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Il mondo del piccolo schermo sa essere un abisso di false speranze, soprattutto quando si tratta di riprendere progetti (almeno sulla carta) già destinati al dimenticatoio. Quasi dieci anni fa, Susanne Bier traeva spunto da una delle grandi opere di John Le Carrée e trasformava un intrigante romanzo in una perla del piccolo schermo. Un piccolo caso, capace di stupire tutti con pochi episodi: una miniserie quanto mai vicina alla perfezione. The Night Manager aveva stravinto ai BAFTA, ai Golden Globe, persino agli Emmy. Il mix tra lo stile dell’autore e la maestria della produzione guidata dalla Bier hanno consegnato al mondo una perla che per anni è stata ammirata come qualcosa di brillante e ormai perduto. Eppure, dopo una lunga attesa, uno degli ultimi desideri di John Le Carrée è stato esaudito.

Prima di lasciarci nel 2020, Le Carrée avrebbe voluto rivedere il suo Jonathan Pine sul piccolo schermo con più azione, più ambizione. Desiderio esaudito, anche se la produzione non è più quella di una volta e ci sono i figli a supervisionare quella che di colpo si è trasformata da evento in una serie vera e propria (con una seconda stagione appena conclusa, una terza già in cantiere). Strano, se pensiamo alla lunga sosta e alla composizione autoconclusiva di quei primi episodi che avevano sconvolto il mondo. Ma con le spie capita spesso: in qualche modo, tornano sempre. Un ritorno che non avviene a cuor leggero, lascia percepire tutto il peso del tempo e di un mondo che è cambiato tanto – forse troppo per qualcuno come Jonathan Pine.

Anche a certi spettri piace tornare. Il personaggio interpretato da Tom Hiddleston sta ancora facendo i conti con un passato che non vuole proprio saperne di lasciarlo andare. Con la forza di quel mix tra spy-story convenzionale e storia personale d’ampio respiro, The Night Manager prova ad alzare il tiro su tutti i fronti. Si percepisce una solidità profonda, consapevole e soprattutto ambiziosa come ai vecchi tempi, ma forse è proprio quel costante istinto a guardarsi indietro che smorza gran parte degli entusiasmi.

Un’eredità pesante

Un'immagine promozionale di The Night Manager 2
Un’immagine promozionale di The Night Manager 2 – ©Prime Video

Tutto ciò che ammaliava nella prima stagione si ripresenta nelle nuove puntate (sei, per la precisione) sotto una veste nuova: patinata, elegante, trainata dallo charme di un protagonista in ottima forma e da un solido cast di contorno, The Night Manager non ha paura di scavare a fondo nel mondo corrotto e dannato di Jonathan Pine. Nuovi complotti, nuove minacce, la solita, vecchia tentazione che porta la spia a tornare in azione. La posta in gioco si fa alta con estrema cautela, per poi esplodere nella seconda parte della stagione in un continuo susseguirsi di colpi di scena e tiri mancini. Un dramma in chiaroscuro, tra gli amari paradisi colombiani e le grigie ombre britanniche. Se non fosse per lo spettacolo offerto dalla produzione e dalla resa generale, si farebbe molta fatica a riconoscere una vera scintilla in quei pallidi riflessi oltre lo schermo.

Come se le componenti uniche del romanzo di Le Carrée fossero state sostituite con cura e affetto, ma abbiano perso la loro peculiarità. Resta un ottimo spettacolo, capace di intrattenere e di sorprendere in più occasioni, ma si percepisce spesso la mancanza di qualcosa – o peggio, la presenza di alcune ridondanze. Per fortuna lo sguardo di The Night Manager è abbastanza maturo da sapere quando rimescolare le carte. I personaggi a noi cari dominano la scena, mentre le new entry danno colore e contesto – soprattutto l’Eduardo “Teddy” di Diego Calva, che coglie ogni occasione per sviluppare un personaggio che si rivela poi avere l’arco più apprezzabile della stagione. Sbattuti qua e là tra gli echi del passato e onde di disillusione, si ha troppo spesso la sensazione di una classicità quasi statica.

Ed è un peccato, perché questa seconda stagione di The Night Manager piace e si fa piacere. Semplicemente non sconvolge. C’è più intrigo, ma meno mistero; più azione, meno pathos. E quando i nodi vengono al pettine, si ha la sensazione che sarebbe stato meglio raccontare qualcosa in modo diverso.

Lasciarsi il passato alle spalle

Olivia Colman e Tom Hiddleston in una scena di The Night Manager 2
Olivia Colman e Tom Hiddleston in una scena di The Night Manager 2 – ©Prime Video

The Night Manager ha dalla sua un bonus che nessun altro ha: il fatto di riuscire ad avere nello stesso show pezzi da novanta come Hugh Laurie e Olivia Colman, oltre a una produzione internazionale che sa perfettamente quel che sta facendo e come metterlo in scena. A latitare è esclusivamente la qualità assoluta della narrazione. Forse è per questo che bisogna accettare che il passato è morto ed è giusto che resti alle nostre spalle. La serie guidata oggi da David Farr è una spy story autoriale che buca lo schermo con la sua caratura impressionante. Forse stuzzica un po’ troppo certi paragoni illustri, ma non sbaglia quasi nulla. A far storcere davvero il naso è esclusivamente il finale, troppo raffazzonato e anticatartico per soddisfare appieno – forse la consapevolezza di un’ulteriore stagione ha dato troppa sicurezza agli autori.

Ecco, a volerla mettere su un certo piano d’analisi, la seconda stagione di The Night Manager è una serie elegante, ma poco raffinata. Come se quel desiderio di Le Carrée avesse spezzato un fragile equilibrio tra forma e contenuto. Non è neppure una questione di qualità, forse soltanto di stile. L’eredità della serie è in ottime mani e siamo più che curiosi di vedere lo show continuare, ma ci troviamo costretti a sperare che nessuno compia un passo falso nella gestione del racconto. Il rischio di trovarsi di fronte a una spy story come tante è dietro l’angolo. Per rendere la verticalità davvero interessante servirebbe quel piglio drammatico nell’affrontare con più cura ciò che si cela oltre l’orizzonte del grande schema. Ma Le Carrée non c’è più, forse non c’è più neppure quel modo di raccontare.

Tutto ciò che resta è un ottimo prodotto, crepato leggermente dalla cicatrice di un passato troppo illustre.

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Classe '94. Critico e copywriter di professione, creator per passione. Ha scritto e collaborato per diverse realtà di settore (FilmPost.it, Everyeye) con la speranza di raccontare il Cinema e la cultura pop per il resto della sua vita.