Due ragazzini gracili si rincorrono in mezzo a un prato. Ultimi sgoccioli di spensieratezza dentro un’adolescenza maledetta. Quattro anni fa avevamo lasciato Cannes con questa immagine negli occhi. Una scena all’apparenza banale, che nella sua semplicità nascondeva una potenza magnifica. È questo il dono raro di Lukas Dhont, regista belga che nel 2022 (a soli 31 anni) ci ha regalato Close, dramma intimo sull’accettazione di sé. Qui a Cannes si è meritato il Gran Prix Speciale della Giuria, confermando il talento di un regista dal tatto raro. Quattro anno dopo, quello stesso autore torna a Cannes e lo fa in modo completamente diverso.
Questa volta i prati diventano trincee e non c’è più tempo per la spensieratezza. Questa volta i ragazzi sono chiamati a diventare subito uomini. Con Coward, ambientato nel cuore della Prima Guerra Mondiale, Dhont sporca subito il suo cinema raffinato. Sangue e fango su corpi esili e volti sbarbati. Sempre alla disperata ricerca di un briciolo di vita in mezzo a tutta quella morte. Tutto raccontato da un cinema dal tatto unico, capace di affascinarti con la sua delicatezza e subito dopo scuoterti con tutta la sua indomabile potenza.
Puzza di trincea

1916: durante la Grande Guerra, oltre 60 milioni di ragazzi furono presi dalle loro vite e gettati sul campo di battaglia. Coward segue uno di loro, Pierre, giovanissimo soldato appena arruolato al fronte. Lui e i suoi compagni sono nelle retrovie, chiamati a fare il lavoro sporco: spostare munizioni, tenere a bada gli ostaggi, cercare sopravvissuti tra i cadaveri oltre le linee di trincea. Di tutta questa guerra balorda Dhont riesce a farci percepire tutto: rumori, odori, sapori. Ci tuffa letteralmente dentro un microcosmo a parte, dove tanti ragazzi provano a ricreare un briciolo di normalità in un contesto alienante.
La grandezza di Coward è quella di raccontare prima di tutto una storia di giovani, prima che di soldati. Giovani che provano a stare insieme, a sentirsi uniti, a non impazzire davanti all’oblio. E così ecco cori, canzoni, bravate, scherzi. E poi il cuore del film: gli spettacoli teatrali negli accampamenti. Dhont si è documentato oltre tre anni su questi show improvvisati che i soldati tenevano per gli altri soldati. Balsamo per l’umore collettivo, goffo palliativo contro l’orrore. Ed è qui che , tra parrucche e travestimenti, Dhont cerca il vero coraggio. E no, non è quello di andare incontro al nemico con la baionetta in mano.
Dei fucili facemmo baci

Difficile trovare tanta tenerezza in un film di guerra. Un genere che Dhont rispetta e poi, di colpo, tradisce. Così la guerra diventa l’habitat perfetto per mettere in scena la battaglia personale di un ragazzo che deve capire chi sia. In questo suo entrare e uscire dal genere, Coward diventa un’esperienza schizofrenica, alternando attimi dolci (a tratti persino spensierati) e momenti pieni di violenza, tensione e puro raccapriccio. Grazie a un sonoro perfetto nel tenere la guerra sempre in sottofondo, con bombardamenti e spari che si avvertono in lontananza, il film riesce a creare quasi una bolla.
Un clima di sincera fratellanza tra sconosciuti costretti a diventare famiglia, squadra, tifosi di sé stessi. Come dentro una curva di ultras ante litteram, Dhont trova in Pierre il protagonista perfetto per raccontare il coraggio di trasformarsi in se stessi. Contro regole, etichette e ordini dall’alto. Ecco che la rigidità della guerra impallidisce davanti a piccoli gesti: abbracci, carezze, sguardi, silenzi rotti soltanto dai respiri di due ragazzi. Ed è qui che la maestria di Dhont esplode: la voglia di stare sempre addosso ai personaggi (per non perdersi nulla), una regia intima ma sempre dinamica, delicata eppure potente. Dove il cinema passa dal dramma bellico al musical con la naturalezza di un battito di ciglia. Un dono raro, da grande prestigiatore capace di trasformare la finzione in vita vera. Un flusso incessante di immagini che ti trascinano in trincea e ti fanno innamorare anche in mezzo a tutta quella morte.
