo), costruisce una metafora potente del mondo moderno: un uomo che crea la vita e si ribella alla propria creatura, incapace di amarla. Il romanzo contiene già di per sé tutte le tensioni che il cinema renderà visive nel corso degli anni: la fascinazione per la scienza e la paura dell’ignoto, con un pizzico di innocenza perduta e il colpo di grazia della colpa.
Victor Frankenstein è il Prometeo che ruba il fuoco divino, ma la sua creatura è l’Adamo che chiede ragione del proprio dolore. Quando il “mostro” chiede al suo creatore una compagna, quando esprime il bisogno di essere amato, diventa l’emblema di ogni essere umano respinto. Mary Shelley, dunque, scrive un dramma morale: il vero orrore non è il corpo ricucito, ma l’abbandono. Il cinema erediterà questa tensione, portandola nel linguaggio dell’immagine e del suono. Ogni versione filmica, da allora, sarà un tentativo di rispondere alla stessa domanda che attraversa il romanzo: che cosa significa essere umani?
Il mostro di celluloide: gli anni ’30 e il volto di Boris Karloff

Quando James Whale gira Frankenstein nel 1931, per la Universal, il cinema sonoro è ancora giovane. Ma il mito trova immediatamente la sua iconografia definitiva. Il volto pallido e squadrato di Boris Karloff, i bulloni al collo, la fronte piatta e la camminata incerta diventano parte dell’immaginario collettivo. Nessuno prima d’allora aveva dato al mostro un aspetto così tragico e umano. Whale, regista di grande sensibilità teatrale e visiva, costruisce un’opera che è tanto horror quanto melodrammatica. Sotto la patina gotica e l’orrore elettrico, il film parla di un’anima smarrita, che cerca calore e comprensione.
L’inquadratura in cui la creatura tende le mani verso il sole, o quella in cui gioca con la bambina sulle rive del lago (prima di ucciderla accidentalmente) condensano l’essenza del mito: la purezza che il mondo non sa accogliere. Nel seguito, The Bride of Frankenstein (1935), Whale approfondisce il discorso con ironia e pathos: la creatura diventa un filosofo sofferente, capace di comprendere la propria solitudine. L’aggiunta della “sposa”, interpretata da Elsa Lanchester, introduce anche un altro tema, nuovo: il rifiuto dell’amore come condanna eterna.
La Universal crea così un film di successo, ma anche un’icona culturale: la creatura di Karloff diventa il simbolo dell’emarginato, dell’outcast of society. E, da quel momento, Frankenstein smette di appartenere solo alla letteratura. Diventa un linguaggio visivo autonomo, continuamente riscritto.
Dalla paura alla pietà: l’evoluzione dell’empatia nel dopoguerra

Dopo la Seconda guerra mondiale, il mito si trasforma e le paure cambiano volto: la scienza non è più meraviglia, ma strumento di distruzione. Le ombre di Hiroshima, dei campi di sterminio e dei terrificanti esperimenti medici nazisti contaminano l’immaginario collettivo. Il “mostro” si trasforma nella metafora di un’umanità che ha perso il controllo dei propri strumenti. Negli anni ’50 e ’60, la Hammer Films rinnova l’immagine della creatura con una serie di pellicole più cupe, sensuali e sanguigne. Peter Cushing interpreta un dottor Frankenstein più ambizioso e spietato, mentre Christopher Lee dà alla creatura una fisicità violenta, quasi animalesca.
Film come The Curse of Frankenstein (1957) e Frankenstein Must Be Destroyed (1969) eliminano la malinconia dei film Universal e la sostituiscono con una brutalità nuova, più vicina al clima della Guerra Fredda. Qui il vero orrore non è la creatura, ma l’arroganza dello scienziato. Eppure, anche in questa fase è presente un residuo di compassione, che sopravvive. Ogni incarnazione cinematografica della creatura è, infatti, anche un riflesso della società che la respinge.
In parallelo, il cinema d’autore europeo (da La Jetée di Chris Marker a Frankenstein Unbound di Roger Corman) esplora l’idea del tempo, della memoria e della responsabilità morale della creazione. Il mito di Shelley diventa in questo caso un codice aperto: ogni regista può tradurlo nel linguaggio della propria epoca, trasformandolo in una riflessione sull’identità, la scienza o la fede.
Rivisitazioni e riscritture: dal grottesco alla parodia, dagli anni ’70 ai Duemila

