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Parlare di Daniel Day-Lewis significa parlare, forse, del più grande attore vivente. È un’affermazione forte, certo. De Niro, Al Pacino, Hopkins, Nicholson potrebbero reclamare questo titolo a pieno diritto. Ma tra giganti, ad un certo punto, diventa anche una questione intima. Lo sguardo dell’attore protagonista de Il Petroliere è uno sguardo che cambia, che muta, che sente il peso del suo personaggio ma anche, e soprattutto, della vita vissuta. La grandezza di Daniel Day-Lewis non sta nell’ormai famigerato “metodo” che utilizza per le sue performance. Come da definizione, quello è solo un “mezzo” per raggiungere altro. Il punto d’arrivo è la completa dissociazione da sé.

Se l’ideale di un attore è quello di spogliarsi completamente di ogni singolo residuo di ego mettendosi completamente al servizio del personaggio interpretato, la grandezza di Daniel Day-Lewis sta nel fatto che lui compie, volutamente, l’atto di egoismo più estremo. Lui cambia il suo privato. Decide consapevolmente di vivere da calzolaio a Firenze. Vive la sua vita, la sua individualità, in modo tale da potersi spogliare completamente sul set. Qualcuno una volta disse che il teatro è degli attori e il cinema è dei registi. Daniel Day-Lewis sembra aver interiorizzato questo assunto abbandonandosi totalmente alla mano del regista. E solo tramite questo abbandono – anche privato – è riuscito ad ergersi anche al di sopra di chi, col suo ego, sovrastava il personaggio. Quelle che seguono sono le dieci migliori interpretazioni dell’attore britannico, in ordine cronologico.

1. L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere (1988)

Una scena de L'Insostenibile Leggerezza dell'Essere
Daniel Day-Lewis ne L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere

Il film diretto da Philip Kaufman e tratto dall’omonimo romanzo di Milan Kundera racconta la storia di un triangolo amoroso – all’interno del quale subentreranno anche altre figure – durante gli anni della Primavera di Praga e la conseguente invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia. I protagonisti sono Tomas (Daniel Day-Lewis), avvenente medico con svariate amanti. Sabina (Lena Olin), pittrice e assidua frequentatrice di Tomas; e infine Tereza (Juliette Binoche), una cameriera che s’invaghisce di Tomas – e viceversa – che lo porterà all’altare. Le vicende politiche dell’epoca entreranno nelle loro vite amorose e lavorative portandoli a dividersi, allontanarsi e rincontrarsi in giro per l’Europa.

Questa è forse la prima interpretazione con la quale il nostro raggiunge una certa notorietà. Il suo personaggio gli permette di lavorare attivamente sul corpo e sulla presenza fisica. Day-Lewis è a suo agio con il ruolo di dongiovanni, col cuore attirato da Tereza ma con la passione attirato da tutto il resto. La grandezza di questo ruolo, forse, sta nel “senno di poi”. L’attore britannico è riuscito, con i film successivi, a smarcarsi dall’immagine di “belloccio”; nonostante questo film gliel’avesse cucita addosso alla perfezione. Tra le tante maschere, Daniel Day-Lewis ha saputo indossare anche quella di un inguaribile romantico.

2. Il Mio Piede Sinistro (1989)

Una scena de Il Mio Piede Sinistro
Daniel Day-Lewis ne Il Mio Piede Sinistro

Esordio alla regia di Jim Sheridan e prima delle tre collaborazioni col nostro. Il film racconta la storia del pittore e scrittore Christy Brown, affetto da paralisi celebrale e capace di muovere solo il piede sinistro, col quale poi farà i lavori per i quali diverrà famoso. Per questa interpretazione Daniel Day-Lewis riceverà il plauso della critica e otterrà il suo primo Oscar e il suo primo BAFTA. Anche l’altra protagonista del film, Brenda Fricker, che interpreta la madre di Christy, riceverà l’Oscar. È questa, forse, l’interpretazione più intensa dell’attore britannico.

