Lo si aspettava da tempo, eppure non lo si poteva immaginare così libero e pungente. Gus Van Sant è diventato l’autore di una generazione perché ha saputo raccontare storie reali con uno stile incredibilmente sensibile, e il suo Dead Man’s Wire riprende gli stessi stilemi per rielaborare una folle storia vera con grande astuzia. A guardarla dall’esterno, l’epopea di Tony Kiritsis sembra la classica storia di vendetta degna di un crime thriller: un uomo in crisi decide di farsi giustizia da solo dopo un torto subito, rapendo gli artefici dei suoi problemi. Purtroppo per lui, non tutto va come sperato e la situazione si complica rapidamente.

La grande sorpresa sta nel fatto che questa non è una storia come le altre. Forse proprio per questo si presta a una trasformazione cinematografica. Van Sant gioca con le aspettative di genere per elaborare un racconto completamente diverso, portando in scena un delirio americano anni ’70 rielaborato in chiave autoriale. Dead Man’s Wire è una dark comedy intrisa di satira che gioca a fare il thriller. Un esperimento costruito per intrattenere con più leggerezza del previsto – e gestito talmente bene che non potevamo chiedere di meglio.

Tra tormento e delirio

Bill Skarsgard, Dacre Montgomery e Gus Van Sant
Bill Skarsgard, Dacre Montgomery e Gus Van Sant – ©Deadline

Puntando su un Bill Skarsgård perfetto per la parte, il film di Van Sant porta il classico racconto di rapimento e conflitto verso altre strade. La tensione cammina sul filo: si resta col fiato sospeso in maniera sottile mentre il regista lavora sui suoi personaggi. Giocando con ritmi e stimoli differenti, sembra quasi che Van Sant punti a offrire più opportunità al suo fragile protagonista per entrare in sintonia con lo spettatore. Il risultato è una pellicola asciutta e coesa, che tiene alta l’attenzione mentre cerca di sviluppare il proprio dialogo in uno scambio a due voci: il folle sfortunato (Bill Skarsgard) e il riccone tormentato (Dacre Montgomery). Con toni più bizzarri che grotteschi, il film trova grande forza nella recitazione dei suoi interpreti: è come se Van Sant li avesse convinti di interpretare davvero personaggi drammatici, alimentando una macabra ironia tragicomica che dà pepe alla visione.

Questo film dimostra quello che succede quando si pensa fuori dalla scatola, lontano dalla verosimiglianza del racconto e più verso l’analisi. Dead Man’s Wire è un film sul fallimento (o forse sui falliti): si sorride spesso, si resta col fiato sospeso per qualche istante anche se l’orrore non esplode mai davvero – per la fortuna di tutti i personaggi coinvolti. Per certi versi, lo si potrebbe considerare persino un film anti-sistema: anti-conformista per natura, Van Sant trova una voce originale per raccontare problemi reali e difficoltà senza tempo, alternando momenti di puro sarcasmo ad altri di palese satira.

Il valore di una voce autoriale

colman domingo in dead man's wire
Colman Domingo in una scena di Dead Man’s Wire – ©BiM distribuzione

Se è vero che in questa Venezia 82 si stanno esplorando diverse storie passate per offrire nuove prospettive su concetti a tutti noti, è anche vero che il tema del fallimento stia diventando sempre più efficace – non tanto come elemento drammatico, ma come spunto comico. Guardare al dolore con il sorriso o con sarcasmo può portare a una comprensione diversa, soprattutto in un racconto del genere. Tra la regia asciutta e serrata di Van Sant e alcune ottime trovate in sceneggiatura, Dead Man’s Wire riesce a intrattenere e a divertire con una qualità d’altri tempi.

Gus Van Sant è un autore che fa bene all’industria: dirige i suoi attori in maniera magistrale, resta ancorato alla realtà delle sue storie senza diventarne ossessionato. Probabilmente non ci sarà la gravitas o il peso di altre narrazioni più profonde e sconcertanti, ma basta vedere il film per capire il valore contemporaneo di una dark comedy che più dark non si può. In un concorso dove dominano storie prepotenti, passati difficili e presenti sempre più oscuri, un film come questo rappresenta il giusto momento di distensione per uscire un attimo dalla bolla. Il curioso delirio di questa storia potrebbe aiutarci a ricordare che il dramma e la follia viaggiano spesso su binari paralleli.

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Classe '94. Critico e copywriter di professione, creator per passione. Ha scritto e collaborato per diverse realtà di settore (FilmPost.it, Everyeye) con la speranza di raccontare il Cinema e la cultura pop per il resto della sua vita.