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É il 1964. In Germania il western vive una nuova stagione grazie ai film tratti dai romanzi di Karl May. In Italia, invece il cinema attraversa una fase di crisi produttiva: pochissimi i progetti in cantiere e le poche produzioni western realizzate sono copie di serie B. Con questo scenario, un giovane regista romano decide di rischiare: non cerca di emulare l’esempio tedesco, anzi, vuole ribaltare dall’interno il genere, come già aveva fatto con il peplum in Il colosso di Rodi (1961).

Il regista è Sergio Leone e l’opera con cui rischiò è Per un pugno di dollari. Non distrusse il genere, lo reinventò, dando vita ad un sotto genere tutto italiano: lo Spaghetti Western.

Da Goldoni a Leone, passando per Kurosawa e Dashiell Hammett

Il titolo del film nei titoli di testa
Il titolo del film nei titoli di testa © Jolly Film

Per un pugno di dollari (1964) è il primo film della Trilogia del dollaro, il primo passo di Sergio Leone nel western e al tempo stesso la chiusura di un cerchio. Più che la strada intrapresa con il film, si può osservare il percorso che questo porta a termine. Infatti, il soggetto del film compie un viaggio abbastanza sorprendente: nasce negli ambienti hard-boiled, con il libro Piombo e sangue (1929) di Dashiell Hammett. Da qui il lungo percorso che, da una cittadina di provincia americana, lo porterà nelle mani di Leone.

Dalle pagine di Hammett, però, arriviamo ai set di Akira Kurosawa, che ispirandosi al romanzo realizzò La sfida del samurai (1961). Sarà proprio questo film ad arrivare al regista romano per una trasposizione western, riportandolo così “nel suo paese d’origine”. A rendere tutto questo gioco di ispirazioni e influenze ancor più curioso è la figura di Carlo Goldoni, richiamato dallo stesso Leone come remoto antenato del soggetto con la commedia Servitor di due padroni (1745).

Lo Sapevi?

Il regista Akira Kurosawa accusò Sergio Leone di plagio, ottenendo, dopo un patteggiamento, i diritti di distribuzione del film in Giappone, Taiwan e Corea del sud.

Un west “sporcato” di realtà

La scena iniziale con l'arrivo dell'Uomo senza nome a San Miguel
La scena iniziale con l’arrivo dell’Uomo senza nome a San Miguel © Jolly Film

Sergio Leone fa il suo ingresso nel mondo western senza essere un estimatore del genere. Come già scritto, non cercava il confronto con l’epopea western, anzi, molte sue caratteristiche lo infastidivano. Utilizzò queste ambientazioni dipingendo un nuovo genere western, molto più sporco, privo di morale, ambiguo: in parole povere, più realistico. Creò personaggi malvestiti, rozzi, spinti solo dal proprio tornaconto, e tutto questo non nasceva da una ricerca di stile, ma per semplice esigenza di realismo.

Voleva percorrere i binari della narrazione intrecciandoli con quelli della verità, risentendo così della sua stessa formazione neorealista. Il risultato fu un prodotto lontano dalle pellicole di John Wayne in cui l’eroe classico, per primo, ne esce ridimensionato. Quell’uomo senza nome, interpretato da un quasi sconosciuto Clint Eastwood, non è il classico protagonista guidato dalla fame di giustizia e portatore di valori. È è un eroe anomalo che agisce solo per il proprio interesse.

Lo Spaghetti Western

Clint Eastwood in una scena di Per un pugno di dollari
Clint Eastwood in una scena di Per un pugno di dollari © Jolly Film

Così come l’Uomo senza nome rompe quel precario equilibrio tra i Baxter e i Rojo, anche Sergio Leone gioca, per il genere western, lo stesso ruolo. Il genere aveva mostrato ambientazioni, personaggi e scenari ormai disallineati con il nuovo pubblico nelle sale, al punto da sembrare anacronistico: il dualismo tra buoni e cattivi, le immense distese del Texas, uno stile classico intriso di eroismo e moralità. Tutto ciò non poteva coesistere con la ricerca di Leone del vero west. Il regista voleva smascherare quella messinscena che non combaciava con la realtà e questo lo portò allo Spaghetti Western.

Un genere in cui la distinzione eroe e antagonista era molto più sfumata, la contrapposizione tra lo sceriffo e i banditi era sparita e tutti erano personaggi privi di morale. Viene meno, dunque, la classica dicotomia del buono contro cattivo, si crea una sorta di triade: le due bande di fuorilegge che dominano il villaggio di San Miguel e il nostro “eroe”, appunto, che si inserisce per far saltare il banco, “I Baxter da un lato, i Rojo dall’altro… e io in mezzo”.

Dal mito alla disillusione

Gian Maria Volontè nei panni di Ramon Rojo
Gian Maria Volontè nei panni di Ramon Rojo © Jolly Film

Se prima il West era un mondo sì macchiato, ma alla ricerca di una “pulizia” etica, adesso invece appariva come irrimediabilmente in difetto. Lo stesso villaggio di San Miguel, teatro degli scontri, è al centro dei dialoghi come il luogo in cui si hanno due possibilità: arricchirsi o morire. All’epopea western che costruiva i valori fondanti dei neonati Stati Uniti d’America, nella sconfinata Monument Valley, con i suoi vasti orizzonti di speranza per il futuro, si sostituisce un’epica disincantata e decadente.

Un mito spezzato e rinchiuso nel piccolo villaggio ricostruito tra le montagne spagnole – figlio, forse, di quella disillusione che dagli anni ’60 inizia a guadagnare posizioni sul terreno della fiducia postbellica.

