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Bi Gan torna al cinema e, questa volta, raggiunge anche la distribuzione italiana. Il nome di questo maestro, ancora confinato in un certo circuito d’essai, è in realtà un nome che ha ormai fatto breccia nel pubblico internazionale. Da Kaili Blues fino a Resurrection, Bi Gan si è dimostrato capace di portare avanti un discorso linguistico nel cinema che, ormai, si credeva perduto.

Non sono infatti più molti i registi che, per motivi commerciali o altro, si lasciano andare a un certo grado di sperimentalità, fornendo nuove declinazioni delle articolazioni cinematografiche prodotte tra presente e passato. Con Resurrection Bi Gan non solo si conferma un degno erede del “film saggio”, ma anche un attento osservatore del mondo – di questo mondo contemporaneo in cui, ormai, abbiamo smesso di sognare.

Lo Sapevi?

Ogni singolo protagonista dei racconti è interpretato da Jackson Yee, che assume cinque ruoli diversi. Ha lavorato con Bi Gan sul set per un anno e mezzo.

Nuovo Cinema Paradiso

Resurrection
Jackson Yee nella sequenza iniziale del film – ©Huace Pictures

Resurrection è uno dei pochi casi di metacinema dove il discorso “meta” viene indicato, esplicitato ed elaborato con coscienza al pubblico. Il film invita infatti lo spettatore a prendere coscienza dell’enorme potere di questa forma comunicativa, del motivo della sua creazione e del ruolo “divino” del regista cinematografico. E Bi Gan non è certamente il primo a vedere il cinema come lo strumento del filosofo 2.0, ma è certamente uno dei pochi che continua a giocare con i limiti di questo mezzo.

Non è difficile legare quest’arte al concetto filosofico di “inconscio collettivo” e di esempi di questo tipo il cinema ne è pieno (da Fellini a Satoshi Kon). Riprendendo alcune teorie di Jung, l’inconscio collettivo conserverebbe non più quelle che sono le esperienze, i desideri e le volontà dei singoli individui, bensì i miti che hanno accompagnato l’umanità nella sua intera storia evolutiva. Parliamo allora di qualcosa di più profondo dove gli archetipi (questi elementi intrinseci all’umanità) diventano la vera chiave di volta della nostra esistenza.

Il sogno è invece lo spazio dove ogni individuo può vedere e percepire questi miti. Le volontà, le paure e i desideri che da sempre ci hanno accompagnato si fondono senza soluzione di continuità con la nostra storia personale. Il cinema è la materializzazione di questo “spazio collettivo” e Bi Gan non fa altro che metterlo in scena. Amplificatore della nostra bellezza e scrigno delle nostre paure, il cinema diventa lo specchio in cui guardare per conoscerci e riconoscerci nell’infinito della nostra esistenza.

Die Büchse der Pandor

Resurrection
L’incredibile apertura del film – ©Huace Pictures

La grande sequenza di apertura è di per sé chiarificatrice: una serie di cartelloni caratterizzanti il cinema classico introducono il protagonista e la trama del film. Subito dopo, il fuoco divora la pellicola che scorre faticosamente nella bobina e il pubblico in sala inizia a percepire la nostra “presenza”. Siamo nel passato o nel futuro? Siamo in Francia oppure in Cina? Niente di tutto questo. Perché Bi Gan ci porta nel cuore della storia del cinema.

Cosa poteva infatti nascondersi oltre il velo della pellicola se non una sala in vecchio stile piena di curiosi che guardano direttamente nei nostri occhi?
Un gioco di riflessi che porta il cinema a considerarsi centrale nella riflessione sulla nostra stessa esistenza e che ci costringe a ripercorrere i nostri primi passi. Nel futuro distopico di Bi Gan, gli esseri umani hanno perso la capacità di sognare (ergo il cinema). In questo stato dannato della civiltà, solo alcuni ribelli esercitano la pratica del sogno: i cosiddetti Deliranti.