Una prova fisicamente estenuante, che lo ha portato a misurarsi con i suoi stessi limiti corporei. Ha voluto vivere sulla propria pelle le difficoltà del vivere, dipingere, e scrivere, solo col piede sinistro. Il film indugia spesso sulla miseria della famiglia di provenienza e qualche volta può scadere nel patetismo; ma mai quando la scena è riempita dalla figura di Daniel; che riesce a trasmettere fino in fondo l’intimo cruccio del suo personaggio: essere ritenuto non diverso dagli altri. Il peso specifico di un’interpretazione del genere non può non lasciare attoniti.

3. L’ultimo dei Mohicani (1992)

L'ultimo dei Mohicani
Daniel Day-Lewis e Madeleine Stowe ne L’ultimo dei Mohicani – ©Penta Film

La grande epopea diretta da Michael Mann tratta dall’omonimo romanzo di James Fenimore Cooper. La prima pellicola degli anni ’90 del grande regista statunitense e unica collaborazione con Daniel Day-Lewis. La storia è quella di Nathaniel “Occhio di Falco” (il personaggio interpretato dal nostro), un orfano inglese cresciuto da una famiglia di Mohicani; che scappa insieme al padre e al fratello dalla guerra franco-indiana. Per caso si troverà coinvolto nella difesa di Fort Henry, presieduto dal Colonnello Munro; e in una storia d’amore con Cora, figlia dello stesso colonnello.

L’interpretazione di Daniel Day-Lewis, in questo film, è glaciale e allo stesso tempo passionale. La macchina da presa non è innamorata del suo protagonista. Il suo volto non riempie la scena come in altre pellicole. È un film dal respiro hollywoodiano d’altri tempi, con un cast corale e un’attenzione rivolta soprattutto ai luoghi (come quasi sempre nei film di Mann). Ma in questo Day-Lewis trae la sua forza. Il suo personaggio è un eroe che rifugge la guerra ma si trova coinvolto in essa suo malgrado. È un freddo cacciatore (e all’occorrenza assassino) ma allo stesso tempo un caldo amante. Un eroe mitico, e il volto dell’attore britannico (accompagnato da una chioma lunga e fluente) riesce a restituirgli questa fermezza.

4. L’Età dell’Innocenza (1993)

L'età dell'Innocenza
Daniel Day-Lewis e Michelle Pfeiffer ne L’età dell’Innocenza – ©Columbia Pictures

Uno spaccato di un’America che non c’è più; ma soprattutto uno spaccato di un animo tormentato. La prima collaborazione tra Scorsese e Daniel Day-Lewis racconta la storia di un uomo diviso, in bilico tra un amore dovuto e uno desiderato. Se il grande pubblico imparerà a conoscere il volto dell’attore britannico nei suoi ruoli più “eccessivi” forse stenterà a riconoscerlo nei panni di Newland Archer, avvocato fidanzato di May (Winona Ryder) ma innamorato perdutamente di Ellen (Michelle Pfeifer).

La grandezza di Daniel Day-Lewis sta nel restituire un’interpretazione magistrale sull’irresolutezza. Il suo personaggio è un uomo che si lascia attraversare dalla vita. Deciderà di sopportare un’esistenza che, nel profondo, non ha mai desiderato. Solo perché non è stato capace di imporsi. Se pensiamo alla fermezza di Daneil Plainview de Il Petroliere, che è capace di mentire pur di raggiungere i suoi scopi; riusciamo ad apprezzare ancora di più questa performance. Fatta di sottrazioni, di non detti. La perfetta incarnazione dell’incapacità di essere padroni delle conseguenze delle proprie emozioni.

5. Nel Nome del Padre (1993)

Una scena de Nel Nome del Padre
Daniel Day-Lewis in Nel Nome del Padre

Seconda collaborazione con il regista irlandese Jim Sheridan, che in questa pellicola racconta uno dei più gravi e famosi errori di giustizia del Regno Unito. Lo sfondo è quello del 1974 e degli attentati terroristici dell’IRA: gli irlandesi non venivano ben visti in quel di Londra e Gerry Conlon fu accusato, assieme ad altri tre suoi amici, di essere l’artefice di un attacco terroristico in un pub di Guildford. Per una serie di circostanze anche altri membri della famiglia Conlon furono accusati di concorso in omicidio (tra cui il padre, con cui condividerà la cella). In un clima dove l’opinione pubblica voleva un colpevole, la polizia estorse confessioni false dai poveri ragazzi per condannarli ad anni di carcere ingiusto.

