Eccoci qui, puntuali come sempre a stilare limiti e critiche per un film tratto da un videogioco. Da qualunque parte la si guardi, il risultato sembra spesso lo stesso — eppure negli ultimi anni non sono mancati esempi capaci di dimostrare che, con un adattamento intelligente, aspettarsi una resa più che sufficiente non è poi così impossibile.
Che piaccia o meno, gli ultimi due film di Super Mario hanno dettato un nuovo stilema produttivo (tanti colori, poco cuore, miliardi al botteghino assicurati), senza dimenticare il caso di The Last of Us per HBO. In un ampio ventaglio di possibilità, diversi sono anche gli approcci.
Il reboot di Mortal Kombat è sicuramente tra quelli partiti con il piede sbagliato: il capitolo precedente peccava di un tono eccessivamente serio e di un protagonista inedito poco carismatico. Questo sequel, pur attestandosi su una sufficienza risicata, corregge almeno questi due difetti, puntando tutto su un cinema schiettamente leggero e sopra le righe, dove le leggi della fisica non hanno più voce in capitolo e si abbraccia a pieno la dimensione videoludica. Si spara al massimo una storia dal gusto fantastico: personaggi morti che tornano in vita, contatori di energia sospesi in cielo, eventi che accadono quasi a caso. Un minestrone caotico e poco raffinato, certo, ma almeno questa volta lo spettacolo è onesto — nessuno cerca di nascondersi dietro la facciata della serietà.
Mortal Kombat II: il torneo continua

Va riconosciuto comunque un certo coraggio al capitolo precedente: ci hanno provato, fallendo solo in parte. Si apprezzava la voglia di rinnovare tono e narrazione, ma era evidente come le parti inedite fossero quelle più slegate dal resto del pacchetto.
Mortal Kombat II corregge il tiro: tutto diventa Johnny Cage-centrico, con un Karl Urban che non sembra crederci granché, per la classica storia sulla riscoperta del fuoco agonistico di un attore esperto di arti marziali ormai al crepuscolo. Ben più riuscita, per contrasto, la storia parallela di Kitana — principessa spodestata, ora al soldo di Shao Kahn, la nuova minaccia del Mondo Esterno, intenzionato a invadere la Terra. Le regole sono le solite: chi vince dieci tornei Mortal Kombat conquista il diritto di invadere il regno sfidante. Il Mondo Esterno è fermo a nove vittorie. Questo è il decimo torneo, quello decisivo per la sopravvivenza della razza umana.
Non è un caso che per questo sequel la produzione abbia scelto di rivedere l’impalcatura costruita per il rilancio. La trama si consuma in poche sequenze, pescando a piene mani dal miglior Mortal Kombat cinematografico mai realizzato — quello del 1995 — certamente lontano dal capolavoro, ma diventato nel tempo un piccolo cult. Tornano dunque il torneo, i duelli singoli e l’esplorazione di terre fantastiche, tutto per avvicinarsi a una dimensione colorata e rumorosa, senza la pretesa di confezionare un prodotto solido.
Fare, o non fare

Mortal Kombat II non è un brutto film: sceglie semplicemente la strada della leggerezza, confezionando nel migliore dei modi una storia che non sta quasi mai in piedi — scritta per frasi fatte e snodi poco convincenti — e che una realizzazione tecnica altrettanto fragile non riesce mai a sostenere davvero. Forma e contenuto condividono la stessa fragilità.
A un certo punto ci si rende quasi conto che tutta questa approssimazione è voluta e consapevole: non c’è arroganza, né fastidio. Il film punta a un obiettivo semplicissimo, e il gioco delle aspettative — ancora una volta — è una partita che lo spettatore ingaggia con se stesso.
Nel suo essere innocuo, si percepisce almeno la genuina voglia di divertire senza alcuna pretesa, lasciando le porte aperte a un eventuale sequel qualora il botteghino dovesse sorridere. Dopo diversi film non tutti riusciti, serie animate e web series, questo reboot sembra aver trovato la sua formula: cancellare — anche con una certa violenza — ciò che non funzionava, abbracciando senza complessi una dimensione mediocre ma onestamente divertente. Chi siamo noi per dire che sia sbagliato?