Il Delirante della storia è infatti l’ultimo dei cinefili e, piuttosto che vivere un’esistenza senza sogni, si rifugia nella storia del cinema e nella sua magia. A Shu Qi, un agente incaricato di “neutralizzare” il Delirante, spetta il compito di accompagnarci nella mente del sognatore, fino a raggiungere il livello più profondo e porre fine, una volta per tutte, alla sua esistenza. Affrontiamo così un’odissea che segue cento anni di cinema e cento anni di storia umana, che svelano l’essenza alla base dell’immaginazione.

One from the Heart

Resurrection
Un frame del pianosequenza finale – ©Huace Pictures

Assistiamo allora a cinque episodi, dove la storia del cinema si fonde con quella dell’umanità e l’esperienza comunicativa si fonde con quella sensoriale. Il Delirante ci viene presentato in un 4:3 classico, con fattezze che richiamano chiaramente il Nosferatu e le sue ombre. Vediamo l’agente vagare tra le stelle di Méliès e interpretare la prima commedia in assoluto: L’arroseur arrosé di Louis Lumière. L’intera sequenza è priva di dialoghi, accompagnata solo da pochi suoni e da una musica minimale, proprio come si faceva nelle sale dell’epoca.

Una volta raggiunto il Delirante, si scopre il segreto dell’origine del sogno: una bobina posta al livello del cuore. La porta è aperta e la storia può ora inondare le nostre menti. Il thriller di spionaggio richiama la caccia alle streghe della guerra sino-giapponese prima e di quella civile dopo; le contraddizioni dello Stato comunista sono inglobate in un film esistenzialista sulla perdita dei vecchi dei; un dramma familiare racconta i drammi di un piccolo ladruncolo nell’epoca dell’apertura cinese e un piano sequenza ci racconta la fine del mondo all’alba del Millennium Bug.

Tutti questi episodi vanno a racchiudere i cosiddetti archetipi legati all’esistenza umana piuttosto che al singolo individuo, mettendo ovviamente da parte la specificità del ritrovarci in Cina. Assistiamo alla nascita dell’uomo come sognatore, un bambino il cui mondo (quello classico) è ancora stilizzato. La guerra spazza via questo mondo con i suoi toni freddi e l’aspetto del noir anni ’30. L’episodio spirituale ragiona invece sulla fede in un film che riecheggia di soprannaturale; il dramma familiare ci accompagna infine all’apocalittico finale, dove gli uomini sono ormai vampiri e la vita è destinata a finire.

Adieu au langage

Resurrection
Gengxi Li nel finale di Resurrection – ©Huace Pictures

Ogni episodio di questo ciclo infinito di morte e rinascita è inoltre segnato da una comprensione ed elaborazione del linguaggio cinematografico tipica solo di chi ama il mezzo cinematografico. E Bi Gan il cinema lo ama davvero. Dai quadri autarchici del cinema classico ai primi piani in ombra del noir americano, fino al piano sequenza tarkovskiano in cui tempo e spazio finalmente vanno di pari passo. Ogni elemento registico, fotografico, scenografico e così via è sviluppato con coscienza narrativa e per scolpire il proprio sogno nel migliore dei modi.

Al netto di una dilatazione narrativa estremamente logorroica, Bi Gan riesce in un’impresa che nel cinema non si vedeva da tempo: spiegare il cinema attraverso il cinema. Lo spettatore è chiamato a fare la sua parte, a ragionare sullo strumento (quello audiovisivo) che ormai imprigiona ogni sua giornata. Tu sei chiamato a tornare a ragionare, attraverso il sogno, sugli aspetti più profondi della vita umana. Bi Gan firma una lettera d’amore per l’umanità a cui, calorosamente, consiglia di tornare in sala per non dimenticare come si sogna e, soprattutto, come si vive.

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Cinefilo accanito e amante delle grandi storie. Mi sono laureato in Cinema e audiovisivo, con una particolare attenzione alle produzioni del continente asiatico. Puoi trovarmi come cinerama46 sui social!