È davvero una grande stagione per l’horror? La risposta non è delle più immediate. Ciò che appare più certo invece – e questo 2025 non può che confermarlo – è la piena fioritura di quell’elevated o prestige horror, che dir si voglia, che col tempo però ha contributo (direttamente e non) a ridurre autonomia e singolarità al genere, un’indipendenza di codici e linguaggi. Una corrente che ha rafforzato un’idea datata, forse persino classista, dell’horror, considerato quasi indegno (o non del tutto meritevole) di nobilitazione se privo di speculazione sull’uomo e la sua natura, la società e il mondo che abita. Più dolori dell’umanità e meno piaceri superficiali, diretti, carnali, si potrà pure dire – in maniera tutt’altro che negativa – bassi. Chiedere ai fratelli Philippou, alfieri di una tendenza che da un’ormai stanca A24 pare passata a una non troppo dissimile Neon.
Michael Shanks – all’esordio in un lungometraggio e australiano come i registi di Talk to Me e Bring Her Back – sembra provare a rifuggire tali logiche di sacrificio del genere in favore del messaggio. Il suo Together (in anteprima al Taormina Film Fest, al Biografilm Festival di Bologna e a Locarno, oggi in sala con I Wonder Pictures) ci riesce solo parzialmente, portando alla lunga i suoi interessanti spunti, disseminati qua e là, a diventare qualcos’altro.
Finché morte non vi… unisca

«‘Cause tonight is the night when two become one»
Con ampie, forse simili, possibilità di successo commerciale (e non è detto che sia un male), Together potrà facilmente essere associato a The Substance. Se non per altro, e ce ne sarebbero di analogie, quantomeno per il body horror. Le direzioni prese, però, sono diverse – tanto nella dimensione teorica del progetto, quanto nelle idee alla base. Nel suo nucleo concettuale il film di Michael Shanks è folgorante, non meno di quello di Coralie Fargeat. Lucidissimo nel presentarsi in maniera così diretta e nel non nascondere la sua metafora, tanto sfacciata da non essere quasi più considerabile tale.
Un’idea piccola, ma efficace: una coppia in crisi è sempre più distante fino a che, a fronte di una strana maledizione, si troverà a unirsi – in tutti i sensi. Tanto essenziale da essere sembrata a qualcuno, ancora una volta, non abbastanza. Così, nel tentativo di andare oltre la sua natura, l’opera prima di Shanks viene stiracchiata e quindi strapazzata, deformata. Farcita di superfluo e spogliata della sua qualità, in potenza, migliore: la franchezza d’intenti.
Vittima di se stesso, Together non resiste dentro la sua asciuttezza e prova a essere altro. Ad allargare una già valevole riflessione accumulando (ma perdendo) pezzi per strada. Dimentica proprio il suo carattere e, provando ad ampliare il raggio d’azione del discorso, perde di vista uno dei pochi aspetti che avrebbe senso valorizzare, cioè il corpo. E il costante anonimato della regia di Shanks non aiuta.
Non sottovalutare le conseguenze dell’amore

Ciò che funziona a dovere è, forse prevedibilmente, la complicità tra Dave Franco e Alison Brie, compagni già nella vita. È anche grazie all’intensità della coppia che Together riesce, quando ricorda a se stesso la propria identità, a toccare i tasti giusti, a stimolare e provocare (la sequenza del bagno, già memorabile, non potrebbe risultare tanto forte senza tale partecipazione). Discorso sul genere che proprio grazie alla coppia trova compimento. Perché forse – ed è il più grande pregio del film – Shanks aveva già capito a monte l’elemento più spaventoso, viscerale e destabilizzante: la relazione a lungo termine, la promessa futura. L’identità del singolo che talvolta si viene a perdere quando si è in due, la co-dipendenza tanto fisica quanto emotiva. Dove però Together perde di tensione, efficacia e quel breve accenno di utile ironia è in ciò che ruota attorno all’esile (ma funzionale) concept iniziale.
Shanks sceglie sempre la via più complessa, gira attorno. Arzigogola alla ricerca dell’effetto, del meccanismo esplosivo che però appesantisce, tra i tanti, il discorso sull’androginia platonica. Lo arricchisce di fantasticherie sì misteriose, e quindi intriganti, ma deboli nel momento in cui dovrebbero convergere verso un punto di sintesi. Come se non credesse abbastanza nell’idea, nel valore del genere fine a se stesso, nella sua autonomia e nei suoi interpreti. Al punto – peccato capitale – di doversi spiegare, giustificare, dare un senso a ciò che ha provato a cercare precedentemente. Quasi costretto, in fretta e furia nell’ultimo atto, a mettere in piedi una mitologia paranormale che traballa e forse scivola fuori da Together stesso, senza nemmeno riuscire a interrogare troppo il genere. Così ritorna sempre allo stesso punto, a una metafora che da squisito pretesto diventa quasi un limite.