Gli anni ’70 segnano l’irruzione della consapevolezza postmoderna nel cinema. E, di conseguenza, nella rappresentazione di Frankenstein. Il personaggio entra nella cultura pop e viene reinterpretato in mille forme: dal grottesco all’erotico, dal comico al filosofico.
Young Frankenstein (1974) di Mel Brooks è una dichiarazione d’amore al cinema classico: un bianco e nero perfetto, la stessa fotografia di Bride of Frankenstein, ma il tocco di una comicità che smonta l’orrore per restituirgli umanità. Gene Wilder e Peter Boyle, rispettivamente il dottore e la creatura, incarnano un duo tragicomico in cui la mostruosità diventa fragilità e la scienza diventa affetto. È la parodia che si trasforma in eredità: Brooks, pur ridendo, capisce che l’anima del mito è malinconica.
Ma il decennio offre anche versioni disturbanti e provocatorie. Flesh for Frankenstein (1973) di Paul Morrissey, prodotto da Andy Warhol, è un tripudio di carne e pulsione. Frankenstein diventa un aristocratico depravato, che cerca di costruire la coppia perfetta attraverso la morte e il desiderio. Negli anni ’80, il mito si ibrida con la cultura cyberpunk e fantascientifica: Terminator, Robocop e persino Edward mani di forbice (1990) di Tim Burton sono, in modi diversi, figli di Frankenstein. L’uomo artificiale, rigettato dalla società, è ormai diventato una costante del cinema contemporaneo.
Nel 1994, Kenneth Branagh firma Mary Shelley’s Frankenstein, una delle versioni più fedeli al romanzo. Robert De Niro interpreta la creatura con un’intensità quasi shakespeariana, restituendole dolore e intelligenza. Il film, con un’estetica barocca e teatrale, riscopre la dimensione tragica della storia: un poema sulla colpa e sulla solitudine. Nel nuovo millennio, il mito cambia ancora: I, Frankenstein (2014) lo trasforma in action gotico, Victor Frankenstein (2015) di Paul McGuigan ne fa un bromance tra scienza e follia, mentre la serie Penny Dreadful (2014–2016) riporta la creatura al suo nucleo poetico, facendone un personaggio di struggente umanità.
Il nuovo Frankenstein: identità, tecnologia e post-umanesimo

Nel XXI secolo, la figura di Frankenstein si libera del laboratorio e abita lo spazio virtuale. La domanda è sempre la stessa: che cosa significa creare la vita? Ma si sposta dal dominio della scienza ottocentesca a quello dell’intelligenza artificiale e della bioingegneria. Film come Ex Machina (2014) o Blade Runner 2049 (2017) riscrivono il mito in chiave post-umana: la creatura non è più carne cucita ma algoritmo consapevole. L’atto di creare vita diventa l’atto di programmare coscienza.
E Guillermo del Toro, ultimo in ordine cronologico nella rappresentazione della creatura, ha colto la potenza emotiva e morale del mito. Il suo Frankenstein (2025), attesissimo e acclamato a Venezia, si è annunciato come la summa di tutte le incarnazioni precedenti: una riflessione intima e visivamente sontuosa sulla creazione, sull’amore e sull’abbandono.
Del Toro, da sempre affascinato dai “mostri belli” (da Il labirinto del fauno a La forma dell’acqua) ha dichiarato di voler realizzare un dramma sulla paternità e sull’alterità. Oscar Isaac veste i panni di Victor Frankenstein, Jacob Elordi quelli della Creatura: un corpo statuario ma fragile e vulnerabile, nella sua ricerca di identità. Il film promette una riscrittura estetica profonda: niente bulloni o grottesco, solo un essere segnato da cicatrici interiori prima che fisiche. Del Toro ambienta la vicenda in un mondo sospeso tra gotico e fantascienza, dove il laboratorio diventa simbolo dell’anima: luogo della creazione, ma anche della colpa.
Questa nuova incarnazione restituisce al mito una dimensione più universale. Nel mondo delle intelligenze artificiali e dei corpi sintetici, Frankenstein non è più il mostro. È l’uomo contemporaneo, prigioniero del desiderio di essere Dio. La pellicola chiude simbolicamente il cerchio: dalla nascita del mito romantico alla sua rinascita post-umana. E ci ricorda che il mostro, alla fine, siamo noi. I creatori che fuggono davanti alla loro stessa opera.
Il mito eterno dell’essere creato

Ogni epoca riscrive Frankenstein secondo le proprie paure. Nel XIX secolo era la scienza galvanica, nel XX la guerra e la bomba atomica, oggi è la tecnologia che ci sostituisce. Ma il cuore del mito resta immutabile: l’uomo crea e non sa amare ciò che ha creato. Per questo Frankenstein è immortale.
Il cinema, l’arte che più di tutte dà vita alle immagini, non poteva che esserne il luogo naturale. Da Whale a Del Toro (passando per Branagh, Burton, Brooks, Warhol), la creatura si è fatta specchio del nostro tempo e oscilla tra orrore e tenerezza, tra distruzione e desiderio di comprensione. Forse è per questo che Frankenstein è sopravvissuto a tutti gli altri mostri. Perché ci somiglia più di quanto vogliamo ammettere. Forse, oggi più che mai, il suo grido “I am alone and miserable” è quello dell’intera umanità. E finché il cinema continuerà a cercare nel buio un volto da illuminare, la sua ombra non smetterà mai di tornare sullo schermo.



