Esistono tante versioni di Dracula (anzi, probabilmente quello di Bram Stoker è il romanzo più adattato della storia del cinema dopo la Bibbia) e ognuna di queste versioni sceglie un modo diverso per rileggere il racconto. Il Dracula di Luc Besson, sottotitolo L’amore perduto, è un caso diverso, particolare e unico: infatti è il solo caso, perlomeno a mia memoria, nel quale a essere riletto non è il romanzo, ma una specifica versione di quel romanzo.

Besson infatti parte dalla versione che Francis Ford Coppola realizzò nel 1992 per tornare a lavorare con Caleb Landry Jones, con cui si era trovato magnificamente durante le riprese di Dogman; potremmo quasi dire che quello in uscita nelle sale italiane in questi giorni, e presentato fuori concorso alla Festa del Cinema di Roma, sia quasi un remake di quel magnifico film di più di 30 anni fa. Stessa struttura narrativa, stessa ricerca del melodramma, stesso comparto estetico neobarocco.

Un remake “ad personam”

una scena di Dracula - L'amore perduto
Una scena di Dracula – L’amore perduto – ©Lucky Red

Così il vampiro più famoso del mondo è un conte dell’Est Europa che dopo la tragica morte della sua amata rigetta Dio, viene colpita dalla maledizione del rifiuto e diventa un vampiro, incapace di morire, costretto a cibarsi di sangue e volontà altrui e condannato a cercare per secoli la reincarnazione della propria donna. La trova a Parigi, interpretata da Zoe Bleu, dove getterà il panico nella città, asservendo al suo potere donne e uomini, tra cui la Maria di Matilda De Angelis, e scatenando le ire di un cacciatore di vampiri (Christoph Waltz).

Del romanzo di Stoker, Besson (anche sceneggiatore in solitaria) si diverte a cambiare ambientazione e molti normi, ma del film di Coppola mantiene l’impostazione narrativa e visiva, il gusto nelle scenografie, nei costumi e persino il tono della musica, composta da Danny Elfman sulla scia di Wojcech Kilar. In sé, l’operazione è curiosa, oserei dire interessante, sebbene non ammessa dai realizzatori del film o dalla produzione, ma nondimeno evidente; soprattutto è avvincente, per chi guarda i film con sguardo indagatore, cogliere le differenze di approccio tra due registi che potremmo definire barocchi.

Due diverse idee di eleganza

Una scena di Dracula - L'amore perduto
Una scena di Dracula – L’amore perduto – ©Lucky Red

Rispetto a Coppola, Besson è più grezzo, più diretto, meno raffinato, cerca di andare dritto al sodo restando all’interno delle coordinate estetiche dell’originale, ma ribaltandone quelle stilistiche: laddove il regista italoamericano cercava un’inesausta sperimentazione visiva, il francese resta ancorato ai propri stilemi, al proprio personale modo di fare cinema, un modo ancorato alla fine degli anni ’90, primi 2000 – pare infatti di vedere qui e là il suo Giovanna D’Arco – che non riesce davvero ad amalgamarsi con la scelta visiva generale del film.

Besson vorrebbe essere elegante, ma la sua idea di eleganza sta a quella di Coppola come quella dei nostri parenti alla comunione del cuginetto sta al ricevimento della regina Elisabetta. Non è questione di buono o cattivo gusto, anzi, si apprezza la sfacciataggine di certe scelte, il suo gusto ai confini di un trash consapevole, come i piccoli gargoyle che fanno da guardia al conte o il modo sopra le righe di raccontare amore e desiderio (specie nel personaggio di Maria), quanto di immaginazione.

Il Dracula di Besson, coerentemente sopra le righe e manierato, come un Christopher Lee sotto droghe acide più che al tragico di Gary Oldman, è figlio di immagini e suggestioni fuori tempo, spente più che antiche, in cui il viaggio nel cuore nero dell’amore e del suo lato grottesco conduce alla versione di Mel Brooks, più che alla sontuosità coppoliana. Ironico, forse, ma non parodico e tantomeno bruciante, come voleva essere.

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La rivista del Cinematografo e Il sussidiario, collabora con vari siti internet, quotidiani e riviste, cura programmi radiofonici, rassegne e festival cinematografici. Ha pubblicato saggi, in opere come Il cinema di Henri-Georges Clouzot (a cura di Stefano Giorgi, Il foglio) e Il cinema francese negli anni di Vichy (a cura di Simone Venturini, Mimesis), e monografie come Beautiful Freak. Le fiabe nere di Guillermo Del Toro, Blue Moon. Viaggio nella notte di Jim Jarmusch e Bigger Boat e Blinded by the Light dedicato a Steven Spielberg per Bakemono Lab. Dal 2016 è membro della Commissione di selezione della Mostra del Cinema di Venezia, dal 2019 è socio della Rete degli Spettatori con cui organizza rassegne cinematografiche e progetti culturali volti alla diffusione del cinema di qualità e indipendente, nelle sale, in streaming, nelle scuole.