Daniel Day-Lewis restituisce, in questa interpretazione, tutta la drammaticità di un evento così terribile. Il volto del suo Gerry Conlon passa da quello di un ragazzo ventenne senza pensieri che gira, assieme ai suoi amici hippie, per le vie di una Londra a lui invisa; a quello di un uomo con alle spalle anni di carcere ingiusto. Il passare del tempo è scandito dal modificarsi del suo sguardo e dall’irrigidirsi del suo viso. Dalla rilassatezza della spensieratezza alla realizzazione, guardando nel vuoto, di essere condannato all’ergastolo. Dalla rabbia dei primi anni in carcere alla razionalizzazione. È una di quelle interpretazioni che restituisce il cambiamento di un personaggio non solo nel tempo, ma nell’animo.

6. The Boxer (1997)

Una scena di The Boxer
Daniel Day-Lewis e Emili Watson in The Boxer

Terza e ultima collaborazione tra il nostro e Jim Sheridan. Il regista torna di nuovo su una storia irlandese con protagonista l’IRA, questa volta però frutto di finzione. Le vicende sono ambientate in un quartiere di Belfast dove domina violenza e intolleranza. Il “pugile” protagonista della storia è Danny Flynn, che torna a casa dopo quattordici anni passati in carcere proprio perché ex membro dell’IRA. Tenterà di dare un’alternativa ai bambini del quartiere rimettendo in sesto una palestra. Il tutto mentre riallaccia i rapporti con Maggie (Emily Watson), la sua ex ragazza che però ha sposato un altro membro dell’IRA, ora in carcere.

Il racconto, che non ha la forza delle altre due storie di Sheridan che traevano linfa dal reale; trova luce però proprio nei due protagonisti. Daniel Day-Lewis veste i panni di un protagonista provato dagli anni di carcere che cerca in tutti i modi di redimersi. Che deve fare i conti col fatto che non deve star più solo con sé stesso ma deve interagire con gli altri; e l’appiglio è proprio il volto finalmente tangibile di Maggie. La tensione amorosa, che s’interseca con quella politica, restituisce a Day-Lewis la possibilità di lavorare su un personaggio a suo modo idealista, che rivendica la libertà di smarcarsi dal mondo di cui ha fatto parte, proponendo rivalsa e sognando un amore proibito.

7. Gangs of New York (2002)

Una scena di Gangs of New York
Daniel Day-Lewis in Gangs of New York – ©20th Century Fox

Forse uno dei film più travagliati della carriera di Scorsese. Un’epopea storica con un cast stellare completamente girata negli studi di Cinecittà ma ambientata nella seconda metà dell’ottocento a New York. Una New York antica, dominata da bande e violenza; su cui svetta la figura di Bill il macellaio, interpretato da un demoniaco Daniel Day-Lewis. Il suo personaggio è l’antagonista della storia; e proprio sull’antagonismo l’attore britannico lavora, e sulle sue svariate sfaccettature. Come sarà con Il Petroliere, Daniel Day-Lewis dovrà confrontarsi (e impersonare) uno dei volti dell’America nascente.

Il personaggio di Bill il macellaio colpisce per crudeltà e potenza fisica. Amsterdam (Leonardo Di Caprio) finirà sotto la sua ala protettrice con l’intento, poi, di tradirlo per vendicare il padre. Questa situazione restituisce al film una tensione amplificata enormemente dall’interpretazione di Day-Lewis, capace di lavorare sui non detti e sui sottintesi. Lo spettatore si chiederà se Bill è consapevole o meno dell’intento di Amsterdam, proprio perché il macellaio è un personaggio che oscilla tra il padre putativo e il maniaco assassino senza scrupoli.

8. Il Petroliere (2007)

Il Petroliere
Daniel Day-Lewis ne Il Petroliere – ©Paramount Vantage

Che Paul Thomas Anderson abbia una carriera costellata da capolavori è innegabile. Qualcuno, se proprio dovesse sceglierne solo uno tra tanti, sceglierebbe proprio questo. Il titolo originale recita There Will Be Blood (“scorrerà del sangue”), ma per una volta il titolo italiano, pur essendo meno evocativo, intercetta una peculiarità: la centralità del suo protagonista. Daniel Day-Lewis interpreta Daniel Plainview, un cercatore d’oro che si imbatte in un giacimento di petrolio e costruisce il suo impero. Il cinema del regista statunitense è stato sempre il grande racconto dell’America; e con Il Petroliere fa i conti del periodo – cruciale – a cavallo tra il XIX e il XX secolo.

