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Steven Knight ha da sempre una certa predilezione per i drammi storici. Non è una novità, per chi si è innamorato del suo stile guardando Peaky Blinders. Non lo è neppure per chi ha ammirato la sua tenacia nel raccontare storie più o meno parallele in quel suo microcosmo britannico tanto ammaliante quanto misterioso. Leggende e miti che si alternano a cavallo tra due secoli, dai conquistatori di Birmingham all’inquietante James Delaney di Taboo, fino ai redivivi combattenti di A Thousand Blows. Quella ideata da Knight potrebbe facilmente definirsi una formula vincente, forse persino abusata da quando ha raggiunto il successo. Eppure, il talento di un autore si nota davvero quando riesce a rielaborare la propria cifra stilistica in funzione del racconto. Gli elementi principali restano lì, come echi di atmosfere già vissute, ma le sensazioni sono diverse, le atmosfere cangianti.

House of Guinness, in streaming su Netflix dal 25 settembre, si inserisce alla perfezione nell’opera del suo autore come uno spartiacque tra il dramma serrato e la prospettiva romanzata: il passaggio da una terra sporca e cruda come l’Inghilterra a un’Irlanda che respira e freme per il cambiamento permette a Knight di tracciare una nuova rotta. In otto episodi (e siamo certi ce ne saranno altri) dal ritmo serratissimo, questa serie trasforma la storia dei mastri birrai più potenti d’Irlanda in un dramma storico carico di intrigo e tensione. L’ennesima creatura bella da vedere e da non sottovalutare: un prodotto diabolicamente azzeccato per il popolo dello streaming, che attinge dal passato per abbracciare il futuro – e una maturità che si percepisce forte e vibrante, dalla pagina alla scena.

Il prezzo della speranza

Louis Partridge in una scena di House of Guinness
Louis Partridge in una scena di House of Guinness – ©Netflix

Chi ha visto la serie la paragona facilmente a un Peaky Blinders meno cupo, a un Succession dai toni più sporchi e fumosi. House of Guinness è una creatura di Steven Knight, ma per quanto questo sia palese nella violenza e nella colonna sonora, non si può fare a meno di notare un approccio più sensibile rispetto ad altri lavori. Nelle sue opere, l’autore ha ragionato spesso sul concetto di speranza: destrutturata e instabile, quasi minacciosa in Peaky Blinders, potente alleata contro l’oblio in A Thousand Blows. Il racconto della famiglia Guinness è intriso di una speranza più pura, che non vuole offrire sollievo dal marciume del presente, ma spingere a resistere per poter ammirare con i propri occhi il giorno che verrà.

Una rivoluzione smorzata dalla dolcezza? Non proprio, ma la cura di Knight rischia più volte di sfiorare l’eccesso, di togliere il pathos a un’opera già di per sé obbligata a romanzare parecchio per allontanarsi da prospettive troppo vicine al reale.

Mancano le atmosfere alla Taboo, l’oppressione sociale di A thousand Blows, ma restiamo in un territorio in cui Knight si sente a casa. Dublino non è Birmingham: la guerra per il potere si vince nell’ombra, tra macchinazioni e sotterfugi. Famiglia e fedeltà tornano a farsi colonne portanti dello show, ma a dominare resta il peso di una storia già scritta – un disegno abbozzato da demoni e dei che non si può contrastare. I più maliziosi potrebbero intravedere in queste sottili differenze l’influenza di una Guinness fra i produttori della serie, ma un autore come Knight è abbastanza astuto da girare alla larga da qualsiasi ostacolo. Il suo nuovo gioiello è un’opera che lega la storia al mito, l’ossessione per il controllo ai giochi di potere, il sangue all’eredità.

Una questione di gusto

Jack Gleeson in una scena di House of Guinness
Jack Gleeson in una scena di House of Guinness – ©Netflix

Oltre la consueta pulizia tecnica e formale, con i vari reparti della produzione semplicemente impeccabili nel ricostruire scenari e atmosfere passate con le giuste sfumature di modernità, sono come sempre i personaggi a conquistare la scena con caratterizzazioni e casting davvero azzeccati. Nel complesso, siamo su un gradino superiore rispetto al già interessante A Thousand Blows – anche se non al livello della maestosità di Peaky Blinders e Taboo. House of Guinness resta un’interessante aggiunta all’opera di Steven Knight: un dramma coinvolgente, pregno di un fascino particolare e abbastanza intrigante da spingere al binge watching.

Torna tutto sui Guinness, com’è giusto che sia: il dramma, l’orrore, l’attesa sono come la schiuma di una pinta appena spillata. Alcuni la vedranno troppo scura, altri troppo amara, altri ancora troppo dolce. Resta sempre una questione di gusto, ma oltre la superficie c’è un intero mondo da assaporare.

Con il prossimo 007 che si fa sempre più vicino, Knight sembra aprirsi progressivamente verso il cambiamento. Fuori dalle stanze del potere, lontano dai vicoli e dal marciume, House of Guinness si regge sugli uomini senza paura di esagerare. L’impero dei birrai si fa sineddoche, folle e tenace, di un paese complesso al cospetto della storia. Un’Irlanda dal passato glorioso e dal futuro libero, regno di luci e ombre, di schiuma e sostanza. Un mondo dalle sfumature ben note, ma che vale la pena scoprire.

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Classe '94. Critico e copywriter di professione, creator per passione. Ha scritto e collaborato per diverse realtà di settore (FilmPost.it, Everyeye) con la speranza di raccontare il Cinema e la cultura pop per il resto della sua vita.