La semplicità a volte è solo questione di dettagli. Cercarla, e trovarla, in un racconto che flirta continuamente col surreale è un qualcosa di complicato e rarissimo, impresa che è riuscita al regista islandese Hlynur Pálmason, già conosciuto e apprezzato anche sui nostri lidi per il precedente Godland – Nella terra di Dio (2022) – suggestivo film in costume su un prete luterano nel diciannovesimo secolo. Con L’amore che rimane il regista torna al presente e mette al centro del racconto la sua stessa famiglia: a interpretare infatti i figli della coppia protagonista sono i suoi tre figli, e la naturalezza di certe dinamiche risulta perciò sincera, mai artefatta neppure nei passaggi più stranianti.
Un’impressione che il pubblico assorbe fin dai primissimi secondi, dove i nomi in sovrimpressione sui volti degli attori non risparmiano nemmeno il cane Panda, anch’esso il vero miglior amico a quattro zampe del cineasta e vincitore a Cannes della Palm Dog. Il titolo (va detto) è parzialmente ingannevole: qui l’amore diventa materia sfuggente, difficilmente incanalabile in dei confini che poi non vengono rispettati, e la vicenda assume toni paradossali, scivolando addosso con efficacia a uno spettatore pronto a farsi trascinare a fondo in essa.
Essere o volere

La trama non nasconde sin da subito l’elemento chiave a cui tutto ruota intorno, ovvero la separazione tra Magnús e Anna. Lui è un pescatore che ha appena lasciato la casa in cui viveva con la moglie e i loro tre figli, l’adolescente Ída e i gemelli Þorgils e Grímur. Lei sta cercando di farsi un nome come artista, al momento con scarso successo. Una coppia che scoppia, quindi, che nonostante tutto cerca di mantenere rapporti amichevoli per il bene dei ragazzi, anche se le idiosincrasie tra loro sembrano superare i punti ancora in comune.
Le loro vite si sono mosse in parallelo senza più toccarsi. Questo lo spettatore lo sa: non assiste a furiose litigate o a eccessi melodrammatici, ma è testimone di questo dato di fatto ormai appurato all’interno del quale L’amore che rimane costruisce delle vignette di quotidianità che collimano con elementi e situazioni bizzarre, alcune anche memori delle produzioni passate del regista che si autocita più o meno dichiaratamente. Nel frattempo le stagioni cambiano il brullo scenario islandese con quella brutalità indifferente che Pálmason ha imparato a sfruttare come strumento narrativo fin da inizio carriera – basti pensare ad A White, White Day (2019).
Schizzi di vita vissuta

La struttura narrativa è frammentata, almeno idealmente, ma tutto alla fine ha un senso relativamente lineare. Una storia montata e smontata in vignette, con inquadrature statiche e squarci visionari che caratterizzano cento minuti di una visione mai uguale a se stessa. Un’essenza mutante e mutabile, non per mancanza di direzione ma per precisa scelta stilistica. Dalle citazioni cinefile ai grandi cult (vedasi i frame de Il mostro della laguna nera) a galli giganti in cerca di vendetta che sembrano usciti da Chicken Park (1994), e poi riprese semi-documentaristiche sul mondo della pesca e quella natura, selvaggia e non, sempre presente quale palcoscenico delle umane gesta.
Dramma e humour, tipicamente scandinavi – echi di Andersson e Kaurismaki fanno capolino qua e là, ma anche del francese Bruno Dumont, filtrati da uno sguardo comunque personale – convivono in un mix che sfiora anche un realismo magico di matrice autoctona, con lo stile visivo in 4:3 a dare vita a quadri in movimento che si susseguono con sempre qualcosa di nuovo da dire e da offrire, senza timore della propria eterogeneità.
Luoghi e umori

Si trova sempre qualcosa di fresco nell’ordinario, anche grazie alle interpretazioni di un cast che per buona parte “gioca in casa”. Personaggi che appaiono credibili anche quando alle prese con qualcosa di incredibile, con le riprese in 35mm che donano a ogni inquadratura una sorta di peso fisico, una consistenza materiale che il formato contribuisce a rendere più incisivo.
I luoghi diventano palcoscenici di un quotidiano al contempo normale e atipico, tra campi larghi e primi piani, dissonanze che si concentrano sui volti e sulle espressioni ma al contempo non dimenticano ciò che (re)sta fuori, quella flora e fauna che in acqua o su terraferma abbracciano e circondano quell’isola dove le estati batte sempre il sole e nell’inverno è il buio a prevalere.
Amore che viene, amore che va

Un film personale per il regista islandese Hlynur Pálmason, che ha scelto sprazzi di verità per raccontare una coppia in crisi, reduce da una separazione mai del tutto consumata ma pronta a concretizzarsi tra le pieghe di un racconto che non procede linearmente, che vive su momenti e sussulti, scevro da retorica e scene madri ma figlio di un’ispirata commistione tra reale e surreale.
Il suggestivo paesaggio islandese, sfruttato con parsimoniosa intelligenza, fa da sfondo a un racconto di non detti e frammenti in divenire, pronti a ricomporsi – o forse no – in un puzzle emotivo di memorie e sentimenti, tra umorismo e amarezza, assurdo e ridicolo, cinema e vita.
