Inutile girarci attorno: l’horror è il genere cinematografico più prolifico e amato nella storia del cinema. Sin dagli albori ha saputo intrattenere e spaventare il pubblico: già nel 1896, letteralmente un anno dopo la nascita del cinema, con Le Manoir du Diable, diretto nientemeno che dal grande Georges Méliès, prendevano forma sullo schermo le atmosfere e le tematiche della letteratura gotica. Da lì, il genere ha continuato ad ampliarsi, passando dalle atmosfere gotiche fino agli orrori più “quotidiani”. Nel corso dei decenni, poi, l’horror si è trasformato insieme alla società: dalla paranoia della Guerra Fredda all’edonismo reaganiano, fino ad arrivare agli anni Duemila, segnati dal trauma dell’11 settembre e, più recentemente, dalla pandemia del Covid-19 e dalle continue crisi sociali e politiche globali, oltre ai cambiamenti culturali e l’arrivo della digitalizzazione. In questo senso, il genere si è sempre confermato come uno specchio privilegiato delle paure dell’essere umano.
Proprio per la sua straordinaria proliferazione di tematiche e sottogeneri, negli ultimi anni l’horror ha visto un’esplosione di titoli senza precedenti. Un’abbondanza che, però, ha un rovescio della medaglia: tra centinaia di uscite ogni anno, molte opere di grande valore finiscono per passare inosservate, sfuggendo anche agli spettatori più appassionati. È proprio da qui che nasce questa classifica: un tentativo di riportare alla luce cinque perle nascoste degli ultimi vent’anni, film spesso ignorati ma capaci di raccontare, ognuno a modo suo, le paure del nostro tempo.
1) THE SADNESS (2021)

Film d’esordio di Rob Jabbaz, è, senza girarci attorno, una bomba: un puro concentrato di violenza, gore e scene al limite dell’inquietudine (fidatevi, alcune sequenze sono troppo forti per stomaci deboli). Ispirato, non ufficialmente, al best seller fumettistico Crossed, scritto dal creatore di The Boys, Garth Ennis, non è il solito film di infetti, perché in questo caso si tratta di persone senzienti, che parlano e sono “lucide”, ma dominate dalla rabbia e dalla violenza.
Non hanno come obiettivo “mangiare le cervella”, come vengono rappresentati nell’immaginario collettivo, ma piuttosto sfogare i propri istinti peggiori, quasi a liberare tutta la rabbia repressa negli anni. È proprio questo fattore a rendere il film speciale: rappresenta perfettamente gli anni del post-Covid e dell’attuale emotività umana, ormai sempre sull’orlo dell’irritabilità e della furia personale.
Il film di Jabbaz colpisce proprio per questo, non solo per le scene splatter ben congegnate, ma perché mostra quanto tutti noi, soprattutto dopo la pandemia, siamo preda della furia e dell’egoismo e come sembri non esserci speranza.
2) FEBRUARY (2015)

Osgood Perkins, per gli amici Oz, è uno dei migliori registi horror in circolazione: può dividere il pubblico tra chi esalta i suoi film e chi li trova deludenti, ma sicuramente non lascia indifferente nessuno, perché tutte le sue opere hanno una fortissima personalità. Non è da meno February (2015), il suo film d’esordio, che mostrava già tutto il suo talento registico, poi consacrato con Longlegs (2024).
L’opera evidenzia già tutte le qualità che in futuro emergeranno nei suoi lavori più celebri, in particolare l’uso sapiente delle inquadrature e dei tempi cinematografici, che contribuiscono a immergere lo spettatore in un racconto freddo e gotico.
Oltre a ciò, contiene tutte le tematiche tipiche del regista: l’ossessione per il male, la crisi della fede, la solitudine e personaggi femminili oppressi da un mondo e da una società chiusi, che diventano il perno dell’opera. Un thriller horror che entra dentro e lascia increduli, oltre a rappresentare un’opera perfetta per comprendere la sua filmografia.
3) STARRY EYES (2014)