Sul genere

“Con John Ford si guarda alla finestra con speranza; io mostro qualcuno che ha paura di aprire la porta” – Sergio Leone

Una disillusione innovativa

Sergio Leone e Clint Eastwood sul set di Per un pugno di dollari (1964)
Sergio Leone e Clint Eastwood sul set di Per un pugno di dollari (1964) © Jolly Film

Per un pugno di dollari è la pellicola che segna una nuova fase per il western (e non solo). Non è solamente una rivoluzione sul fronte narrativo che porta in scena quel mondo spietato e disilluso, è una rivoluzione anche dal punto di vista cinematografico. Il montaggio pulito e ordinato, visto fino ad allora, viene accantonato: i primi piani vengono portati al limite dal regista, i tempi vengono dilaniati, i duelli rallentati e allungati divenendo però più cruenti. La colonna sonora orchestrata, che aveva dominato il western classico, viene sostituita dalle musiche di Ennio Morricone, composte da fischi, grida e chitarre elettriche.

Anche l’accompagnamento musicale viene “sporcato”, ma è capace di trasmettere l’anima di quel mondo. Si crea il perfetto connubio tra immagini, dialoghi, effetti sonori e musica. In fin dei conti nello stile di Leone la musica gioca un ruolo centrale, la sfrutta anche per sostituirla ai dialoghi e poter così valorizzare al meglio un volto, uno sguardo, un silenzio.

Sull’importanza della musica

“Posso dire che Ennio Morricone non è il mio musicista. È il mio sceneggiatore” – Sergio Leone

Dall’antieroe di Sergio Leone…

Clint Eastwood in una scena del film
Clint Eastwood in una scena del film © Jolly Film

Per un pugno di dollari è la pellicola che apre le porte della Trilogia del dollaro e del genere Spaghetti Western. Al tempo stesso è l’opera con cui inizia l’ascesa di Clint Eastwood, all’epoca attore televisivo semisconosciuto. Sergio Leone lo vide nella serie Gli uomini della prateria, notò subito il personaggio taciturno che interpretava e, come un sarto, gli cucì addosso il ruolo perfetto: l’Uomo senza nome.

Un eroe bizzarro, insolito, anch’egli taciturno, duro e controllato nello sguardo e nei gesti. Un eroe ambiguo perché guidato solo dalla fame della ricchezza. In parole povere: non un eroe, ma l’archetipo dell’antieroe, mosso solo dall’interesse personale e non da ideali di giustizia. Lo stesso Leone lo definisce un “eroe mitico” che salva la famiglia dai cattivi, ma riconoscendo i soldi come il vero motore del suo personaggio.

…all’antieroe di Clint Eastwood

Clint Eastwood nei panni di Harry Callaghan nel film Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (Dirty Harry, 1971
Clint Eastwood nei panni di Harry Callaghan nel film Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (Dirty Harry, 1971) ©Warner Bros. Entertainment. Inc.

L’Uomo senza nome è presente anche nei successivi due capitoli della trilogia e in un certo senso segna indelebilmente la carriera di Eastwood. Sì, perché il burbero pistolero sembra spesso riproposto ed evoluto in altre vesti, in altri ambienti, si pensi all’iconico ispettore Callaghan nella saga Dirty Harry. Qui persegue la giustizia, ovviamente, però sempre con metodi personali, andando oltre la classica legalità. Quel disincantato uomo senza nome, dunque, nasce con il western e accompagna Eastwood anche in seguito.

Per questo l’attore e regista suggellerà questo solido legame con Gli Spietati (1992). Un western crepuscolare con cui omaggia il personaggio, il genere e i suoi maestri, chiudendo idealmente il cerchio (“A Don e Sergio” la dedica finale).

L’eredità del dollaro

Ennio Morricone e Sergio Leone
Ennio Morricone e Sergio Leone

Da quel 12 settembre 1964, Sergio Leone non ha solo lanciato sul mercato cinematografico un nuovo film: ha creato un nuovo universo. Il western all’italiana, l’ascesa di Clint Eastwood e anche dello stesso Gian Maria Volonté nei panni di Ramon, tutto ciò ha preso avvio da quel momento. Il lascito di quest’opera è straordinario anche sul piano tecnico, la sua regia e la sua colonna sonora sono divenute entità inconfondibili con una vita propria.

Esistono elementi di questo tipo nel cinema, battute iconiche, inquadrature emblematiche, suoni inconfondibili che arrivano a tutti. Il primo piano utilizzato da Leone, vero marchio di fabbrica, acquisisce il suo stesso nome nelle istruzioni che Tarantino darà alla troupe del suo film d’esordio (“Give me a Leone”). Le note di Morricone possono essere issate a vero simbolo del mondo western, una qualsiasi rappresentazione di un duello richiama all’istante quelle note. Dal 1964, dunque, ogni duello nel cinema ricorda Leone e Morricone, figure indelebili nell’immaginario stesso del cinema.

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Classe 1995, Luca ha conseguito un diploma in Ragioneria e una Laurea Triennale in Scienze Politiche, ma fin dall’adolescenza ha sentito crescere in lui una forte passione per il cinema. La svolta arriva con l’ingresso in una compagnia teatrale amatoriale e con la Laurea Magistrale in Scienze dello Spettacolo presso l’Università di Firenze. Partito da un iniziale e intenso legame con la coppia De Niro–Scorsese e i loro gangster movies, il suo percorso lo ha portato a innamorarsi della Settima Arte in tutte le sue sfumature.