Il mondo del web ha sempre ospitato centinaia di storie inventate al fine di inquietare e spaventare il pubblico. Molti di questi racconti si sono spenti con il passare del tempo, mentre altri sono riusciti a distinguersi entrando nell’immaginario pop odierno. Un esempio lampante è quello delle Backrooms: infiniti corridoi senza fine, immersi in un silenzio assordante spezzato dal solo rumore delle luci al neon, con la costante impressione di essere seguiti da una strana entità. Il film targato A24 nasce da una piccola serie di cortometraggi realizzati in Blender sulle Backrooms. L’autore è uno youtuber, Kane Parsons, oggi il più giovane regista (a soli 19 anni) dello studio.
I corti diventano sempre più in fretta un tema di discussione, dando al ragazzo una visibilità inaspettata. Parsons aveva già dimostrato su Youtube di possedere un indiscutibile talento, un interessante sguardo verso il perturbante e l’horror, ma il salto dal web al cinema rappresenta sempre un grosso rischio. Eppure, come già visto con il recente Obsession di Curry Barker, le case di produzione stanno aprendo le porte a una nuova generazione di autori che attraverso l’horror dimostra l’esigenza di distaccarsi dal prodotto puramente commerciale. Backrooms di Kane Parsons non è da meno: il giovane ragazzo dimostra di avere non solo la cassetta, ma anche gli strumenti necessari per poter avviare un interessante carriera nel mondo del cinema.
Una novella Pirandelliana

La trama ha per protagonista Clark (Chiwetel Ejiofor), un uomo che vive all’interno del suo stesso negozio di mobili dopo essere stato cacciato di casa dalla moglie. L’uomo è seguito da una psicologa (interpretata dalla bravissima Renate Reinsve). Quando Clark trova nel piano di sotto una porta diversa dalle altre, scopre l’accesso per spazi liminali tutt’altro che rassicuranti: le Backrooms.
La storia costruita per questo film ricorda a tutti gli effetti (e in modo abbastanza coerente) una novella Pirandelliana. L’autore siciliano credeva fermamente nel concetto di “trappola”, soprattutto quella familiare e quella sociale/lavorativa. Il concetto di trappola ed essere intrappolati è il fulcro della narrazione delle Backrooms: Parsons non si limita a inquietare, ma a riflettere con attenzione sul tema della salute mentale. Clark è un architetto costretto a fare un lavoro che non lo soddisfa (trappola lavorativa) ed è stato cacciato di casa dalla moglie, con la quale non scorre buon sangue (trappola familiare). Il protagonista segue un percorso psicologico, ma finisce nelle Backrooms: un luogo incomprensibile, che a tratti prende le sembianze di un riflesso della psiche di chi si trova al suo interno, mentre in altri momenti sembra solamente un “layer” intermedio tra la realtà e l’aldilà.
Il personaggio della psicologa segue i propri pazienti, ma lei stessa non è esente da una salute mentale attaccata da ricordi e traumi – per questo anche a lei si aprono le porte delle Backrooms. In un certo senso è come se Parsons, tramite le Backrooms, volesse interagire col pubblico e spiegargli che essere da soli è diverso dal sentirsi soli, come anche confermato dalla psicologa di Clark. Ritrovarsi e sentirsi persi, vulnerabili, indifesi e soli all’interno di spazi liminali: ecco, è questo a far veramente paura delle Backrooms. Lo sguardo di Parsons è fresco e vicino alla propria generazione, e il fatto che questi giovani registi parlino di salute mentale e solitudine attraverso l’horror dovrebbe far riflettere chi guarda al genere dall’alto in basso.
La cassetta degli attrezzi

Un concetto come quello delle Backrooms non poteva ovviamente reggere solo ed esclusivamente su un messaggio interessante. Parsons doveva riprendere gli elementi tecnici che avevano reso popolari le Backrooms. E senza dubbio ha fatto centro. Il giovane regista ricrea in modo accurato le stesse atmosfere, gli stessi scenari e le stesse vibes: il suono delle luci al neon, il giallo nauseante delle pareti, stanze surreali, un entità sempre presente pronta ad attaccare. Non manca nulla, ma anzi tutto è elevato all’ennesima potenza – e funziona benissimo. La pellicola si rifà molto all’immaginario popolare di TikTok, accontentando l’hype dei fan tramite l’utilizzo di suoni e canzoni tipicamente correlate allo scenario delle Backrooms, riuscendo ad alimentare la sensazione onirica provata nelle scene dentro gli spazi liminali.
Dal punto di vista tecnico, Parsons conferma il proprio talento, ma allo stesso tempo non effettua nulla di sbalorditivo. L’alternanza tra scene in soggettiva con la camera a mano a scene classiche con la cinepresa è costante, ma è nel richiamo al found footage che Backrooms trova la maggior parte del suo fascino. Il punto debole di questo film rimane (purtroppo la narrazione): per quanto la gestione della tensione e degli elementi prettamente orrorifici rimanga per tutta la durata del film su buoni livelli, i tempi di narrazione sono un po’ sbilanciati – soprattutto nel terzo atto.
Il finale della pellicola può risultare divisivo, ma conferma un giovane talento e il potenziale di un’idea. Le possibilità di un eventuale saga, sequel o spin-off diventano quasi una certezza, soprattutto se il film riuscirà a rispettare le attese al botteghino. Dopo aver constatato che Parsons possiede i mezzi e gli intenti per proseguire e maturare la propria creatura, si può dormire sereni sperando di non sognare e ritrovarsi nelle Backrooms.
