Si guarda sempre dove non si può tornare. L’opera prima di Ronan Day-Lewis, quella che ha riportato suo padre Daniel davanti la macchina da presa (e per la prima volta in sceneggiatura), è un film che abbraccia i ricordi per rivelare l’altrove. Anemone è stato presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, ad Alice nella Città, ed è stato premiato come miglior opera prima. Prevedibile? Forse, vista la produzione decisamente fuori scala (almeno per i nomi coinvolti, dato che c’è anche Sean Bean), ma tutt’altro che scontato. Anemone non è un film accessibile. Non è neppure un film chiaramente decifrabile. Padre e figlio giocano con i rispettivi riflessi: il primo dentro la scena, il secondo attraverso la macchina da presa, in un racconto che chiede salvezza e pretende abnegazione.

Per descrivere un progetto simile bisognerebbe pensare al confronto tra finzione e realtà: a volte è difficile stabilirlo in maniera chiara e decisa, specie quando la scrittura e le riprese si fanno così personali. Un confronto tra due uomini, due generazioni differenti, che cercano di capirsi oltre i silenzi e gli sguardi. Non sappiamo se quel che gli occorre è un contatto o il perdono, ma la forza con cui Ronan racconta questo percorso travagliato lascia emergere una maturità concettuale ed espositiva notevole. Quello di Anemone è un cinema introspettivo e solenne, pregno di significato anche quando potrebbe procedere più spedito. Un film che nasce da scelte e contrasti, lasciandoli emergere in tutta la loro veemenza per trascinare chi osserva in un abisso di sensazioni da scoprire.

Nell’avvicinarsi a questo racconto di anime spezzate emerge per la prima volta un nuovo sguardo, ancora incerto, ma delicato e potente, che poggia il suo esordio su un’unica certezza: indietro non si torna.

Come cambia(mo) il mondo

Daniel Day-Lewis e Sean Bean in una scena di Anemone
Daniel Day-Lewis e Sean Bean in una scena di Anemone – ©Universal Pictures

Forse è proprio quel dolore elegantissimo a dar voce alla complessità visiva di chi immagina le scene come quadri crudeli: decifrare questa storia è un lavoro complesso che richiede attenzione, sensibilità. Come quella di un pittore, che con le sue pennellate oscure racconta la dimensione del trauma e dell’espiazione. Nell’orrore personale di due fratelli si nascondono meandri di tempo e memoria che Ronan sfrutta per raccontare di simboli, lasciti e ritorni. Anemone non è un nome scelto per caso: un fiore estremamente delicato, restio al contatto, che si fa emblema di una rigidità soltanto apparente.

Basta un piccolo gesto per stravolgere il mondo (interiore). Un flebile spiraglio per passare dall’abisso alla luce. C’è tanto del cinema britannico nell’esordio di Day-Lewis: una certa staticità dei corpi, uno sguardo fascinoso che a tratti accarezza il naturalismo di Terrence Malick senza però coglierne l’essenza. Troppo presto per osare così tanto, forse: la regia è ambiziosa, ma mostra tutti gli eccessi di chi vuole stupire rivolgendosi al giovane pubblico cinefilo senza dimenticare i grandi del passato. Il regista si preoccupa anche troppo di colmare i silenzi senza trovare una grande armonia tra le parti. Per sua fortuna, la maggior parte delle soluzioni e delle intuizioni (soprattutto visive) fanno centro, con Anemone che brilla per la sua carica espressiva. Un film di pura identità che riesce a colpire a fondo, se gli si lascia lo spazio per aprirsi.

Al netto di un finale meno incisivo del previsto (e di una scrittura forse troppo puntuale per reggere il carisma straripante di Daniel), il film di Ronan Day-Lewis mette in mostra tutto il talento di un ragazzo che ha osato spingersi oltre un ostacolo all’apparenza insormontabile: tracciare il proprio percorso sulle orme di un gigante.

Lampi purissimi

Daniel Day-Lewis e Sean Bean in una scena di Anemone
Daniel Day-Lewis e Sean Bean in una scena di Anemone – ©Universal Pictures

L’eleganza di un’opera come Anemone sta tutta nel suo tentativo di oltrepassare il contesto per cercare un senso superiore, oltre l’immagine. L’autorialità del film è sprezzante, a tratti persino respingente, ma nel contatto con lo spettatore si trasforma definitivamente in esperienza. Qualcosa che resta dentro, che scava nel profondo alla ricerca di dolori soffocati oltre porte già chiuse. Sembra impensabile immaginare di poter ricostruire un uomo, dal corpo al cuore. Non c’è molta differenza con le bestie: un animale ferito sarà sempre il primo ad allontanarsi. Così un uomo finirà per perdersi, forse per sempre. Anemone dimostra che c’è sempre spazio per cercare, per scavare, per costruire.

La sensazione resta: forse Daniel Day-Lewis è davvero troppo grande per un film del genere. Ma non sovrasta mai l’opera, che viaggia libera tra il realismo e l’oblio assoluto. Il dramma di Anemone è qualcosa di originale e diverso, capace di stupire e dividere. Anche solo per questo, merita di essere scoperto – con cautela, ma soprattutto con empatia. Spinto da un protagonista semplicemente inarrivabile, Ronan Day-Lewis apre le porte di quell’altrove che faceva tanta paura e scava a fondo per trovare il suo protagonista – per ritrovare suo padre. Dall’incontro tra queste due anime, legate e diverse, nasce un Cinema che aspetta soltanto di essere scoperto.

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Classe '94. Critico e copywriter di professione, creator per passione. Ha scritto e collaborato per diverse realtà di settore (FilmPost.it, Everyeye) con la speranza di raccontare il Cinema e la cultura pop per il resto della sua vita.