Daniel Day-Lewis è monumentale. Una performance che gli varrà il suo secondo Oscar, il primo Golden Globe e il terzo BAFTA. La grandezza della sua prova è stata nell’aver saputo concretizzare nella figura di un singolo uomo la profonda essenza – secondo PTA – degli Stati Uniti d’America: il culto del singolo. Al di là del petrolio, al di là della ricchezza. In uno dei dialoghi più intensi del film, Daniel Plainview afferma: «Non voglio che gli altri riescano. Odio la maggior parte della gente». L’intensità di uno sguardo che è al contempo teso verso un obiettivo e capace di essere convincente nelle menzogne per raggiungerlo. L’ambiguità di un uomo, specchio dell’ambiguità del paese che lui stesso contribuirà a costruire; interpretata nel miglior modo possibile.

9. Lincoln (2012)

Una scena di Lincoln
Daniel Day-Lewis in Lincoln – ©20th Century Fox

Il film di Spielberg è un ritratto degli ultimi anni di vita di Abraham Lincoln, corrispondenti grosso modo al suo secondo mandato, all’iter per far approvare il XIII Emendamento (abolizione della schiavitù) e alla fine della Guerra di Secessione. È un film di luci ed ombre. La figura del suo protagonista è una figura stanca, provata dagli sforzi e dalla morte che aleggia sulla sua vita da anni. La morte delle centinaia di migliaia di persone cadute in guerra. La morte di uno dei suoi figli. La morte verso cui il primogenito s’incammina, arruolandosi. Non è un ritratto senza macchie, ma una riflessione sincera sul peso della democrazia e delle idee di una delle persone più importanti del XIX secolo.

Daniel Day-Lewis, nei panni del sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America, vince la sua terza statuetta agli Oscar come miglior attore protagonista (unico attore della storia ad aggiudicarsi tre premi in questa categoria) e, in generale, tutti i possibili riconoscimenti per una performance attoriale. Ma perché questo plebiscito? Perché ancora una volta Day-Lewis lavora sul corpo umanizzando una figura quasi divinizzata già in vita. Il suo è un Lincoln provato, ricurvo, umano. Ma il protagonista, di nuovo, è lo sguardo: lo sguardo di uomo, prima che di un politico. Ed è forse questo ciò che ha reso grande la sua interpretazione; perché l’importanza del politico Lincoln è stata, in definitiva, nella sua profonda umanità.

10. Il Filo Nascosto (2017)

Il Filo Nascosto
Daniel Day-Lewis ne Il Filo Nascosto – ©Universal Pictures

Il film di Paul Thomas Anderson del 2017 è il suo unico film non ambientato in America. La location è la Londra del secondo dopoguerra. Il protagonista è lo stilista Reynolds Woodcock. Schivo, maniacale, di poche parole. Piacente nella sua compostezza e solennità, ma apatico nelle relazioni sentimentali. Il centro del racconto, infatti, sarà il difficile rapporto tra il nostro e la protagonista femminile, Alma (Vicky Krieps). Apparentemente distante dalle tematiche del regista americano, in realtà Il Filo Nascosto affronta di petto uno dei temi fondanti il suo cinema: la dipendenza affettiva e la figura genitoriale ingombrante.

Su questo sfondo, la performance di Daniel Day-Lewis si impone come un macigno e, allo stesso tempo, si rinchiude a riccio. Il suo personaggio è una presenza ingombrante nella vita di chi lo circonda. È un nome rinomato nella borghesia londinese; ma la grandiosa capacità dell’attore britannico è quella di far convivere la potenza della sua figura con la sua fragilità. Woodcock non ha mai superato la morte della madre e la rivede nella sorella Cyrill (Lesley Manville); forse l’unica figura capace di sovrastare quella del protagonista. È un’interpretazione capace di trasmettere, come avveniva con l’altro film di PTA, l’intima ambiguità del suo personaggio.

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