Spesso i meccanismi del cinema di genere, anche in film che non sono espressamente tali, vengono usati per raccontare il mondo in cui viviamo e la nostra umanità. È ciò che li rende longevi. Spesso, le paure che affrontiamo e i mostri che le rappresentano sono metafore chiare di ciò che ci circonda. Negli ultimi anni però, queste metafore si sono fatte un po’ troppo esplicite e invadenti – come sottolinea anche un articolo divenuto celebre – tanto da togliere il gusto della comprensione e appesantire lo spettacolo.
Pensiamo soprattutto a Good Boy, l’horror dal punto di vista del cane presentato ad Alice nella Città, che subordina paura e orrore per parlare del cancro e di come lo vive il suo padrone. If I Had Legs I’d Kick You aggira il problema e il metaforone lo piazza subito all’inizio, chiaro ed evidente, e poi ci costruisce attorno il film.
Il buco con il film intorno

Il film diretto da Mary Bronstein, infatti, si apre con un gigantesco buco nel tetto della casa della protagonista (Rose Byrne, premiata a Berlino per la sua interpretazione), una psicologa sopraffatta dagli impegni di lavoro, dalla malattia della figlia che deve alimentarsi con un sondino, dall’assenza del marito capitano di nave, dalla volontà frustrata di controllare tutto nel migliore dei modi (questa è proprio la prima cosa che ci dice il film, esplicitamente, su primo piano della protagonista). Poi arriva questo buco (non si sa perché, forse un tubo rotto, materiali scadenti o altro) al cui interno ci sono strane luci che la donna sogna di continuo, condite dalle voci dei suoi traumi. Ed ecco che lo spettatore deve fare solo 2+2.
Il film, scritto dalla stessa regista, segue così ciò che capita alla donna dopo l’apparizione del buco, semplicemente la sua sua vita che, come la casa, si sgretola e va in pezzi attorno a un trauma irrisolto (il buco, chiaro no?) di cui verso il finale scopriremo la natura. Ciò che vediamo quindi sono le vicende della donna, raccontate in modo sempre più parossistico e grottesco, descrivendo passo passo la discesa nell’abisso di una specie di ritardata depressione materna, con tocchi da fantascienza o orrore e distorsioni oniriche.
Un film in contumacia

Elemento interessante del film (metaforico anch’esso, ma più sfumato) è la scelta di tenere fuori dallo sguardo i familiari di Linda per il maggior tempo possibile. La figlia non si vede mai in volto e neanche il resto del corpo è chiaro: ne intravediamo la sagoma, ne sentiamo la voce, ma fino all’ultima inquadratura è un’assenza, più che una presenza. Stesso trattamento è dato al marito (Christian Slater), di cui sentiamo solo la voce al telefono fin quando non torna, a sorpresa, nel finale. È una scelta che ha una ragione artistica ed espressiva abbastanza chiara – specie riflettendoci a fine film.
Ossia concentrarsi il più possibile sul volto di Byrne, sul suo primo e primissimo piano, permettendo allo spettatore di entrare dentro la sua testa, dietro i suoi occhi, empatizzando solo con lei e, al tempo stesso, provando il suo disagio in modo lucido. Un modo per evitare che la presenza emotiva degli altri personaggi renda il discorso più semplice e meno centrato, portando il pubblico a percepire gli altri non come figure di un complesso familiare, ma fonti di tensione costante.
E così, sola contro il mondo, la nostra eroina porta avanti i suoi disastri e le sue battaglie affrontando una metafora dopo l’altra, arrivando al gran finale in cui capiamo cos’è il buco, il significato di certi simboli e idee – anche se non era molto difficile arrivarci.
La soluzione definitiva?

I metaforoni però non si fermano, anche perché Linda è psicanalista, quindi abbondano gli specchi rotti e procedono fino allo svelamento del trauma supremo: due precedenti aborti non naturali che la donna aveva avuto in giovane età. Lo sveliamo non per rovinarvi la sorpresa, ma per riflettere sulla posizione che il film prende rispetto alla donna protagonista e alla società di cui fa parte: quella rivelazione, ripresa durante una seduta col proprio terapeuta (Conan O’Brien) attraverso un lento zoom a stringere sul suo volto, accompagnata da una musica drammatica che cresce quasi impercettibilmente, è messa in scena come a sottolineare il dolore della donna. E va bene, ma anche la natura di “errore”, almeno secondo il modo in cui la donna ha sentito quell’errore (come dice la dottoressa all’inizio, “la percezione è verità”), il modo in cui vivi un evento è indice della natura di quell’evento.
E allora, forse, viene da dire che lo è anche per la regista, viene il sospetto che in modo un po’ subdolo, Bronstein stia raccontando una donna che ha sbagliato e che il mondo punisce, forse anche giustamente. Altrimenti risulta difficile provare empatia e comprensione per i comportamenti e le scelte di Linda, quasi sempre sbagliati, giustificati dal suo carattere che pare identificarsi con il peggio dello spirito USA, che arrivano al delirio del sondino tolto di forza. E allora, più che un film femminista, pare un film punitivo – per il personaggio, più che per lo spettatore – la cui indecisione reiterata dei toni porta a una confusione che, nonostante le metafore spiegate, non si chiarisce più di tanto.



