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Era il 1974 quando il personaggio del Punitore fece la sua prima comparsa sulle pagine dei fumetti, arrivando come un tornado dell’universo di Spider-Man. Col passare degli anni, Frank Castle si è impadronito dell’immaginario collettivo come vigilante e antieroe, un uomo mosso dal desiderio di vendetta per la perdita che lo ha colpito. Frank Castle è dunque diventato una maschera e un simbolo della violenza intesa come giustizia privata e ha cominciato ad abitare il grande schermo, ma anche il mondo dell’animazione e del piccolo schermo. Fino a quando, nel 2016, il personaggio di The Punisher viene introdotto nella seconda stagione di Daredevil, serie Marvel che debuttò su Netflix prima di spostarsi su Disney+.

Jon Bernthal eredita un personaggio storico e leggendario e lo trascina nel nuovo millennio. La sua più grande rivoluzione non è stata tanto rimanere ancorato alla natura anti-eroistica del personaggio, ma mantenere la libertà di essere scorretto, violento e brutale anche sotto l’egida di casa Disney.

The Punisher: One Last Kill, la violenza come affermazione

The Punisher è tornato a essere un argomento di conversazione non solo grazie all’uscita della nuova serie di Daredevil, Born Again, ma soprattutto grazie alla convergenza di altri due eventi. L’uscita del trailer di Spider-Man: Brand new day (in sala il 29 luglio) e l’annuncio dello speciale intitolato The Punisher: One Last Kill, che arriverà su Disney+ il prossimo 12 maggio. Il ritorno di Frank Castle, dopo che la serialità targata Marvel si è spostata in casa Disney, rappresenta una scelta ben precisa. Se, in genere, siamo abituati agli eroi e ai vigilanti come personaggi che veicolano lezioni morali e una certa coscienza irreprensibile, Frank Castle è l’antivigilante che risponde alla violenza con una violenza maggiore.

Questo Punisher di “nuova generazione” è un personaggio che ben rispecchia il nichilismo dei nostri tempi: una realtà brutale, dove vige la legge del più forte e dove non possono esistere valori assoluti. La distinzione tra il bene e il male è ancora netta su carta, ma nella quotidianità delle persone è sempre più sfocata, al punto che spesso il male è necessario al bene – e viceversa. Non sorprende che The Punisher abbia fatto il suo debutto proprio in Daredevil: se Matt Murdock, che rappresenta il suo contraltare, è il simbolo della fede in un sistema che rimane fallato, Frank simboleggia in modo ovvio il fallimento del sistema stesso.

Frank Castle è un uomo che si è affermato attraverso la violenza che ha subito: in guerra, nel rifugio della sua casa, nella fiducia riposta negli amici. Frank ha un passato da soldato che credeva nel suo Paese. The Punisher è un vigilante che torna sapendo che le radici della realtà sono così putrefatte che l’unica soluzione è estirparle. La brutalità diventa una risposta al trauma, un’umanizzazione completa che sveste l’eroe del suo mantello e lo lascia a contemplare le sue cicatrici. L’eroismo del “nuovo” Frank Castle sta nel riconoscere che tutto è andato alla malora e che è umano anche sperare di avere la forza e la possibilità di farsi giustizia da soli. Specie in un contesto dove nessuno si preoccupa dei più deboli.

L’apoteosi del disordine

The Punisher: One Last Kill

Quando le serie Marvel sono tornate su Disney, la preoccupazione dei fan era che i prodotti potessero subire un percorso di “educazione”. Un timore che raggiunge apici più ampi quando si parla di un personaggio come Frank Castle. Disney era consapevole di non poter addolcire il personaggio, snaturarlo al punto da renderlo un eroe paragonabile a Daredevil o a Spider-Man, per citare i due con cui ha più a che fare. Allo stesso modo, però, la casa di produzione family friendly non poteva nemmeno glorificare un personaggio la cui attività principale è fare stragi e massacri.

La soluzione è stata trovare un’umanità nel mezzo. Concedere al personaggio un’oscura vulnerabilità, arrivando così a rendere il personaggio quasi ebbro del suo bisogno di violenza, ma motivando le sue scelte con dinamiche narrative che portano alla comprensione, se non proprio alla totale empatia. Ed è qui, probabilmente, che inizia il percorso di de-mitizzazione del Vigilante. Tutti i supereroi che conosciamo, se ci pensiamo lucidamente, hanno come scopo non solo quello di sconfiggere il villain di turno, ma anche di ristabilire una rassicurante familiarità. Gli eroi vogliono che sia ristabilito l’ordine.

Frank, invece, vuole solo mettere fine al disordine. Una differenza che potrebbe apparire minima e che pure nasconde una chiave di lettura molto profonda. I vigilanti spingono per il bene e credono nella redenzione. Frank Castle, invece, sa di non poter guarire, sa che la sua morale è ormai in necrosi. Rappresenta il nichilismo di per sé: la sua bontà non si dimostra nel voler salvare tutti, ma nel voler uccidere chi non merita di sopravvivere. E mentre distrugge il male, Frank distrugge anche se stesso. È un personaggio che si nutre di ciò che lo avvelena.

In questo senso il titolo del nuovo speciale scritto dallo stesso Jon Bernthal è emblematico: quel “One last kill”, l’ultimo omicidio, l’ultima esecuzione, rappresenta una certa circolarità che ambisce a mettere un punto alla distruzione. Eppure nasconde in sé anche una sorta di loop. Proprio come potrebbe fare un tossico, sembra che questo titolo rappresenti un Frank Castle che giura a se stesso di commettere un ultimo omicidio, salvo poi ritrovarsi di nuovo nello stesso girone infernale. Un Sisifo che non trascina sulla montagna una pietra, ma solo il fardello delle sue mani insanguinate.

Cosa dobbiamo aspettarci allora da The Punisher: One Last Kill?

The Punisher: One Last Kill

Se, da una parte, lo speciale in arrivo su Disney+ sembra una cura per la mancanza di The Punisher nella seconda stagione di Daredevil: Born Again, l’ambizione del prodotto sembra essere chiara. Non la costruzione di un nuovo inizio o di un mito da ricostruire sulle macerie di una vita distrutta.

Anche dalla visione del trailer, quello che emerge è il ritratto di un uomo sempre più pieno di crepe. E se nella narrazione classica le cicatrici sono pertugi da cui far entrare la luce, in questo nuovo show sembra che le crepe non siano altro che bocche incancrenite che permettono ai demoni del passato di nutrire ancora di più l’anima nera di Castle. Il paradosso sembra essere dietro l’angolo: in un mondo votato alla violenza – e, come sappiamo, questo accade anche oltre lo schermo della TV – che cosa ne sarà di Frank dopo che avrà finito di pulire quelle macchie di oscurità che, come un virus, hanno intaccato anche la sua anima?

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Classe 1986, Erika Pomella è scrittrice e critica cinematografica. Collabora con ScreenWorld.it, CinemaSerieTV.it, ilGiornale.it e Movietele.it. Dal 2019 al 2022 è stata redattrice di cultura pop per LaScimmiaPensa.com. Laureata con lode nel 2010 in Saperi e Tecniche dello Spettacolo Cinematografico all'Università La Sapienza di Roma, ha collaborato anche con EcoDelCinema.it, SilenzioInSala.com e LaNouvelleVague.it. Attualmente cura la rubrica Cineland per la rivista Vaghis, ha pubblicato due romanzi con Triskell Edizioni ed è spesso ospite di Radio Kiss Kiss durante i festival cinematografici.