Cosa saresti disposto a fare per entrare nel mondo della recitazione? E siamo davvero sicuri di voler arrivare fino in fondo, fino a perdere la nostra umanità? Questa è l’idea alla base di Starry Eyes (2014), del duo Kevin Kölsch e Dennis Widmyer, rivelatosi una gradita sorpresa.
Il film racconta la discesa agli inferi di una giovane ragazza che vuole sfondare nel mondo della recitazione senza riuscirci, fino a quando non ottiene un’audizione per un film horror che si rivelerà ben peggiore di quanto immaginasse. Starry Eyes è un viaggio infernale nel mondo hollywoodiano, che mostra gli eccessi a cui può portare il desiderio di diventare una celebrità, oltre a mettere in luce i lati oscuri e nascosti della “fabbrica dei sogni”.
Un horror psicologico che richiama il cinema polanskiano, evocando l’ansia e la claustrofobia di Repulsion (1965) e Rosemary’s Baby (1968), oltre ai classici del filone esoterico come Eyes Wide Shut (1999) di Stanley Kubrick, mostrando perfettamente l’altra faccia del successo e rimanendo impresso anche dopo la fine della visione.
4) CALVAIRE (2004)

All’inizio degli anni 2000, in Francia nacque un movimento di autori che diede vita a una sorta di “nouvelle vague” dell’horror, realizzando opere che hanno rilanciato il genere in un periodo in cui quello americano era in calo (era l’epoca dei remake scialbi e degli slasher di quarta categoria). Opere come Martyrs (2008), Frontiers (2007), À l’intérieur (2007) e Alta tensione (2003) sono film estremi, ricchi di violenza sia visiva sia psicologica, capaci di lasciare il segno nello spettatore.
Una delle opere che oggi consigliamo è Calvaire (2004) di Fabrice Du Welz, uno dei registi più interessanti del panorama francese, di cui vale la pena recuperare l’intera filmografia. Il film narra di un cantante di dubbio successo che si perde nei boschi francesi per poi imbattersi in un villaggio abitato solo da uomini. Da qui assistiamo a un “calvario” psicologico che si configura come una riflessione sul maschilismo tossico e su come l’assenza della componente femminile nella società possa condurre l’uomo alla follia e alla solitudine.
Un’opera che racconta perfettamente le disuguaglianze di genere e che dovete assolutamente recuperare, ma vi avvisiamo: non vi sentirete più gli stessi dopo averlo visto.
5) DIARY OF THE DEAD (2007)

Si conclude con l’opera di un grande maestro, la cui mancanza si fa sentire ancora oggi: George Romero, il padre degli zombie moderni. Tutti conosciamo la sua prima, memorabile trilogia dei morti viventi, ma in pochi ricordano la seconda, realizzata nei primi anni 2000, composta da La terra dei morti viventi (2005), Diary of the Dead (2007) e Survival of the Dead (2009). Premettendo che il primo e l’ultimo sono film eccellenti e da recuperare, oggi ci concentriamo sul secondo, importante soprattutto a livello teorico.
In questo film, Romero si cimenta con il found footage, genere che in quegli anni stava vivendo una seconda giovinezza, per realizzare un film di zombie metacinematografico che riflette sull’ossessione contemporanea per le immagini. Il regista mostra come l’uso e la manipolazione delle immagini, e l’ossessione per esse, rappresentino una nuova forma di “zombificazione”, anticipando le dinamiche dei social media, degli influencer e della disinformazione utilizzata per fini personali.
In tutta la sua filmografia, George Romero è sempre stato un grande autore teorico: attraverso i suoi zombie movie ha raccontato i mali del capitalismo e della nostra società zombificata, e Diary of the Dead non fa eccezione. Soprattutto, riesce, a quasi vent’anni dalla sua uscita, a raccontare la nostra “fame di visibilità” e per questo non dovete perderlo.
